L’erotismo e la fuga di Giulio Romano

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GIULIO ROMANO A ROMA

A Giulio Romano la città natale ha in fondo dedicato ben poco: una semplice via nel Quartiere Flaminio, in fila con numerosi altri pittori piazzati nella medesima area dalla toponomastica comunale. Non c’è nient’altro che, a livello di nome, lo ricordi nella Capitale: non una scuola, non un monumento, non una lapide commemorativa per Giulio Pippi de’ Jannuzzi, nato a Roma attorno al 1499 e cresciuto alla Scuola di Raffaello Sanzio dal 1515 al 1520, anno della morte dell’Urbinate. Sarà lui a portare a termine gran parte delle opere lasciate incompiute dal suo Maestro, svincolandosi lentamente ma inesorabilmente da una piatta imitazione raffaellesca fino ad affermarsi definitivamente al servizio dei Gonzaga di Mantova, divenendone l’artista prediletto negli ultimi 22 anni di vita.

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Tra l’altro, Giulio Romano aveva già una “sua” strada, ben prima che il suo nome comparisse nel Quartiere Flaminio: era un tratto di Via Macel de’ Corvi, non distante da Palazzetto Venezia, e gli era stata dedicata perché su quel tratto di strada c’era la sua casa, che purtroppo venne demolita per la costruzione del monumento di Vittorio Emanuele II, assieme alla lapide commemorativa posta appena pochi anni prima dal Comune di Roma: “Il Principe dei discepoli di Raffaello /Giulio Pippi detto Giulio Romano / in questa casa del padre / nasceva l’anno 1492 / SPQR 1872”. Trascurando l’inesatto anno di nascita, oggi quasi unanimemente considerato il 1499, l’abbattimento della casa e della lapide significò la cancellazione della memoria di Giulio Romano dalla sua città natale.

È basandosi su un acquerello di Ettore Roesler Franz e su una serie di disegni cinquecenteschi che è stato possibile ricostruire, almeno a grandi linee, la facciata e lo stile architettonico di questo edificio: l’impresa venne compiuta nel 1989 dalla Harvard University, i cui studenti realizzarono un perfetto plastico in legno a grandezza naturale. Lo scopo non era quello di riprodurre con fedeltà il capolavoro perduto, ma quello di testimoniare le capacità di Giulio Romano come architetto, dal momento che lo stesso artista aveva provveduto a restaurare personalmente la casa: riprendendo direttamente le indicazioni della Harvard University, “egli sfruttò le potenzialità del sito, applicando a quella che in origine era solo una modesta casa con bottega, un portale massiccio con possenti colonne, creando una mirabile scenografia rinascimentale e restringendo la veduta prospettica, chiusa poco più lontano dalla Colonna Traiana”.

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LE ARCHITETTURE DI GIULIO ROMANO A ROMA

La memoria di Giulio Romano, però, sembra affievolita anche nell’ambito delle sue creazioni architettoniche romane, che sembrano aver dimenticato la paternità del loro illustre autore. Modificazioni, restauri e ampliamenti hanno ad esempio determinato lo stravolgimento del progetto originario di Villa Madama, alla quale Giulio Romano lavorò dopo la morte di Raffaello, apportando modifiche alla facciata, ai giardini ed al cortile semicircolare: quello che oggi si vede nella Villa corrisponde solo in mina parte al progetto di Raffaello su cui Giulio Romano mise mano, anche se la cosiddetta “Grande Sala di Giulio Romano”, affacciata a valle, ancor oggi conserva la decorazione originaria.

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Stessa sorte toccò all’altra villa, Villa Lante, deformata dalle modifiche ottocentesche di Giuseppe Valadier e di Luigi Canina: dalla costruzione dei due pilastri laterali alla facciata alla doppia rampa che ricoprì in parte il basamento della facciata stessa, interventi sempre più invasivi alterarono le proporzioni originarie.

