Pablo Picasso

Pablo Picasso, Pablo Picasso, Rome Guides

PABLO PICASSO – IL MAESTRO DEL NOVECENTO

Alla fine del 2017, una spettacolare mostra combinata fra le Scuderie del Quirinale e Palazzo Barberini (nel cui grandioso salone, affrescato nel XVII secolo dal Pietro da Cortona, venne posizionato il sipario dipinto per Parade, un’immensa tela lunga 17 metri e alta 11) celebrò il genio di Pablo Picasso, a cent’anni di distanza dal suo primo soggiorno a Roma, avvenuto appunto nel 1917.

Palma Bucarelli, celebre Direttrice della galleria Nazionale di Arte Moderna, considerava Picasso (non a torto) l’artista più importante e rappresentativo del XX secolo, tanto da dedicargli nel 1954 una sublime mostra antologica: proprio per questo motivo, la Bucarelli avrebbe tanto voluto poter acquistare Parade per la propria Galleria, ben conscia che il bozzetto del grandioso sipario fosse stato elaborato a Roma, nello studio che Picasso aveva preso in affitto in Via Margutta 53b.

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Picasso, d’altronde, potrebbe essere considerato il più importante e prolifico artista del secolo scorso, e certamente non solo per la particolare ammirazione provata da Palma Bucarelli. Le cronache raccontano che persino sua madre, Maria Picasso, fosse molto fiduciosa circa il futuro del figlio: “Se sceglierai di fare il soldato, diventerai generale. Se sceglierai di essere un monaco, finirai per diventare Papa”. Per sua e nostra fortuna, come era solito svelare sardonicamente lo stesso artista, “ho scelto di fare il pittore e sono diventato Picasso”.

A detta della maggior parte degli storici dell’arte, Picasso non è stato solo l’artista più importante del Novecento: egli ha impresso alla storia dell’arte una svolta epocale, in particolare grazie al capolavoro Guernica, condizionando in modo deciso i grandi artisti italiani del secondo Dopoguerra, con maestri come Renato Guttuso che mettevano in mostra senza pudore l’influenza delle invenzioni di Picasso sulla loro pittura. Come sempre accade, però, c’era sempre qualche voce fuori dal coro, come ad esempio lo scrittore e giornalista toscano Mino Maccari, che causticamente scrisse “Mi rassegno, bisogna accettare Picasso. Bene, datemi l’accetta”.

LA RICCHEZZA DI PICASSO

La febbre su Picasso non è mai diminuita, nemmeno di un grado. Quando la nota marca automobilistica Citroen scelse di utilizzare il nome del grande maestro spagnolo come modello di una delle autovetture prodotte, gli eredi del pittore incassarono venti milioni di dollari. I quadri di Picasso, venduti all’asta da Sotheby’s e Christie’s negli ultimi 40 anni, mostrano prezzi di vendita sempre più alti, in un’inarrestabile progressione: Picasso guida da tempo la classifica degli artisti che producono ogni anno il fatturato maggiore nelle vendite pubbliche.

Quando morì nel 1973, ultranovantenne, era di gran lunga l’artista più ricco del mondo. Riconosciuto ufficialmente come il più prolifico di tutti i tempi anche dal Guinness dei Primati, ha prodotto più di 13.000 fra dipinti e disegni, più di 100.000 tra incisioni e litografie ed almeno trecento sculture. Nel 1976, a tre anni dalla sua morte, gli esperti conclusero che gli eredi di Picasso si sarebbero spartiti opere per un valore di 300 miliardi delle vecchie Lire, senza contare le cinque dimore di proprietà, la sua collezione di quadri di altri artisti, i gioielli ed il denaro presente nei conti bancari: alla fine del conteggio, il totale ammontava circa a 1600 miliardi di lire.

A dispetto delle ovvie e prevedibili controversie legali fra gli eredi, e nonostante la partecipazione dello Stato Francese al lauto banchetto (grazie ad un pagamento delle tasse di successione pari a circa 28 milioni di euro), tutti gli eredi accumularono una vera e propria fortuna.

LA DOPPIA FACCIA DEL MAESTRO

Ricco ma rigidamente comunista, Picasso, tanto da ricevere nel 1950 il premio Stalin per la Pace dalle stesse mani del dittatore sovietico.

Per le sue idee politiche, Picasso aveva già dovuto rinunciare alla cittadinanza francese, che gli era già stata rifiutata nel 1940 a causa delle “sue idee estremiste”. In realtà, come rivelato dai documenti comparsi fuori dopo la morte dell’artista, Picasso era divenuto oggetto di sorveglianza come sospetto anarchico e simpatizzante comunista molto prima di iscriversi al partito; ciò nonostante, egli fu sempre profondamente rispettato in tutto il mondo, anche nell’America profondamente e visceralmente anticomunista.

