L’esercito nell’Impero Romano alle frontiere (3/8)

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L’ESERCITO NELL’IMPERO ROMANO ALLE FRONTIERE (3/8)

Questa serie di otto articoli del Blog ha lo scopo di dettagliare, in modo completo seppur non esaustivo, le principali informazioni inerenti struttura, composizione, amministrazione, gestione, punti di forza e di debolezza dell’esercito nell’Impero Romano, che in questo specifico articolo si concentra sull’organizzazione dello stesso alle frontiere.

Si tratterà di una schematizzazione relativamente semplificata (esistono intere enciclopedie focalizzate sulla materia), che però confidiamo possa essere utile per comprendere le caratteristiche salienti dell’esercito romano, sia dal punto di vista prettamente organizzativo che militare. Al termine di questo lavoro verrà inserito un glossario che consentirà di richiamare alla mente alcuni dei termini adoperati nel corso degli articoli, che diventeranno progressivamente sempre più familiari.   

I CONFINI DELL’IMPERO

Come abbiamo già visto negli articoli precedenti, Augusto era riuscito a far confluire su di sé la “summa” dei poteri militari. In questo modo egli era riuscito a ricostituire, almeno teoricamente, l’unità del comando in capo ad un singolo individuo, ma non aveva potuto (o forse non aveva voluto) restituire all’Italia quella centralità perduta con la smilitarizzazione della penisola.

L’idea di Augusto era infatti di sancire in modo definitivo la nuova dislocazione delle legioni: l’esercito romano non si sarebbe più dovuto muovere dall’Italia per correre in tutta fretta verso le aree minacciate, ma sarebbe stato schierato in forma organizzata non lontano dal territorio che avrebbe rappresentato il probabile teatro delle future operazioni militari.

La repressione delle rivolte

LA REPRESSIONE DELLE RIVOLTE

Le minacce all’Impero Romano non erano solo quelle portate dall’esterno, per il tramite di popolazioni nemiche. Opportunamente dislocati sulla base del sacrosanto principio della “economia di forze”, le legioni e gli ausiliari dovevano infatti poter far fronte a qualsiasi problema di carattere militare potesse sorgere nel loro settore, ed il più frequente di tali pericoli veniva dalle rivolte interne che si scatenavano nelle Province costituite più di recente.

Difatti, l’applicazione di un gravoso sistema di tassazione e di coscrizione obbligatoria su un tessuto sociale indigeno, non ancora assuefatto al dominio romano, provocava spesso reazioni violente, che potevano perdurare anche per una o due generazioni successive e che talvolta erano ancora più rabbiose di quanto avvenuto per le operazioni di prima conquista. I Romani erano letteralmente obbligati a sedare sul nascere queste rivolte, al fine di evidenziare come i vantaggi derivanti dalla dominazione romana potessero migliorare a tal punto la situazione organizzativa e sociale della Provincia da evitare nuovi tumulti.

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Se la stragrande maggioranza di queste rivolte interne vennero sedate in un tempo relativamente breve, come quella in Illiria fra i 6 e il 9 d.C. e quella in Africa fra il 14 ed il 24 d.C., ci fu anche una clamorosa disfatta, considerata una delle pagine più nefaste della storia imperiale Romana: stiamo parlando della famigerata Disfatta di Teutoburgo del 9 d.C., con le legioni guidate oltre il Reno dal giurista Quintilio Varo per organizzare le terre di recente conquista fino all’Elba, che può essere considerata l’unica insurrezione perfettamente riuscita scoppiata entro i confini dell’Impero Romano.

Le altre minacce per il neonato Impero Romano erano relativamente gestibili.

Nel settore orientale c’erano i Parti, l’unica “alternativa civile” all’Impero Romano, che avevano già dimostrato una certa supremazia tattica nella battaglia di Carrhae del 53 a.C. ma che non costituivano altro che una minaccia per così dire “regionale”: il loro respiro strategico era infatti limitato da un lato da una sorta di ordinamento feudale, che li rendeva riluttanti ad impegnarsi in lunghe campagne militari lontano da casa, e dall’altro dalla loro ben nota difficoltà nelle tattiche di assedio, che li penalizzava al momento di invadere regioni densamente urbanizzate. 

