I moderni Arcimboldeschi

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LA NUOVA ARTE DI GIACOMO BALLA

L’energia elettrica aveva cambiato la vita e le città crescevano a vista d’occhio: la modernità, all’inizio del Novecento, avanzava a grandi passi. Nel 1910, in modo talmente tanto improvviso da dare la sensazione che fosse quasi un fulmine a ciel sereno, il torinese trapiantato a Roma Giacomo Balla si rese conto che una nuova realtà come quella che lo circondava poteva essere espressa soltanto attraverso un linguaggio originale. Siccome però di linguaggi davvero originali non ne conosceva nessuno, scelse di inventarne uno nuovo di zecca, che non si collegava del tutto nemmeno alle scomposizioni cubiste.

Ci mise qualche anno, ma nel 1918 Balla spiegò la filosofia del Futurismo con parole chiarissime: “Qualsiasi negozio di una grande città moderna, con le sue eleganti vetrine, supera nel godimento artistico tutte le tanto decantate esposizioni del passato. Un elettrico ferro da stiro, bianco e metallico, delizia gli occhi meglio di una statuetta di nudo. Una macchinetta per scrivere è più architettonica dei progetti edilizi premiati nelle accademie e nei concorsi”.

Del resto, nel catalogo di una sua mostra personale a Roma, sempre nel 1918 aveva dimostrato di sapere e volere esprimere il proprio pensiero senza alcuna paura o timore reverenziale: “Data l’esistenza della fotografia e della cinematografia, la riproduzione pittorica dal vero non interessa né può interessare più nessuno”.

IL GRANDE RISCHIO

La dichiarazione di Giacomo Balla fu un atto di grande coraggio, perché appena otto anni prima, ossia nel 1910, l’artista si era già fatto notare per la sua speciale e personalissima interpretazione della pittura Divisionista, e da più di una dozzina d’anni esponeva regolarmente paesaggi urbani e ritratti sociali di un’umanità spesso malinconica e dolente. Splendido il Parco dei Daini, esposto alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, fatto di una luce soffice e di grande silenzio naturalistico.

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Al culmine del successo, però, Balla lasciò la via vecchia per la nuova, preferendo ad una quieta sicurezza artistica una strada piena di incognite. È vero che non fu da solo in questa “apertura di sentiero”, ma è necessario comprendere che, mentre i suoi compagni di strada Boccioni e Severini avevano rispettivamente 27 e 26 anni, Balla di anni ne aveva 38 ed era quindi lui ad avere maggiormente da perdere in questa violentissima e repentina inversione artistica.

D’altronde, fino a quel momento Balla si era guadagnato il soprannome di Giacomo il Notturno per la frequenza con la quale rappresentava, con notevole maestria, scene illuminate dalla luce artificiale, risultando in tale tecnica un maestro insuperabile. Ora però le parti si erano rovesciate, ed i nuovi artisti guardavano alle sue tele con un occhio maggiormente critico, spesso rifiutandosi di esporle alle mostre Futuriste: accadde persino alla celebre Lampada ad Arco, folgorante sintesi futurista di un lampione a luce elettrica che, per dirla con una famosa frase di Tommaso Marinetti, “uccide il chiaro di luna”.

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IL PUNTO DI SVOLTA

Poi, tra il 1912 e il 1913, balla realizzò tre quadri che lasciarono tutti senza fiato.

Nel primo, Dinamismo di un cane al guinzaglio, portò il movimento in un dipinto come mai nessuno aveva fatto prima, mettendo in mostra l’influenza della fotografia nella pittura, grazie al vertiginoso taglio dell’inquadratura. La passione per la fotografia gli era stata trasmessa dal padre, e Balla la percepiva come un mezzo modernissimo per cogliere l’essenza stessa della realtà dinamica e non statica.

La Bambina che corre sul balcone segnò un altro passo in avanti, con due ulteriori novità rispetto al dipinto precedente: il movimento occupava ormai tutto il quadro e lo sfondo con la ringhiera si compenetrava nella figura.

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Sarà però con la serie Velocità che Balla si tufferà di testa nell’astrazione pura, con i corpi in movimento a seguire traiettorie molteplici, mentre lo spazio circostante si disgrega assieme al soggetto del quadro. In una delle opere esposte alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, Espansione Dinamica + Velocità, il movimento non è più identificato con un oggetto naturale, ma da uno artificiale, come una macchina rombante.

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Nel giro di un biennio Giacomo Balla trovò quindi il modo di descrivere il mondo moderno sia nello stile che nella scelta dei soggetti. Molti anni dopo, in un appunto autobiografico (in cui parlava di sé in terza persona), l’artista rievocò quel periodo così rivoluzionario: “Siamo nel 1913. La celebrità di Balla è sicura, la cosiddetta posizione è fatta, ma l’audacissimo e temerario pittore sente i nostri tempi in evoluzione. Non bisognava fermarsi. Rinnovarsi, agire, non continuare nella tradizione ma sorpassarla, e realizzare quell’arte che definisse l’espressione vera di un popolo e lasciasse l’impronta di un’epoca. Datosi uno sguardo d’attorno, vide vivissimi, audacissimi e ribelli, abbandonati da soli fra le folle assonnate e l’indifferenza, Marinetti, Boccioni e Severini, e con loro unitosi incominciò il nuovo tormento, la nuova lotta”.

L’EUFORIA DELLA BIFORCAZIONE

Balla, però, sentiva anche questo sentiero come una strada senza uscita.

Disegnando vestiti, scenografie e costumi teatrali, realizzando mobili e oggetti d’arredamento, balla andò oltre i propri compagni di strada, superandoli in velocità, ed inventò un’arte totale e multidisciplinare, che differentemente dal Cubismo coinvolgeva anche il costume e la vita quotidiana in tutti i suoi aspetti. Boccioni, nel vedere quel compagno allontanarsi così tanto dal gruppo come un ciclista in fuga, scrisse che “Balla è ormai giunto a un punto in cui è difficile che altri si trovino oggi in Europa”.

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Nel 1915, lo stesso ormai euforico Balla aveva descritto la sua ricerca nel manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo”: “Noi futuristi vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo assieme secondo i capricci della nostra ispirazione”.

Furono anni effervescenti, ma la spinta propulsiva dell’entusiasmo pian piano si esaurì. All’inizio degli anni Trenta, con l’emergere di una nuova generazione di Futuristi che a Balla non piaceva affatto, l’artista tornò nuovamente alla pittura figurativa, distillando sorprese ancora per un ventennio. Eppure, almeno a parole, il distacco dal passato sperimentale suonò quasi come un’abiura: “Nella convinzione che l’arte pura è assoluto realismo, senza il quale si cade nelle forme decorative ornamentali, ho ripreso la mia arte di prima, interpretazione della realtà nuda e sana, che attraverso la spontanea sensibilità dell’artista è sempre infinitamente nuova e convincente”.

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Un grande artista, però, è un insieme poliedrico di sfaccettature. Per questo, negli ultimi anni, vecchio e malato, dopo aver ricevuto una medaglia d’oro al merito dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, Balla si emozionò di nuovo nella riscoperta dei suoi capolavori futuristi da parte dei collezionisti e dei grandi musei internazionali: “Sono contento, ma a dir la verità anche un po’ stupito, di tirare fuori le vecchie tele futuriste che avevo messo da parte quasi trent’anni fa. Credevo che fossero cose che riguardassero soltanto la mia intimità di artista. Scopro solo oggi, con un pizzico di orgoglioso imbarazzo, che riguardano anche la storia”.

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