La medicina dello sport nell’Antica Roma

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LA MEDICINA DELLO SPORT FRA GRECIA E ROMA ANTICA

La pratica della cosiddetta “medicina dello sport”, ovvero quella strettamente collegata allo svolgimento delle attività sportive era un fenomeno già ampiamente diffuso nell’Antica Grecia. Tale legame era venuto a costituirsi di pari passo con la diffusione delle palestre e dei ginnasi, dove la ginnastica si delineò progressivamente come elemento obbligatorio dell’educazione popolare.

Proprio per questo motivo, nei ginnasi e nelle palestre si affermò ben presto l’esigenza di disporre di un personale esperto, capace di intervenire con urgenza nei casi frequentissimi di traumi, slogature, fratture, lussazioni, contusioni e ferite varie. Alle cure sanitarie vennero preposti i cosiddetti Paidotribai (maestri di ginnastica), i quali si preoccupavano altresì di accrescere metodicamente la resistenza dei loro allievi, adeguando in maniera proporzionata i relativi sforzi fisici alla condizione fisica complessiva.

In realtà queste figure professionali, che erano dunque al tempo stesso massaggiatori, preparatori atletici e medici specializzati nella riduzione delle lussazioni e di altre lesioni ossee e muscolari, erano comunque subordinati ai Gymnastai (Istruttori degli atleti).

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La distinzione fra Gymnastai e Paidotribai venne indicata con grande chiarezza da Galeno di Pergamo, che esercitò la sua professione di medico a Roma nel II secolo d.C. e che pertanto si riferisce alla situazione della città in epoca imperiale: i Paidotribai sarebbero stati esclusivamente depositari delle conoscenze empiriche ed esperti della pratica abituale degli esercizi, mentre l’attività esercitata dai Gymnastai era del tutto affine a quella dei medici. Questi ultimi non si limitavano solo a prescrivere cure alimentari e di mantenimento della condizione fisiche, come corse o specifici regimi alimentari, ma a volta arrivavano anche a consigliare purganti e altri rimedi di natura vegetale.

Alle dipendenze dei Gymnastai c’erano gli Aleiptai (untori e massaggiatori), che erano incaricati di ungere e frizionare i muscoli prima e dopo gli esercizi ginnici. In realtà, spesso l’esperienza accumulata faceva acquisire agli Aleiptai una conoscenza pratica del corpo e delle tecniche che potevano essere applicate per conservare e aumentare la forza degli atleti; le loro funzioni si avvicinavano quindi a quelle dei medici, tanto che col tempo furono chiamati Iatraleiptai (medici specialisti delle unzioni e dei massaggi).

I medici dello sport nell'Antica Roma

I MEDICI DELLO SPORT NELL’ANTICA ROMA

A Roma, il primo medico fautore dell’uso radicale degli esercizi ginnici nella terapia fu Asclepiade, originario di Prusa in Bitinia, ove era nato nel 124 a.C.

Aulo Cornelio Celso, vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., consigliava invece soprattutto di seguire un’adeguata ed equilibrata alimentazione, limitando allo stretto necessario la ginnastica, che considerava come un’attività ausiliaria della medicina. Per chiarezza, Celso non criticava gli esercizi ginnici, che anzi enumerava con precisione (il gioco della palla, la corsa, l’equitazione, il nuoto, la caccia e soprattutto il passeggio), considerandoli tutti utili per il benessere dell’organismo: egli era invece per lo più contrario all’attività agonistica esasperata praticata dagli atleti professionisti.

Filostrato (fine del II secolo d.C.), nel suo trattato sulla ginnastica in cui descrisse le caratteristiche ideali per le varie discipline atletiche, rimproverava invece gli allenatori di non imporre pratiche sufficientemente rigorose, come il bagno nell’acqua gelida dei fiumi di montagna o il dormire sul terreno distesi su pelli di animale. Al contempo, consigliava però cautela nell’allenamento, qualora il clima fosse troppo caldo e umido.