Per quanto concerne poi le cosiddette invasioni barbariche, esse costituivano agli albori dell’Impero Romano (ossia nella cosiddetta epoca giulio-claudia) un problema decisamente marginale: le scorribande dei Germani, dei Sarmati o dei Daci avevano a tutti gli effetti carattere sporadico e forza di impatto limitata.

Il sogno di Augusto

IL SOGNO DI AUGUSTO

Tra i compiti dell’esercito romano all’epoca di Augusto, quindi, non figurava la difesa dei confini in senso stretto, almeno nel senso che si intende oggi in epoca moderna.

Le linee fisse di presidi, che verranno predisposte nelle decadi successive dell’Impero Romano, avevano all’epoca poco senso, da un lato perché in alcuni punti dell’Impero le frontiere erano assai poco definite, e dall’altro perché in questo momento è il concetto stesso di confine, politicamente inteso, ad essere totalmente estraneo al pensiero romano.

È vero, infatti, che in punto di morte Augusto esortò i suoi successori a non estendere ulteriormente i limiti del dominio romano da lui costituito attraverso nuove e sanguinose conquiste, ma è altrettanto vero che lo storico Tacito lo accusò di incoerenza, affermando come lo stesso Augusto avesse professato in vita ben altre convinzioni. E se oggi la maggior parte degli studiosi afferma che lo scopo delle grandi campagne militari di Augusto in Europa centrale fosse di creare una frontiera più logica e meglio difendibile lungo il corso dell’Elba, c’è chi nei secoli ha evidenziato come Augusto vedesse in sé una riproposizione di quell’Alessandro Magno, modello anche di Giulio Cesare, del quale rievocava in parte l’utopistico sogno di conquistare il mondo intero.

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Questa congettura, che oggi è decisamente minoritaria fra gli studiosi, ebbe però grande notorietà per secoli. Dopo la vittoria contro Cartagine, l’idea che Roma fosse destinata a diventare la più grande potenza del Mediterraneo si fuse, in epoca repubblicana, con la teoria apocalittica proveniente dall’Oriente, secondo la quale ci sarebbe stata la successione di quattro imperi universali, nell’ultimo dei quali si riconosceva l’Impero Romano.

Fin dall’epoca dei Gracchi, quindi, il dominio romano sulle terre conosciute non era soltanto una realtà comunemente accettata, ma era un vero e proprio dato di fatto, che non richiedeva alcuna discussione o particolari giustificazioni morali. 

La Pax Romana

LA PAX ROMANA

Muovendo da questi presupposti, sotto l’Impero di Augusto si sviluppò decisa la convinzione che l’unica pace giusta possa essere solo ed esclusivamente la Pax Romana (perfettamente deducibile dall’esame dettagliato dei rilievi dell’Ara Pacis, visitabile prenotando il Tour Musei e Gallerie organizzato da Rome Guides). La visione, in tal senso, è chiarissima, e rientra perfettamente nella proiezione ideale della struttura militare e politica dell’Impero: il mondo è proprietà di Roma o di nessuno.

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La teorizzazione ultima di questo concetto si riflette in modo mirabile nelle orgogliose parole di Anchise, una sorta di vaticinio esaltato da Virgilio nell’Eneide: “Tu, o Romano, ricorda di governare i popoli con l’imperio, di imporre la pace al mondo, di risparmiare chi si assoggetta, di domare i superbi”. Basta provare a riportare queste parole alla fattispecie storica, per comprendere come i “superbi” siano gli aggressori dell’Impero e “chi si assoggetta” il popolo saggio e lungimirante che non porta alcuna minaccia.

Basta però ribaltare la prospettiva di queste parole per comprendere il vero significato, neppure troppo velato, di questo vaticinio: tutti coloro che non siano assoggettati al potere romano appaiono all’Impero come potenziali avversari.

Ecco quindi che questa dottrina del dominio universale viene concretamente applicata da Augusto nell’organizzazione politica e militare del suo Impero. I “superbi” vanno debellati ovunque si trovino, siano essi all’interno o all’esterno dell’Impero: sono quindi da considerarsi Province non pacate sia le aree irrequiete dell’interno (come ad esempio l’Egitto o la Spagna) che i settori esterni potenzialmente minacciosi per la presenza di nemici pericolosi. In entrambi i casi, sulla base della politica militare di Augusto, tali aree saranno destinate ad ospitare presidi legionari.

