La figura di Nerone

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LA FIGURA DI NERONE

Quando i libri non si accaniscono contro di lui definendolo un mostro, nella migliore delle ipotesi l’imperatore Nerone viene evidentemente raffigurato come una persona mentalmente squilibrata.

Tutto ciò è assolutamente normale, considerando che la conoscenza di tale figura avviene attraverso tre storici che gli sono stati decisamente ostili: Tacito, Svetonio e Dione Cassio.

Tacito piazza sulle labbra di Nerone straordinarie battute, raccontando la breve vita del figlio di Agrippina Minore come se fosse stata tutto un susseguirsi di colpi di scena, ma in realtà la prima nota di colore fu che Nerone subì la calamità di ascendere al soglio imperiale quando aveva appena diciassette anni.

L’INFANZIA DI NERONE

Proviamo a fare un piccolo passo indietro, rievocandone la disordinata infanzia. Trucidato l’Imperatore Caligola e uccisa la moglie Cesonia sbattendole la testa contro il muro, Claudio (definito dalla sua stessa madre Antonia come “un vero aborto”) fu proclamato Augusto. Il giovane Domizio (non ancora Nerone), lasciato in affidamento dalla madre Agrippina (che era stata esiliata dall’ormai folle Caligola) a sua zia Domizia Lepida, era stato affidato da quest’ultima alle cure pedagogiche di un ballerino e di un barbiere che probabilmente turbarono la sua giovane sessualità con le loro tendenze ed i loro atteggiamenti. In quell’ambiente permissivo e morbido, Domizio trascorse i suoi giorni di giovinetto sognando forse spettacoli e canzoni: quel che è certo, è che all’impero egli non ci pensasse affatto.

All’impero pensava eccome, invece, l’esiliata Agrippina che, appena richiamata dall’esilio dallo zio Claudio, subito incominciò a tessere le sue trame.

Nerone nacque ad Anzio il 15 dicembre del 37 d.C. nella bella Villa dei Domizi, placidamente affacciata sul mare. Suo padre Gneo Domizio Enobarbo era, per dirla con una certa schiettezza, una vera carogna: non solo era rinomato per essere un truffatore ed un attaccabrighe, ma se la intendeva con la sorella Domizia Lepida. I rapporti fra lui ed Agrippina erano quantomeno irrispettosi, con picchi ai limiti della vergogna: quando gli portarono la notizia che sua moglie aveva partorito un figlio maschio, infatti, si limitò a commentare “Poco me ne importa. D’altronde, che volete che nasca da me e da Giulia Agrippina se non un mostro?”.

AGRIPPINA E MESSALINA

Quanto ad Agrippina, invece, i desideri per il proprio figlio erano tutt’altro che modesti. Si raccontava che, dopo aver convocato presso di sé una veggente al fine di predire il futuro di suo figlio, ricevette come esito della veggenza il vaticinio secondo cui, se quel roseo fagottino fosse giunto al trono, lei sarebbe stata uccisa proprio per ordine di lui. A quel punto, con grande orgoglio ed un pizzico di masochismo, Agrippina rispose “Che mi uccida, purché regni”.

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Naturalmente, appena tornata a Roma dallo squallore dell’esilio, Agrippina si riprese il pargolo e incominciò per gratitudine a colmare di gentilezze lo zio Claudio che l’aveva liberata. Fu una dimostrazione di affetto talmente palese che la moglie Valeria Messalina, che aveva immediatamente indovinato le mire della sua rivale, pensò subito di far fuori il bambino che avrebbe potuto insidiare il trono al suo figliolo Britannico. Due sicari scalarono le mura della villa di Anzio, penetrarono nella camera dove dormiva il piccolo Domizio e sollevarono i propri pugnali: lo avrebbero certamente fatto fuori, se improvvisamente un serpente non fosse sbucato da sotto il cuscino della culla. Impossibile sapere se sia solo una leggenda, o davvero un serpente addomesticato posto a guardia del bambino dalla madre furba: quel che è certo è che, secondo i resoconti dell’epoca, Nerone portò per molti anni con sè, montata in un bracciale d’oro, una pelle di serpente.

Messalina era scaltra, ma un piccolo difettuccio le fece commettere un passo falso. La donna, di provocante bellezza, cornificava abbondantemente il marito; è vero che quest’ultimo, a sua volta, si rifaceva sia con giovani danzatrici dalle forme armoniose che con più mature prostitute, ma Messalina andò oltre, frequentando di nascosto con nome finto (Licisca) e parrucca bionda i bordelli della Suburra alla ricerca di emozioni forti.