L'opinione di Galeno

L’OPINIONE DI GALENO

Anche il famoso Galeno di Pergamo (II secolo d.C.) era convinto assertore della ginnastica, ma contrapponeva la figura del medico a quella del ginnasta, in quanto solo il primo aveva la piena consapevolezza della vera salute dell’individuo, che era necessariamente subordinata ad un armonico equilibrio psico-fisico. Secondo Galeno, lo sforzo innaturale che i ginnasti e gli atleti procurano al proprio fisico con i loro esercizi era infatti da considerarsi causa di numerose patologie: esse, enumerate dal medico, potevano andare da infortuni lievi ad incidenti fortemente invalidanti, quali paralisi, emorragie, perdita della memoria, ottusità e torpore mentale.

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Per dirla con un’espressione moderna, il patrimonio genetico dell’individuo medio (quello che Galena chiamava in greco “diatesi”) doveva invece presentare caratteristiche molto diverse da quella dell’atleta: lo sviluppo del corpo doveva essere armonico ed equilibrato, senza esagerazioni sugli arti inferiori o superiori, con una muscolatura efficacemente sviluppata in tutte le sue parti. Galeno criticava aspramente il modo di vivere degli atleti professionisti, che sintetizzò brutalmente in questa espressione: «mangiare, bere, dormire, evacuare e rotolarsi nel fango». In poche parole, Galeno paragonava la vita degli atleti della Roma Imperiale a quella dei maiali.

Il racconto di Milone

IL RACCONTO DI MILONE

Lo stesso Galeno affermava che lo sport professionistico fosse indegno di un uomo libero, non solo per il suo carattere venale, ma per il privilegio esclusivo concesso alla cura del corpo rispetto a quella dello spirito. Egli affermava infatti il primato della mente sul corpo, in quanto la prima avrebbe reso gli uomini simili agli dei, mentre il secondo li avrebbe resi simili agli animali (come i maiali di cui sopra).

A riprova della superiorità della mente sulla forza fisica, il grande medico citava spesso l’episodio della morte dell’atleta Milone di Crotone. Milone era un atleta assai famoso per la sua forza fisica: si narrava che da ragazzo, per allenare la sua forza, portasse tutti i giorni un vitello sulle spalle, tanto che con la costanza dei suoi allenamenti quotidiani divenne talmente forte da poter sollevare e portare sulle spalle un toro adulto.

Milone era noto, oltre che per la grande forza, anche per il grande appetito. Pare, infatti, che una volta avesse portato di peso un toro allo stadio, facendo un giro di campo con l’animale sulle spalle: a quel punto, ucciso il toro con un colpo solo, se lo mangiò tutto da solo in meno di un giorno.

Galeno raccontava spesso l’ingloriosa morte di questo atleta che, ormai anziano, si imbattè s’imbatté in un ulivo secolare sacro a Giunone, avente il tronco parzialmente cavo. Milone inserì allora le mani nella fenditura per spezzare in due il tronco in un’ultima dimostrazione di forza ma la dea, adirata da quell’atto sacrilego, lo punì levandogli le forze ed egli vi rimase incastrato, venendo dilaniato dai lupi.

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Le critiche di Galeno

LE CRITICHE DI GALENO

Da alcuni medici Romani, quindi, capitanati dal sommo Galeno, l’attività agonistica era pertanto definita non particolarmente utile ed in alcuni casi persino dannosa. A detta loro, infatti, essa non contribuiva neppure alla bellezza del corpo, sviluppandone in modo disarmonico alcune parti. La forza derivante dagli allenamenti non era neppure considerata utile, perché finalizzata esclusivamente a un’attività agonistica sportiva e non ad altre attività maggiormente degne di un vero uomo, quali l’agricoltura e la guerra.