L'attacco come difesa

L’ATTACCO COME DIFESA

Sulla base di questi presupposti politici, sembra evidente come l’esercito romano fosse considerato principalmente uno strumento offensivo: la protezione del limes non era ancora intesa, all’epoca, come una vera e propria difesa dei confini. L’esercito romano, infatti, all’epoca non era stanziale, ossia stabilmente accampato in edifici di pietra: esso era soltanto alloggiato in campi provvisori, fatti di tende di pelle in estate e di baracche di legno in inverno. L’esercito romano era ancora, militarmente parlando, un “esercito di manovra”.

La funzione principale di un simile esercito era l’attacco e non la difesa: non è quindi solo in grado di replicare a qualsiasi provocazione o violazione territoriale, ma è anche e soprattutto capace di condurre pesanti spedizioni punitive in territorio nemico o addirittura di intraprendere vere e proprie operazioni di conquista.

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L’esercito di Augusto agiva quindi, in primo luogo, da formidabile deterrente (i nemici di esso, che solo simbolicamente definiremo barbari, ne conoscevano e ne temevano a ragione la potenza), ma poteva trasformarsi in poche ore in un inarrestabile strumento di repressione e conquista.

In tal senso, anche la primitiva applicazione del termine limes non designava, come invece accadrà in seguito, una lunga barriera difensiva disposto lungo un confine, ma bensì un grande sistema dai connotati marcatamente offensivi. La spiegazione di questa tesi può essere paradossalmente anche e soprattutto etimologica: nel descrivere la più ambiziosa fra le azioni tentate da Augusto, ossia la conquista della Germania, le fonti definiscono limites le vie presidiate e circondate da ampi spazi disboscati che i legionari, con insuperata maestria, costruirono attraverso foreste e paludi mentre avanzavano in territorio nemico.

Si trattava di veri e propri strumenti per il controllo della regione, ma rappresentavano solo la punta avanzata del sistema: quello che veniva creato era un vero e proprio reticolato di strade, dalla grande Via di Druso alla strada costruita lungo il corso del Meno, che rappresentavano non solo le basi di partenza delle truppe d’invasione, ma anche il modo per portare alle truppe stanziate, dalle retrovia galliche, i rifornimenti e i rinforzi necessari a sostenere l’offensiva.

Il monito di Augusto

IL MONITO DI AUGUSTO

Già al termine dell’Impero di Augusto, però, la situazione iniziò progressivamente a mutare.

Come detto, in un testamento spirituale dettato forse più dallo scoramento per una vita familiare tormentata e dalla mancata scelta dell’erede prediletto più che dalla disfatta di Teutoburgo, Augusto esortò i suoi successori ad evitare ogni ulteriore espansione del territorio imperiale.

Sebbene esso fosse una raccomandazione e non un ordine, tale monito condizionò le successive operazioni militari di Roma, sia che dovessero ritoccare le frontiere (come all’altezza del Reno o del Danubio), sia che dovessero assicurare nuove risorse (come in Britannia o in Dacia).

Quanto alle legioni, sebbene esse mantennero sempre il loro carattere di unità spiccatamente votate alla manovra militare, esse iniziarono sempre più ad ancorarsi su posizioni prestabilite, a ridosso dei confini, perdendo la loro caratteristica migliore (la mobilità) per acquisire sempre maggiore stabilità e consistenza negli accampamenti e nelle altre installazioni che si trasformarono in edifici a struttura fissa, in legno o in muratura.

GLI IMPERATORI FILOSOFI

Balzando in avanti di un secolo, dopo l’ultimo sussulto imperialistico sotto l’Imperatore Traiano, con gli “Imperatori Filosofi” del II secolo d.C. Roma si collocò su posizioni ideologicamente opposte rispetto a quest’ultimo.

esercito Impero Romano alle frontiere, L’esercito nell’Impero Romano alle frontiere (3/8), Rome GuidesAdriano (117-138 d.C.) ad esempio auspicò, da parte delle popolazioni soggette a Roma, una nuova partecipazione, piena e cosciente, alla vita dell’Impero: ciò non voleva in alcun modo significare il rinunciare alle rispettive identità etniche e culturali, ma bensì scatenare proprio l’effetto opposto, ossia sollecitare un contributo fecondo all’Impero. In tal senso, il fine ultimo dell’Imperatore sarebbe dovuto essere creare un organismo omogeneo, al cui interno fossero perfettamente fuse e amalgamate le diverse entità nazionali, chiamate ad essere partecipi delle fortune dell’Impero stesso.