La stessa sorte sarebbe toccata anche ai palazzi, progettati o costruiti da Giulio Romano. Palazzo Adimari Salviati, ad esempio, posto su Via della Lungara, prima opera autografa dell’artista, venne radicalmente trasformato nella metà del XVI secolo da Nanni di Baccio Bigio, che cancellò parecchi dinamici elementi architettonici elaborati dal suo predecessore. Lo stesso vale, purtroppo per Giulio Romano, per Palazzo Stati Maccarani nei pressi di Sant’Eustachio, considerato il capolavoro architettonico romano di Giulio, che anticipò qui alcune idee che verranno poi riproposte con successo nel mantovano Palazzo Te: pur pensandosi totalmente realizzato dal nostro artista, circa quaranta anni fa sono venute alla luce una serie di iscrizioni con la data del 1529 incisa su un timpano del piano nobile, dettaglio che (considerato che Giulio Romano abbandonò Roma nel 1524) fa capire come l’artista abbia progettato il palazzo, ma non lo abbia interamente costruito di sua mano.

LE PITTURE DI GIULIO ROMANO A ROMA

Come pittore, a Roma, Giulio Romano è stato purtroppo offuscato dal proprio Maestro, Raffaello Sanzio. Nella pittura ad affresco progettata negli anni dal Sanzio non è semplice distinguere i singoli stili individuali degli aiuti del grande pittore: dalle Stanze Vaticane alle Logge, dalle decorazioni di Villa Farnesina fino a quelle di Villa Madama, non è sempre semplice distinguere fra loro le singole pitture, sia come ideazione che come esecuzione. Persino negli affreschi della Sala di Costantino, realizzata nella stragrande maggioranza dopo la morte di Raffaello Sanzio (non totalmente, a voler dare credito alla recentissima tesi che vedrebbe il Maestro essere riuscito a dipingere una piccola porzione della sala, ossia le Allegorie della Giustizia e dell’Amicizia), anche l’opera certamente attribuibile alla mano di Giulio Romano, ossia La Battaglia di Costantino, sembra essere stata dipinta seguendo pedissequamente il modello predisposto da Raffaello, trasferendo sulla parete i singoli dettagli artistici minuziosamente dettagliati dal Maestro.

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È negli oli su tavola che Giulio Romano, pur continuando a risiedere a Roma, inizia finalmente ad affermare la propria personalità artistica e a discostarsi dal proprio precettore. Rispetto al Sanzio, Giulio Romano diventa più possente, schiacciando le distanze ed abolendo le profondità, collocando i corpi in una massa spesso avvolgente, non rispettosa delle giuste proporzioni. Le differenze si riscontrano sia nei ritratti di nobildonne, come la Giovanna d’Aragona conservata al Louvre, che regala una sensazione più profana e sensuale rispetto alle dame di Raffaello, sia nelle sue Madonne, con l’atmosfera casalinga e tutt’altro che mistica della Madonna della Gatta (al Museo di Capodimonte) e con la luce smorta e sensuale della Madonna Hertz, esposta a Palazzo Barberini, in cui la nudità palpitante del Bambino spicca sul manto scuro della Madre.

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Ci sarebbe un’altra opera di Giulio Romano da esaminare, ma in questo caso l’analisi deve necessariamente essere molto più approfondita. Ne I due amanti, oggi conservato all’Ermitage, Giulio dipinge un’opera straordinariamente erotica, dando prova di un talento inaspettato che, purtroppo gli causerà parecchi problemi. La domanda che sorge spontanea, infatti, è perché mai il nostro artista abbia scelto di abbandonare la natia Roma nel 1524, nel pieno della maturità, invece di lavorare per affermarsi all’interno della Città dei Papi, che già tante soddisfazioni artistiche (seppur in qualche caso indirettamente) gli aveva regalato.

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Perché, come fa intuire Giorgio Vasari nelle sue opere, Giulio Romano venne sottoposto ad una così improvvisa emarginazione, tanto da essere costretto ad una frettolosa partenza verso altri lidi?

Perché organizzare una “improvvisa partenza” da quella città dove i pontefici Leone X, Adriano VI e Clemente VII avevano fino ad allora agevolato in tutti i modi la sua prestigiosa affermazione, affidandogli la prosecuzione dei lavori iniziati da Raffaello e facendogli guadagnare una posizione d’eccellenza presso la più eletta committenza romana?

Diciamoci la verità: quella di Giulio Romano sembra sostanzialmente una vera e propria fuga. Ma da cosa?