I violenti attacchi di Galeno all’agonismo professionistico e agli allenatori sportivi si inquadravano, comunque, nell’opinione diffusa presso i Romani e perfettamente sintetizzata da Plutarco, secondo la quale la ginnastica sarebbe stata la causa principale della decadenza dei Greci, avendo provocato oziosità, perdita di tempo, dissolutezza di costumi ed oblio della vera arte della guerra. Per dirla con le parole di Plutarco, “i Greci preferivano essere belli, eleganti e agili, piuttosto che buoni soldati”.

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Le ragioni della polemica galenica contro questi “medici sportivi” potrebbero tuttavia essere ravvisate anche in mere considerazioni di concorrenza professionale, a cui Galeno non era certo estraneo: molti di questi ginnasti si erano infatti inseriti nel campo della medicina dietetica senza possederne, secondo Galeno, conoscenze sufficienti. Le stesse motivazioni di concorrenza, unite all’atteggiamento diffuso tra gli intellettuali verso lo sport professionistico, condussero il medico di Pergamo a ritenere un corretto regime alimentare assai più importante degli esercizi fisici per il benessere fisico e la cura delle malattie.

L’unico esercizio a cui Galeno attribuiva un indiscusso valore terapeutico e privo di controindicazioni era “il gioco della piccola palla”, al quale dedicò un intero seppur breve libro: tale gioco difatti non implicava un eccessivo dispendio di tempo e di energie, favorendo uno sviluppo del corpo armonico e globale e regalando anche benefici effetti sulla respirazione.

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Galeno non fu dunque avversario della pratica ginnica in senso generale, ma solo dell’agonismo portato alle estreme conseguenze, finalizzato al conseguimento della vittoria ad ogni costo, e dunque del superallenamento che, riducendo gli atleti alla stregua di bestie, causava effetti deleteri per la salute.

La posizione di Galeno può oggi essere compresa pensando al fatto che egli aveva esercitato la professione medica anche in una scuola per gladiatori, dove si praticavano esercizi senza alcun riguardo per il corpo, in vista di spettacoli violenti e cruenti che non avevano il minimo rispetto per la vita umana.

La polemica di Galeno è ancor oggi di grande attualità: si pensi alle polemiche più volte scoppiate su vicende di doping e di medicina dello sport “creativa”, al fine di potenziare le capacità dei singoli atleti.

Patologie e traumi

PATOLOGIE E TRAUMI

Relativamente alle patologie, come lesioni e traumi determinati dall’atletismo, non ci sono pervenute molte notizie documentali.

Negli incontri di pugilato erano ovviamente frequenti ferite facciali assai gravi, causate dai micidiali guantoni con rinforzi metallici indossati dai pugili. Tali ferite furono oggetto di derisione da parte degli autori antichi: come esempio per tutti valga quello del pugile Stratofonte, sfottuto in una celebre satira poichè, dopo quattro ore di combattimento, guardandosi allo specchio non riusciva più a riconoscersi.

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Nel pugilato sono documentati solo due casi di morte e di uno di essi si conosce anche la causa: un colpo all’addome, assestato da uno dei contendenti con la mano distesa e le dita puntate, fece penetrare le unghie nella cavità peritoneale con conseguente peritonite.

Il numero maggiore di notizie (anche se non specificamente riferite alla sfera sportiva) riguardanti ferite, contusioni, distorsioni, lussazioni e fratture si trova soprattutto nel trattato di Celso, il quale indicò anche i metodi terapeutici per curarli, descrivendo in particolare gli interventi per la riduzione delle lussazioni.

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Se tale trattato sembra presentare una capacità medica di alto rilievo nell’Impero Romano, a smentire questa tesi ci pensò Quinto di Smirne, poeta epico del IV secolo d.C, che tracciò un quadro dei servizi medici offerti agli atleti ai suoi giorni. Egli descrisse il trattamento di una caviglia distorta con un salasso seguito dall’applicazione di una garza cosparsa di unguento; le ferite di un pugile venivano invece succhiate per detergerle (!), quindi suturate e infine vi si applicavano medicamenti esterni.

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