Quale perfetto simbolo di questa unione di diverse voci a cui tese tutta la propria politica, Adriano innalzò a due passi da Roma, nel cuore stesso dell’Italia, la sua Villa Adriana, che divenne una sorta di compendio delle principali espressioni artistiche e ideologiche dell’Impero. Inoltre, al fine di realizzare il proprio sogno, Adriano riunisce anche tutte le divinità della religione romana in un unico tempio, il rinnovato Pantheon di Agrippa, la cui forma rotonda avrebbe dovuto significare pari dignità e pari rispetto per ogni manifestazione, sia religiosa che del pensiero.

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Al fine di dare valore giuridico alle proprie idee, l’Imperatore Adriano adoperò lo strumento del diritto, per il tramite del proprio portavoce Floro: “è più difficile conservare le Province che conquistarle, poiché esse si conquistano con la forza, ma si conservano con il diritto”. In tal senso, secondo Adriano, solo nel diritto la forza trovava una sua giustificazione.

Questa nuova concezione adrianea non prevedeva quindi ulteriori conquiste: l’Impero doveva chiudersi in se stesso, trasformandosi profondamente in senso sociale ed innalzando quindi grandi barriere che dividessero i Romani dai Barbari.

Le frontiere

LE FRONTIERE

Con Adriano nasce quindi, riprendendo concetto teorizzati ma mai concretamente messi in atto dai suoi predecessori Claudio e Domiziano, il concetto di prima frontiera organicamente presidiata dell’Impero Romano.

Quando, a partire dalla metà del XIX secolo, tra Regno Unito e Germania, si sviluppò un profondo interesse per l’architettura militare romana, si decise di procedere a scavi sistematici che diedero un fondamentale contributo archeologico alla comprensione delle strutture e della vita sociale delle frontiere imperiali.

Nel 1884, in Germania, venne fondata la Reichs-Limes Kommission, grazi alla quale prese avvio nel 1892 lo scavo sistematico nelle regioni dell’Alto Reno, con la scoperta di oltre cento fortezze di epoca imperiale romana. Quando al Regno Unito, dal primo scavo ufficiale (effettuato nel 1818 nei pressi del castello di Chesterholm) sono stati riportati alla luce oltre 250 campi militari in tutto il Paese. Queste indagini, successivamente diffusesi in tutta Europa, hanno portato ad una conoscenza capillare e vastissima sia dei singoli impianti architettonici che delle diverse tipologie di unità militari di guarnigione.

Grazie a questi studi, possiamo oggi dire che un limes fosse composto da tre componenti essenziali:

  • Un confine da difendere;
  • Una strada o una rete di strade;
  • Delle truppe che si muovano su queste strade.

Tutte le altre componenti, che pure erano spesso presenti lungo i diversi settori di frontiera, come i terrapieni, i fossati, le torri di guardia e i castella, erano semplicemente elementi accessori o integranti. Seppure possa sembrare incredibili, anche se la maggior parte dei confini dell’Impero Romano utilizzavano i fiumi come limite estremo (il Reno, il Danubio, l’Eufrate), anche il corso d’acqua era un elemento accessorio, poiché non era presente ovunque.

La struttura del limes

LA STRUTTURA DEL LIMES

Laddove però sia stato possibile sia stato possibile studiarlo nella sua interezza, il limes si presentava con una struttura straordinariamente complessa.

Gli impianti veri e propri erano spesso preceduti da una serie di ostacoli passivi, destinati ad intralciare fanti e cavalieri: i tribuli ad esempio, chiodi metallici nascosti nel terreno sotto un sottile strato di terriccio ed erba, o i lilia, rami appuntiti conficcati al suolo.

In aggiunta a ciò c’erano uno o più fossati, talvolta pieni d’acqua, seguiti da un vallum (un alto terrapieno con camminamenti) sormontato da una palizzata, che si interrompeva solo in corrispondenza delle torri o dei castella, gli accampamenti minori che sorgevano lungo di essa.