I MOTIVI DELLA FUGA DA ROMA

Purtroppo per lui, nella primavera del 1524, Giulio Romano compie una “leggerezza artistica” che i puritani pontefici romani non si sarebbero mai aspettati da lui, devoto allievo della Scuola di Raffaello. Giulio Romano disegna infatti una sequenza di sedici coppie, intente a far l’amore nelle più svariate posizioni: la serie viene intitolata I modi, poiché essa si articola in sedici differenti modalità di amplesso.

Fino a qui, non sembra esserci nulla di (troppo) scandaloso: tali disegni potrebbero essere considerate nulla più che prove d’autore, scaturite dalla fertile e prodigiosa inventiva di un artista ormai maturo e conscio della propria abilità. D’altronde, come già dimostrato nel quadro esposto all’Ermitage, Giulio Romano amava rappresentare una vera e propria rassegna di figure in differenti posizioni ginniche e anatomiche, con un’imponenza manieristica di grande effetto.

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L’errore che Giulio Romano compie è però quello di permettere all’amico Marcantonio Raimondi di realizzare delle incisioni di tali scene erotiche: la pubblicazione di tali lavori ha immediatamente una vastissima diffusione, provocando scompiglio nella bigotta Roma papalina. La situazione diventa in breve tempo drammatica. Raimondi viene arrestato su ordine del Datario Pontificio, e gira voce che Papa Clemente VII sia talmente tanto furioso da poter far ricadere la propria ira anche sull’autore dei disegni: Giulio Romano, che vede inesorabilmente avvicinarsi il carcere, inizia a tremare. Qualche santo (o forse lo stesso Datario Pontificio, che vorrebbe affidargli un’importante commissione), però, lo protegge: il suo nome viene archiviato, mentre in fretta e furia i disegni originali vengono distrutti.

La situazione però, se possibile, peggiora ancor di più. Pietro Aretino, infatti, esercita assieme ad altri artisti la propria influenza su Papa Clemente VII, ottenendo la scarcerazione del Raimondi. Siccome il pontefice, però, maltratta Pietro Aretino durante l’udienza, quest’ultimo scrive e pubblica Sedici sonetti lussuriosi, ciascuno dei quali legato ad una specifica illustrazione di Giulio Romano, facendo uscire (per così dire…) dei disegni completi di didascalie.

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Lo scandalo scoppia fra tuoni e fulmini papali: l’Aretino scappa immediatamente da Roma, ed anche se il Papa gli concede di tornare promettendogli il perdono, il clima resta molto teso, fino a peggiorare ulteriormente quando, a fine luglio, un sicario cerca di attentare alla vita di Pietro Aretino, forse proprio su commissione papale.

L’aria si è fatta ormai irrespirabile, e nell’autunno del 1524 Giulio Romano decide di non indugiare oltre e abbandona Roma. Forse è una fuga, ma l’artista sa bene dove dirigersi: da un anno, infatti, i Gonzaga lo corteggiano, tramite l’ambasciatore mantovano Baldassarre Castiglione, che gli ha prospettato grandi progetti ed opere importanti. Ricevuto un anticipo per le spese di viaggio, l’artista ripara quindi a Mantova, dove resterà fino alla morte compiendo straordinari lavori di architettura e pittura, primo fra tutti la superba Sala dei Giganti.

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Qual è, nel frattempo, la sorte dei Modi di Giulio Romano, ormai inscindibilmente legati ai sonetti di Pietro Aretino? Secondo la documentazione, la prima edizione della collezione completa sarebbe stata stampata a Venezia nel 1556, quando ormai l’autore dei disegni era deceduto da una decina di anni. In seguito, comparve qualche stampa clandestina ed una serie di xilografie ben distanti dalle incisioni originali.

Quel che è certo è che, anche se il destino sembrò accanirsi contro Giulio Pippi in quel convulso 1524, una fuga abbastanza precipitosa persino al nostro artista di scrollarsi di dosso l’etichetta di “pupillo di Raffaello”, permettendogli di potersi esprimere liberamente danzo sfogo al suo “genio licenzioso”, come lo ha definito lo storico dell’arte Ernst Gombrich. Giulio Romano, in fondo, voleva solo staccarsi dalle proprie radici artistiche, che lo avevano al contempo esaltato ed incatenato. Desiderava forse che Roma, la sua Roma, lo dimenticasse; e la Città Eterna, che sa soddisfare ogni desiderio, lo ha accontentato, lasciando che solo il Quartiere Flaminio tenesse memoria del suo nome.

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