Tutti consideravano Picasso uno straordinario artista, e perdonavano all’uomo il carattere difficile e gli atteggiamenti complessi e difficili da digerire. Obiettivamente, è possibile affermare che molto spesso Pablo Picasso abbia lasciato un segno indelebile, quasi sempre negativo, sulle persone che gli vivevano accanto. Dopo la sua morte, la sua ricchissima seconda moglie Jacqueline si sparò alla tempia e la sua amante Marie Therese Walter si impiccò. Tre mesi dopo, il nipote Pablito si suicidò inghiottendo una bottiglia di candeggina. Due anni dopo, il primo figlio di Pablo Picasso, Paulo, morì devastato dall’alcol.

Tutto questo viene raccontato da Marina, una delle nipoti dell’artista, che parla in tal senso di “Virus Picasso”: “Quando sento la gente parlare del genio di Picasso, sono tentata di rispondere che egli era sì un genio, ma di crudeltà. La sua creatività si rifletteva in un temperamento sadico, in particolare con le sue donne: le sottometteva alla sua sessualità animalesca, le umiliava, le ingeriva e le sputava frantumate nelle sue tele. Infine, dopo aver passato molte notti ad estrarne l’essenza, quando erano ormai dissanguate se ne sbarazzava”.

Le sue donne, però, non sembravano rendersi conto di tutto ciò, e lo adoravano. Abbandonata dall’artista dopo una relazione di quattro anni, la fotografa Dora Maar (la donna con la lampada di Guernica) lasciò tutti impietriti quando esclamò: “Dopo Picasso c’è solo Dio”.

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L’ARTE COME DIARIO DI VITA

Gli eventi della sua vita hanno segnato in modo indelebile l’arte di Picasso, che è in realtà un diario preciso, puntuale e metodico dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni più private.

Secondo la maggior parte degli esperti, la pittura di Picasso era totalmente autobiografica. Non c’è nessun volto femminile che non sia il ritratto di una donna che egli abbia amato. Per Picasso le donne, le SUE donne, erano semplicemente uno strumento adoperato per esprimere sulle tele le sue ansie, le due paure, i suoi desideri (anche i più inconsci).

Lo stesso Picasso, d’altro canto, lo aveva affermato chiaro e tondo: “non conta ciò che l’artista fa, ma ciò che l’artista è. Cezanne non mi avrebbe mai colpito se avesse vissuto come un puritano. Ciò che cattura la mia attenzione è l’inquietudine di Cezanne, è quella la sua lezione”.

Proprio per seguire i suoi personali turbamenti, Picasso ha continuamente rinnovato il proprio stile, passando dalle poetiche atmosfere del periodo blu al sogno sospeso del periodo rosa, dalla rivoluzione cubista all’emozionante ritorno ad un realismo classico, per approdare infine ad un’evidente contaminazione dei suoi stili precedenti. Era un’inquietudine personale, oltre che professionale. Quando il fotografo britannico Sir Cecil Walter Beaton gli chiese “Mister Picasso, perché cambia il suo stile così spesso?”, il maestro rispose: “Le molte maniere che ho cambiato non devono essere considerate come un’evoluzione o dei gradini verso un ideale sconosciuto di pittura. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per il presente e nel presente”.

L’idea di Picasso che la vera arte vivesse in un eterno presente era condivisa anche dal poeta Apollinaire: “Come Picasso, ho orrore degli artisti che si ripetono. Per me sono come quegli insetti che ricominciano all’infinito, automaticamente, la stessa azione”.

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Picasso dimostrò coerentemente la sua idea di arte come vita, fusa nel tempo presente, per gran parte della sua vita. Basta in tal senso tornare indietro al 1936 quando, nel pieno della Guerra Civile Spagnola, egli accettò la simbolica carica di Direttore del Museo del Prado realizzando il capolavoro della Guernica. In una celebre intervista, Picasso fu molto esplicito: “Cosa credete che sia un artista? Un imbecille che ha solo occhi se è un pittore, solo orecchie se è un musicista, solo versi nel cuore se è un poeta? No. Egli è anche un uomo politico, costantemente sveglio davanti agli avvenimenti del mondo, per quanto dolci o laceranti essi possano essere. La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti, ma è lo strumento di una guerra offensiva e difensiva contro il nemico”.

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Quando mi sono trovato di fronte a quel sipario, nell’immenso salone di Palazzo Barberini, osservando quel balletto senza trama danzato da artisti della domenica intenti solo a catturare l’attenzione dei passanti con atteggiamenti cerimoniosi, ho cercato di leggervi tutta un’ideologia nascosta, ogni singola inquietudine dell’uomo Pablo Picasso. Non è stato facile e, a dire la verità, non ci sono riuscito, perché quello stile di Parade ne nasconde molti altri.

D’altronde, lo stesso Picasso sapeva bene come stordirci a colpi di mutamenti. Lo ammise lui stesso: “Quando ero piccolo, sapevo dipingere come Raffaello. Mi ci è voluta una vita per farlo come i bambini”.

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