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La differenza fra torri e castella era molto chiara. Le torri, in posizione elevata e leggermente arretrata rispetto alla linea di confine, avevano una precipua funzione di segnalazione. I castella, posti in corrispondenza dei transiti obbligati, avevano la funzione di sorvegliare i varchi della palizzata e di fornire i corpi di guardia alle torri. Immediatamente alle spalle del vallum, correva la via di pattugliamento, che collegava fra loro tutte le installazioni militari.

C’erano infine i cosiddetti campi maggiori, destinati ad ospitare le unità ausiliarie, ossia ali e coorti.

I segnali

I SEGNALI DELL’ESERCITO ROMANO

I tempi di reazione dell’intero sistema erano estremamente rapidi. L’esercito romano aveva infatti elaborato da tempo un metodo assai funzionale di segnalazioni ottiche, basato probabilmente su un sistema molto simile all’attuale alfabeto Morse. Al solo fine di dare un’idea circa la rapidità delle trasmissioni, si calcola che in Britannia, per inviare una comunicazione dalla base di Stanvix (presso Carlisle) alla fortezza legionaria di Eburacum (presso York), 180 Km più a sud, occorressero circa otto minuti.

La comunicazione era un elemento a dir poco essenziale per la sopravvivenza delle legioni, che spesso si ritrovavano a sorvegliare aree vastissime operando in quasi totale solitudine: ogni settore della frontiera, infatti, fatte salve situazioni eccezionali, era infatti protetto al massimo da una o due legioni, ossia quelle stanziate nella relativa Provincia. Per ovviare a questa situazione, che rappresentava ovviamente il tallone d’Achille del comparto militare romano, ogni legione imperiale romana venne strutturata in modo da costituire una formidabile unità di combattimento a sé stante, dotata di piena autonomia operativa: con il suo parco di artiglierie, i suoi reparti del genio capaci di qualsiasi realizzazione tecnica, il supporto delle unità di cavalleria e di fanteria, la legione rappresenta un vero e proprio esercito in miniatura, perfettamente equilibrata in ogni sua componente.

Lo sbarramento di difesa

LO SBARRAMENTO DI DIFESA

Nella sua organizzazione definitiva, il limes doveva tener conto non solo della sicurezza in tempo di guerra, ma anche delle necessità di sviluppo delle zone di frontiera in tempo di pace. La funzione era quindi duplice: da un lato, doveva impedire, tramite un’attenta opera di pattugliamento, gli sconfinamenti e le sporadiche razzie, e dall’altro consentire scambi regolari con il territorio dalla parte opposta del limes. Adriano inventa quindi un vero e proprio sbarramento di difesa: i soldati non devono più solamente pattugliare la zona, ma anche svolgere il ruolo di “doganieri e polizia di frontiera”, con un più accurato controllo dei confini anche dal punto di vista commerciale.

A dispetto di quanto appena detto, l’Impero Romano non si era ancora messo completamente sulla difensiva. Pur non essendo più votato senza remore alla conquista, l’esercito romano era ancora più potente ed organizzato che mai: già solo il timore che incuteva con la sua presenza era più che sufficiente per mantenere sostanzialmente inviolati i confini. Tale aura di potenza fu la grande fortuna dell’esercito romano: se i barbari fossero stati in grado di sorvolare i confini e di esaminare davvero la consistenza dei propri avversari, si sarebbero facilmente resi conto del fatto che le truppe romane costituivano un velo relativamente sottile, in grado di ricacciare indietro semplici scorribande, ma non certo di tamponare penetrazioni massicce ed organizzate.

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Che cosa accadeva, quindi, quando un attacco di grande intensità (come quello scatenato ad esempio dai Parti) soverchiava le forze di una guarnigione provinciale mettendo momentaneamente in crisi la stabilità di una frontiera?

In questo caso, c’erano solo due opzioni.

La prima prevedeva l’intervento di un’armata predisposta per una campagna militare, al comando dell’Imperatore o di uno dei suoi legati. Il rischio, in questo caso, era di sguarnire un altro settore che, per quanto più tranquillo, poteva comunque avvantaggiarsi dello spostamento militare.

La seconda opzione era di ricorrere alle Vexillationes, formazioni costituite da diversi reparti prelevati da varie unità e poste agli ordini di un comandante: questa soluzione, notevolmente flessibile, dava la possibilità di unire differenti Vexillationes sotto un unico comando, dando vita ad un esercito davvero imponente.

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