Jackson Pollock

Jackson Pollock, Jackson Pollock, Rome Guides

JACKSON POLLOCK O JACK THE DRIPPER ?

Nel 2019, presso il complesso del Vittoriano, si è tenuta a Roma una mostra dedicata a Jackson Pollock ed ai grandi rappresentanti della Scuola di New York, focalizzata su una triplice linea guida: anticonformismo, introspezione psicologica e sperimentazione.

Questo articolo, in poche righe, punta a riassumere l’epopea di Pollock e della sua grande mecenate, Peggy Guggenheim, alla scoperta di Jack the Dripper, il leggendario caposcuola dell’action painting americana, e dei suoi compagni di strada, contrassegnati da uno stile di vita (quello di Pollock, in particolare) che anticipò nella realtà la vita estrema e l’atteggiamento ribelle dei personaggi interpretati da James Dean.

Se oggi viene talvolta da considerare esagerato e fuori dai canoni tale comportamento, era ancor più fuori dai canoni odierni il loro modo di fare arte e di vivere da artisti: allo stesso tempo romantico e diretto, ma sicuramente e più di tutto eccessivo. È però proprio questo fascino di un vissuto intenso ad ammaliare il pubblico, che ne viene magneticamente attratto nonostante le sue evidenti implicazioni di isolamento e tragedia.

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L’ATTESA DELL’ISPIRAZIONE

Come in quella giornata del 1943, quando Pollock si trova nel nuovo appartamento di Peggy Guggenheim a New York e cerca, senza riuscirci, di installare nella hall l’enorme dipinto commissionato da lei, la cosa più enorme da lui realizzata fino ad allora. In preda ad una crescente agitazione, le telefona decine di volte alla Galleria, finendo col preoccuparla. A salvare la situazione vola come un angelo un celebre amico di Peggy Guggenheim, il genio a riposo Marcel Duchamp, che assieme ad un operaio va in suo soccorso e sistema la tela. Ovviamente, i due ritrovano Pollock disteso sfatto sul pavimento, avendo egli scolato, come da sua pericolosa abitudine, tutte le bottiglie di casa.

Quell’opera gli è costata uno sforzo straordinario: una banda continua di figure semiastratte immerse in una danza ritmica, multicolori, con dense pennellate nere lasciate colare lungo la tela. Peggy Guggenheim, la gallerista che con le sue iniziative sta rivoluzionando la scena artistica newyorkese, gli ha organizzato la prima “personale”, per rivelarlo ad un pubblico scelto. Ancora più scelto sarà però quello che visiterà la sua casa e che vedrà quindi, come simbolo della nuova arte americana, il suo grande lavoro a dominare l’ingresso.

Pollock ha capito l’importanza dell’occasione. Ricevuta la commissione, si è procurato una tela di insolite dimensioni e ha subito buttato giù un muro della sua casa-studio per realizzarla: poi, però, si è seduto per giorni e giorni dinanzi a quell’enorme distesa bianca, privo di ispirazione e sempre più depresso. Arriva a cacciare di casa sua moglie Lee Krasner, accusandola di disturbare la sua ispirazione, ma quando lei ritorna presso l’abitazione, una settimana dopo, lo trova sempre seduto lì, più scoraggiato che mai, col lavoro ancora da iniziare.

Poi, dopo settimane di esitazione, all’improvviso Pollock si lancia in un’attività frenetica e realizza il dipinto in tre ore, con un’incredibile concentrazione di energia, dominando l’enorme composizione senza cadute di tono. Non c’è un vero e proprio sfondo, tutto è ugualmente vivo: tale tecnica è detta all over painting, ad indicare un’assenza di distinzione fra figure e sfondo ed un eguale valore emozionale in ogni parte dell’opera.

Quando si osservano le opere di Jackson Pollock, si comprende perché simili liberazioni di energia costino all’artista un prezzo spaventoso.

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LE RADICI DI POLLOCK

Pollock ha avuto un’infanzia di travagli ed una famiglia senza radici, che si sposta dove c’è lavoro. Il padre ha lavorato come bracciante da un capo all’altro del sud-ovest americano, con Jackson ed i suoi quattro fratelli spesso costretti ad aiutare l’economia familiare con gravosi lavori agricoli. Ciò nonostante, la famiglia Pollock si interessa molto all’arte, al punto che tutti e cinque i ragazzi faranno carriera in quell’ambito. Il primo a lasciare casa è il maggiore, Charles, che nel 1922 va dapprima a Los Angeles e poi a New York, iscrivendosi alla Arts Students League, in cui poco a poco lo raggiungeranno anche gli altri fratelli, incluso Jackson.

