Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani, Amedeo Modigliani, Rome Guides

IL MONDO ANTICO DI AMEDEO MODIGLIANI

Un dolore spaventoso annientò sul nascere la carriera dello scultore trentenne Amedeo Clemente Modigliani, che aveva appena trovato la sua forma.

Sono tornato alla pittura, e i quadri si vendono. È abbastanza”, scriveva alla madre nel 1915. La stessa madre che, nel 1895, quando lui aveva appena undici anni, in una lettera vergava le seguenti parole profetiche: “Dedo (Amedeo) ebbe una grave pleurite, e non mi sono ancora rimessa dalla paura. Le sue maniere sono quelle di un bambino viziato che non manca d’intelligenza. Chissà cosa c’è in questa crisalide. Forse un artista?”.

Il messaggio inviato alla madre non sembrò un grido di disperazione: dopo anni di vagabondaggio disperato, da Livorno alla Francia e da Parigi a Venezia, confortato solo dall’intelligente stima del medico collezionista Paul Alexandre, Amedeo Modigliani cominciava ad essere conosciuto e a vendere i suoi ritratti. Si trattava di opere allo stesso tempo romantiche e leggendarie, raffiguranti la Parigi artistica di quegli anni, quella di Kisling e Apollinaire, ma soprattutto delle coraggiose donne che in quel mondo si avventuravano, indipendentemente che fossero modelle, intellettuali o studentesse d’arte.

DONNE E VIZI

Quando Modigliani scrisse alla madre quelle parole, il suo cuore era temporaneamente occupato dalla poetessa e giornalista Beatrice Hastings, con cui visse due anni tormentati che portarono alla crisi del rapporto. Dopo un breve interludio, fu la volta della dolce Jeanne Hétuberne, che per Modigliani annientò dapprima una possibile promettente carriera di pittrice e poi la sua stessa vita, quando all’ottavo mese di gravidanza si gettò dal quinto piano due giorni dopo il decesso di Modigliani.

Per lui, alcol e droga erano al contempo fattori stimolanti della creatività ed un anestetico contro i problemi di un fisico fragile, afflitto dalla tubercolosi fin dall’infanzia, che avrebbe preteso cure e riguardi. Erano ciò che, dal 1914 al 1920, anno della sua morte, lo aiutavano a dimenticare la sua impossibilità di aprire la porta di quell’universo artistico che era riuscito ad intravedere solo dal buco della serratura.

Modigliani non poteva fare lo scultore: la salute glielo impediva. Prima di ammetterlo a se stesso, provò ad ignorare il problema, scalpellando legno e pietra con tutta la passione di cui fosse capace, inalando polvere e finendo più volte in ospedale, preda di violentissime crisi respiratorie.

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Fu durante una convalescenza per i suoi disturbi polmonari, nel 1901, che questo rampollo di una famiglia livornese dell’alta borghesia scoprì la vocazione per l’arte, decidendo di lasciare il liceo. Cominciato come un viaggio di salute in climi più dolci (Napoli, Capri, Amalfi), il suo percorso si focalizzò progressivamente sull’arte, fra Roma e Venezia. Fu in questa fase che emerse la sua vocazione di artista, e precisamente quella di scultore.

LA PARIGI DI MODIGLIANI

All’arrivo a Parigi scoprì Cezanne, grazie alla retrospettiva postuma che gli venne dedicata nel 1906. Il resto lo fecero l’ispirazione del Picasso cubista, la magica vicinanza dello scultore rumeno Brancusi e soprattutto i mesi estivi a Pietrasanta, dove il ricordo dei marmi di Michelangelo Buonarroti aleggiava ancora distintamente nell’aria. La sua vita a Parigi fu però di una povertà disperata: viveva del poco che l’affettuosa famiglia gli inviava e, dal 1907, dell’aiuto di Paul Alexandre.

Intanto, in quel di Parigi, stava prendendo forma l’arte del nuovo secolo, con Cubismo e Futurismo in prima linea. Modigliani, però, nel 1909 si rifiutò di firmare il manifesto del Futurismo: forse a ragione, poiché il nostro Amedeo sentiva in fondo di non appartenere a quella rivoluzione. I ritmi del mondo moderno non facevano per lui, più vicino a Picasso (ma non del tutto): Modigliani amava i ritmi lenti dell’arte africana, nella forma levigata e classica della scultura della Costa d’Avorio, con quelle Veneri d’ebano caratterizzate da uno stilizzato allungamento, coi minuscoli seni appuntiti e le alte fronti tondeggianti. Nella sua testa, esse non erano meno classiche e formali delle Madonne senesi del Trecento.

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I RITRATTI

Con l’Europa sul baratro della guerra, tra il 1911 e il 1914 progettò il ciclo delle Cariatidi, legato ad un’atavica femminilità scultorea sebbene esso consistesse di acquerelli, disegni e tele. Sono sculture dipinte. Erano idoli stilizzati, eretti e inginocchiati, con le braccia alzate come a sorreggere qualcosa.

Altro che Futurismo: mentre Balla e Boccioni sposavano l’idea di un mondo in evoluzione e si arruolavano con entusiasmo un po’ delirante per andare in guerra, Modigliani correva a farsi riformare, sognando un’evasione degna dei panorami di Paul Gauguin. Ed è a quel punto, proprio in quel momento che, dopo l’ennesimo attacco di febbri, Modigliani si rese conto che la via della scultura gli era preclusa.

Non importa, dipingerò ritratti” si disse fra sé e sé, aiutandosi con mirabili sbronze. Un nuovo amico, il polacco Leopold Zborowski, iniziò ad affaccendarsi attorno a lui, vendendone il lavoro: il Ritratto di sua moglie Hanka (Anna) è una delle opere più importanti della Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma. 

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Le Cariatidi si materializzarono sulle tele, perdendo il carattere ieratico per diventare dei nudi femminili reali ed ammiccanti, così invitanti da destare scandalo in una Parigi pur abituata alle provocazioni dell’arte. Poi, Modigliani si mise a dipingere le persone intorno a lui: uomini, donne e bambini, cercando di ritrovare nei loro volti quell’incontro di linee rette e curve, quegli allungamenti e quelle rotondità che aveva sognato in scultura e realizzato in alcuni esemplari.

Nei dipinti di Modigliani affiora la nostalgia della scultura: gli occhi vuoti fanno sentire lo spettatore di fronte ad una maschera, con i nasi intagliati nel cavo del volto.

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UN SUCCESSO TARDIVO

La fatica di Modigliani gli regalò il successo: nel dicembre 1918, Paul Guillame organizzò nella sua galleria una prestigiosa mostra, proponendo le opere di Modigliani assieme a quelle di Picasso e Matisse. Ormai, però, era tardi: la salute dell’artista non resse. All’inizio del 1920 dipinse sulla tavolozza il proprio autoritratto, che fu il suo ultimo lavoro: il 22 gennaio venne ricoverato all’ospedale per una meningite tubercolare, che due giorni dopo lo portò alla morte senza mai fargli riprendere conoscenza.

Il 27 gennaio, Modigliani venne sepolto come un principe al cimitero del Père-Lachaise, tra una folla di amici. Nel giro di pochi anni, la sua formula figurativa iniziò a dilagare ovunque, dalla moda alla grafica, una sinfonia geometrica di dolci linee curve e rigidi tratti spezzati, rappresentando una perfetta profezia della musica di quegli anni, fatta di ritmi sospesi e frammentari.

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