Roma nel Medioevo – L’anno Mille

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ROMA NEL MEDIOEVO – L’ANNO MILLE

Vicolo dell’Atleta, nel quartiere di Trastevere: sembra solo una stradina che taglia verso San Benedetto in Piscinula, non lontano da dove era il Porto di Ripa Grande, l’attracco commerciale sul Tevere. Pochissimi sanno che la casa proprio in fondo alla via fu costruita più di dieci secoli fa: non c’è neppure una targa storica a ricordarlo. Stessa mancanza di indicazioni per Tor Millina, sita nell’omonima via che porta a Piazza Navona e probabilmente eretta nel XIII secolo. Ancor più incredibile l’assenza di indicazioni per la Torre della Moletta, nei pressi dell’antica curva del Circo Massimo, che fu dimora della famiglia dei Frangipane, la nobile famiglia che nell’Alto Medioevo si appropriò dell’Anfiteatro Flavio, trasformando il Colosseo in una fortezzuola (dettaglio raccontato anche nel Tour della Roma Imperiale di Rome Guides)?

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Ecco la Roma Medievale, quasi indecifrabile nelle sue testimonianze. Leggendo i commenti degli studiosi e degli archeologi di mezzo secolo fa, l’idea comune era che, dal 20 settembre 1870, ossia dalla breccia di Porta Pia che segnò la fine del potere temporale dei Papi, le tracce del passato fossero state distrutte nella capitale della cristianità come in nessuna altra città occidentale. In una celebre intervista della fine degli anni ’80, Richard Krautheimer, il massimo studioso della Roma Medievale, affermò che “fino al 1940 l’idea dominante era Roma caput mundi, ossia una Roma come città eterna, tanto che anche un archeologo di chiara fama come Rodolfo Lanciani, nel suo testo sugli scavi di Roma, non lascia neppure un’informazione sulla città post-romana, perché all’epoca la città medievale non interessava a nessuno”. A detto di molti, il piccone del vandalismo e del saccheggio aveva colpito soprattutto i resti della città medioevale.

LA RISCOPERTA DEL MEDIOEVO

È oggi possibile riparare il danno fatto, e permettere alla città di Roma di riscoprire il proprio passato medievale? Negli ultimi decenni, la città di Roma ha cercato di riappropriarsi dei propri “secoli bui”, dapprima con l’idea della creazione di uno specifico comparto museale ad essi dedicato (ipotesi ben presto tramontata e mai realizzata, poiché in nessun modo si può considerare il Museo dell’Alto Medioevo come una realtà in grado di raccontare doviziosamente gli affascinanti secoli che vanno dalla caduta dell’impero Romano d’Occidente all’Umanesimo), quindi attraverso lo studio e la classificazione di tutte le torri medioevali romane ed infine attraverso una serie di conferenze sulla Roma Medievale, con la presenza quale ospite d’onore dello storico Jacques Le Goff.

Ora, comprese le difficoltà nel valorizzare il patrimonio medievale di Roma, sarebbe possibile ricostruire questa specifica sezione della storia della città, da sempre considerata lacunosa, oscura e piena di mistero?

ALLA VIGILIA DELL’ANNO MILLE

La città di Roma, per come si presentava alla vigilia dell’anno Mille, è stata in effetti raccontata dai primi cronisti del mondo moderno, ossia dai pellegrini che, provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dalla Francia, venivano a Roma per pregare sulle tombe dei santi o, nei casi più illustri, per venire ricevuti dal Papa. È quindi necessario partire da un minuzioso lavoro di ricerca nelle biblioteche, attraverso la rilettura di quei codici e di quei diari, talvolta pubblicati da sagge case editrici, ma ben più spesso raccolti nelle biblioteche dei conventi e degli eremi di mezza Europa.

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Un simile viaggio nel passato non è possibile comunque senza aver letto la Storia della città di Roma nel Medioevo di Ferdinand Gregorovius e senza tener presente un dettaglio fondamentale per la comprensione topografica della città: la Roma della metà del XIX secolo era in gran parte identica, a livello di struttura urbanistica, alla Roma medioevale. Per ricostruirla, dunque, possiamo rifarci anche alle stampe e alle descrizioni di viaggiatori, artisti, storici che lasciarono testimonianze dal Rinascimento in avanti.

Prima dell’anno Mille, Roma viveva racchiusa nelle undici miglia di mura che erano state innalzate dall’imperatore Aureliano nel III secolo dopo Cristo. Di quella splendida città, che sotto l’Imperatore Traiano aveva sicuramente raggiunto un milione e mezzo di abitanti, non restavano però che maestose rovine: assalita dalle invasioni barbariche, distrutta dalla sconfitta nella guerra contro i Goti, privata degli acquedotti, ammorbata da ricorrenti epidemie, colpita da terremoti, Roma era collassata.

I PRIMI CRONISTI DI ROMA

È vero, aveva avuto un sussulto di splendore culminato con l’incoronazione di Carlo Magno a imperatore del risorto Sacro Romano Impero, ma obiettivamente si dibatteva in una crisi di valori tale che un anonimo grammatico dell’XI secolo scrisse: «Prima hai ucciso i martiri, ora ti metti a vendere i pezzi i loro corpi; sei una vergogna per Pietro e Paolo che a te son venuti”.