Nelle difficili condizioni dell’America in crisi per la Grande Depressione, Jackson Pollock trova sostegno e solidarietà: è l’epoca in cui la Works Progress Administration lancia l’Art Project, un programma di grandi decorazioni degli edifici pubblici a sostegno degli artisti che la crisi economica ha messo nell’impossibilità di trovare commesse. Anche Pollock viene arruolato, ed è nell’ambito di queste attività che, men che ventenne, si interessa ai muralisti messicani e conosce David Alfaro Siqueiros, al cui laboratorio artistico aderirà per qualche tempo. Pollock è totalmente disinteressato alla visione ideologica e politica dei maestri messicani: quello che lo colpisce sono quelle grandi superfici, quei bidoni di pittura industriale e quell’atmosfera unica, più simile a quella di un cantiere edile che di uno studio artistico.

LA SCUOLA DI NEW YORK

A New York, intanto, qualcosa di nuovo in campo artistico sta prendendo forma, seppur confusamente. La città, negli anni Trenta, è il punto di convergenza per persone da tutto il mondo, con artisti immigrati o rifugiati, che spesso hanno alle spalle situazioni drammatiche di persecuzione o povertà: Arshile Gorky, arrivato nel 1925 dopo essere sfuggito alla persecuzione turca nella nativa Armenia; Willem de Kooning, che ha effettuato la traversata come clandestino su una nave salpata da Rotterdam; Mark Rothko viene dalla gelida Russia. Ed ecco che si forma una vera e propria lega, unita con le giovani promesse locali, come Lee Krasner (la moglie di Pollock), Adolph Gottlieb e Ad Reinhardt.

Nessuno di loro riesce a identificarsi con lo stile figurativo e con l’eleganza formale del modernismo americano degli anni Venti. Tutti si appassionano invece a Picasso ed al Surrealismo, anche grazie alle grandi mostre che si tengono a New York nel 1935 e 1936.

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PEGGY GUGGENHEIM

È in questa fase che Pollock inizia la propria scalata verso la maturità, che però arriverebbe ad un punto morto senza la determinante presenza di Peggy Guggenheim, rientrata nel 1942 dall’Europa falcidiata dalla guerra.

Art of this Century, la galleria da lei diretta, ospita le prime personali di Pollock, Motherwell, Hans Hoffman e Mark Rothko. Chiunque vi esponga entra a contatto con importanti critici e direttori di musei. È sempre Peggy ad organizzare altre mostre di Pollock ed a piazzarne le opere, oltre a finanziarlo con un generoso compenso annuale, grazie al quale Pollock può trasferirsi a Long Island, dove la moglie Lee spera di poterlo indurre a bere di meno. Si tratta per Pollock di un senso di rinascita e di liberazione, che si manifesta nelle sue opere, sempre più ritmate in modo euforico, che vengono perfettamente accompagnate da quel senso di speranza che segue la fine della Seconda Guerra Mondiale.

IL DRIPPING E L’ALCOL

A partire da questa fase, ossia circa dal 1947, Pollock cessa di dipingere al cavalletto e comincia a distendere le tele a terra, aggredendole da ogni lato con spruzzi e gocciolamenti di colore: nasce il famoso dripping. I segni che rimangono sulla superficie, alla fine di queste frenetiche danze che ricordano in qualche parte quelle rituali degli Indiani d’America, non rappresentano solo un disegno, ma la traccia dinamica della gestualità dell’artista: per l’appunto, action painting.

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Mentre i riconoscimenti cominciano ad arrivare, però, il rapporto di Pollock con l’alcol si fa sempre più delicato e complesso. Se da un lato cerca di disintossicarsi, dall’altro si rende conto che l’ebbrezza alcolica rappresenta la materia prima della propria arte. Come farne a meno? Sarà una folle corsa in automobile, con l’alcol nel sangue, a troncargli la vita nel 1956, esattamente come accadde negli stessi anni a James Dean.

Una fine improvvisa di due vite per le quali, obiettivamente, era difficile immaginare una maturità, figurarsi una vecchiaia tranquilla.  

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