Se l’anonimato permetteva di trasformarsi in “leoni da scrittoio”, c’era anche chi, come Guglielmo di Malmesbury, aveva il coraggio di metterci la faccia di fronte a papa Gregorio VII: “Cosa c’è nella città di Roma un tempo sede della santità? Nel Foro vagano sicari e tutto quel genere di uomini infidi e inclini al male. Adesso sul sepolcro dei santi si vanno a ubriacare”. Anche Papa Adriano IV ricevette un’analoga testimonianza da parte di Giovanni da Alisbury, che scrisse “Tu vuoi mantenere la città con i doni della Chiesa? Se essa è al servizio della cupidigia questa è la sua morte”, tanto da obbligare lo stesso Pontefice a rispondere “Che cosa può regalare chi niente prende? E come potrò placare i romani se non regalo nulla? Tante sono le pene che deve avere il Papa di Roma”. Durissime anche le annotazioni dell’arcivescovo di Canterbury che, nel XII secolo, descrivendo il suo viaggio a Roma nel XII secolo, scriveva: “Ben di rado qualcuno in abiti talari ha percorso il cammino che voi seguite senza essere fatto prigioniero ed essere funestato da molti atti di violenza”.

Se i nomi che ho citato finora vi saranno oscuri, ben altra fama ebbe Bernardo da Chiaravalle, che sembrò essere sulla stessa linea di pensiero, tanto che quando Papa Innocenzo II gli chiese cosa ne pensasse di Roma e soprattutto del popolo romano, il frate preferì rispondere in latino per cercare di ammorbidire ironicamente il proprio pensiero: “Quid de populo loquor? Populus romanus est!» (Ti devo parlare del popolo? È il popolo romanol).

UN ENORME CANTIERE

Obiettivamente, bisogna dire che non tutte le reazioni erano sempre e solo negative. Molti pellegrini si esaltavano alla vista di Roma dall’alto del Monte del Male (Mons Mali, storpiato oggi in Monte Mario). A loro appariva una città enorme, ricca di torri, che faceva esclamare al Magister Gregorius che Roma fosse “un campo tanto grande e disseminato di torri e di palazzi che a nessun uomo è possibile contarli”. In lontananza risplendeva ancora la cupola del Pantheon che l’incuria del tempo (e i cittadini romani che vi si arrampicavano) stava distruggendo.

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Roma era un enorme cantiere in disarmo che risuonava del rumore degli scalpellini. Sui monumenti antichi, sugli archi, nei fori, nelle terme e al Colosseo, gente arrampicata con funi anche a grande altezza lavorava di scalpello per estrarre il metallo usato per tenere insieme i blocchi squadrati. I monumenti antichi erano una miniera inesauribile di metallo, ma anche il marmo veniva reimpiegato per fare calce viva, al fine di costruire case e torri.

Erano proprio queste a rappresentare il simbolo di un potere nuovo, seppur fragilissimo, che si andava progressivamente affermando. Secondo la testimonianza di un monaco anonimo, che viveva sul monte Soratte e che malediceva la caduta della città sotto il giogo dei Sassoni e dell’imperatore Ottone, Roma aveva “381 torri, 46 castelli e 6.800 merli, che non salveranno la Città Leonina dall’eterno oblio”.

Trascurando per un attimo il minuzioso conteggio delle merlature, degno del “contatore di fiori” stipendiato nel XVII secolo dalla famiglia Colonna: davvero le torri della Città Leonina (nel Medioevo, era il leone il simbolo di Roma) erano tante quante ne descriveva il frate del Soratte? Di certo, tutte le famiglie nobili ne volevano una per difendere le rispettive zone di influenza, ma mentre acquistavano potenza le famiglie degli Orsini, dei Savelli, dei Cenci e dei Colonna, nascevano i nomi nuovi del popolino, spesso legati a nomignoli sarcastici, come ad esempio i Collotorto, i Cinquedenti, i Boccapecora, i Centoporci, i Cortabraca.

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All’epoca la città era spopolata: ventimila o, nelle proiezioni più ottimistiche, trentamila abitanti, molti dei quali radunati in cittadelle che avevano assunto il nome dei Papi (Giovannipoli, Gregoriopoli). Nella già citata intervista, Krautheimer disse che “nella Roma del Mille, i ricchi erano pochi ed i poveri molti, e questi ultimi sopravvivevano grazie alle elemosine dei primi, che le donavano ai poveri solo per paura di finire all’inferno e per salvarsi l’anima”.

All’interno delle mura erano cresciute foreste di lecci e querce popolate di cinghiali e cervi. La vita in città era violenta e le risse assai frequenti, ma non era semplice migliorare la situazione, poiché il cattivo esempio veniva dall’alto, con una corte pontificia nella quale l’omicidio ed altri misfatti erano all’ordine del giorno: molti Papi avevano fatto arrossire per le loro malefatte anche i laici più feroci in violenze e più libertini in amore.

Il Colosseo, di proprietà dei Frangipane, era abitato da migliaia di persone che vivevano in promiscuità e insieme agli animali. Lungo il fiume, mulini ad acqua che macinavano per la farina.

LA (FALSA) PAURA DELL’ANNO MILLE

Cancelliamo però la falsa diceria che vedeva nell’anno Mille uno spauracchio in grado di terrorizzare ogni singolo cittadino di Roma. L’attesa per quell’evento era tutt’altro che spasmodica e di certo non era accompagnata da alcuna forma di panico generale. All’epoca era difatti obiettivamente difficile per la gente sapere precisamente quando sarebbe veramente arrivato: basti dire che i soldati di Goffredo di Buglione che partirono per le crociate in Terrasanta erano convinti di trovare laggiù ancora vivi coloro che avevano ucciso Gesù Cristo.

Roma restò una città medioevale ancora per 850 anni: quando il grande storico tedesco Gregorovius la visitò per la prima volta, egli descrisse monumenti romani oggi spariti che all’epoca, seppur cadenti, erano ancora in piedi. Quando i bersaglieri entrarono a Porta Pia, trovarono una città cresciuta di appena 120 mila abitanti in otto secoli.

Il vero scempio, quindi, non lo fecero né i barbari né i Barberini, ma le generazioni degli ultimi 150 anni.

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