L’errore grande di Messalina fu quello di innamorarsi veramente di uno dei suoi amanti, Gaio Silio. Messalina lo costrinse ad abbandonare la moglie, lo volle tutto per sé e quello si montò la testa pensando all’impero. Era il momento tanto atteso da Agrippina, che non si fece pregare: con l’aiuto di tre fidati consiglieri di Claudio (Callisto, Narcisso e Pallante), approfittando del fatto che l’Imperatore si trovasse al momento ad Ostia, decisero che Messalina sarebbe dovuta morire.

Fecero comunicare a Claudio, agghindando la notizia con particolari esagerati ed inventati, che sua moglie era impazzita d’amore e, nella sua ebbrezza sentimentale, stava contraendo nuove nozze con Silio. I tre liberti costrinsero Claudio a salire sul carro per tornare presto al Palatino, ma lo videro dubbioso e riluttante: a quel punto, conoscendo il suo debole per il buon vino, lo fecero sbronzare, facendolo addormentare. Quando giunse a palazzo, Messalina ed il suo amante erano già morti. D’altronde, forse, se Claudio avesse rivisto sua moglie, seguendo il suo buon cuore, l’avrebbe anche perdonata: Tito Livio ne lodava la grande cultura, affermando come l’Imperatore conoscesse persino l’etrusco, e sapeva che era d’animo nobile.

LE MANOVRE POLITICHE

Per Agrippina iniziò il tempo delle grandi manovre. Domizio, d’altronde, aveva ormai undici anni: era simpatico, di aspetto gradevole, con la carnagione pallida ed i capelli rossicci.

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In occasione dei festeggiamenti per gli ottocento anni di Roma, Britannico e Domizio si presentarono insieme al pubblico per un’esibizione a cavallo: secondo le cronache, mentre Domizio fu applaudito da tutti gli spalti del Circo Massimo, il pallido e malaticcio Britannico, sofferente di attacchi epilettici, fu salutato da un magro applauso di cortesia, dettaglio che certo non sfuggì allo sguardo attento di Claudio.

Si fece immediatamente a gara per offrire una moglie al vedovo più ambito di Roma, ma fra tutte ebbe la meglio Agrippina, che poteva recarsi a trovarlo in camera da letto alle prime luci dell’alba. Claudio aveva un debole per le donne, e lo sapevano tutti: per questo non ci furono tensioni o discussioni in Senato quando si decretò che fosse abolita la legge che impediva le nozze fra gli zii, le zie, i nipoti e le nipoti. Agrippina soddisfò i suoi desideri e ascese alla casa imperiale del Palatino.

IL MATRIMONIO COMBINATO

Nell’anno 49 d.C. il dodicenne Nerone fu fidanzato dalla madre alla figlia di Claudio e Messalina, Ottavia, che sembra avesse due anni di meno e, quanto a bellezza, lasciasse molto a desiderare. Il 25 febbraio dell’anno successivo l’imperatore Claudio adottò Nerone, firmando inconsapevolmente la propria condanna a morte. Nell’anno 53 Lucio Domizio Enobarbo, ovvero dalla barba di rame, diventato per adozione Tiberio Claudio Nerone (Nero era il dio della guerra venerato al tempo dei Sabini, ma è parola che ha anche il significato di “generoso”), si unisce in matrimonio con la sventurata Ottavia.

Nerone, però, non avrà alcun rapporto coniugale con lei. Secondo una leggenda probabilmente esagerata, e quindi falsa, Agrippina se ne preoccupò a tal punto da cercare di ravvivare personalmente la deviata sessualità del figlio, inducendolo all’incesto. Iniziano qui quelle maldicenze degli storici che i difensori di Neroni adopereranno per definirlo ingiustamente calunniato, adducendo svariati argomenti in loro difesa.

DA SENECA AD ATTE

Affinché Nerone abbia un buon maestro, vien fatto richiamare dall’esilio il filosofo Seneca, maestro di stoicismo tenuto in grande onore dai Romani e che quindi, di riflesso, può giovare parecchio al buon nome del figlio. Anche il precettore divenne quindi un fedele alleato dell’Imperatrice (che si era già fatta amico Burro, il capo dei Pretoriani), che ormai vedeva un unico ostacolo fra sé e la conquista del potere assoluto: il suo povero marito Claudio, la cui vita verrà troncata dall’ingestione di un piatto di funghi avvelenati il 12 ottobre del 54 d.C.

Mentre si scioglieva in lacrime abbracciando gli orfani Ottavia e Britannico, tenendoli ben chiusi a doppia mandata nel palazzo, la neo padrona di Roma cominciò a distribuire grandi quantità di oro ai Pretoriani, che acclamarono prontamente Nerone imperatore.

I giochi di Agrippina sembrarono fatti: il giovane principe, infatti, sarebbe stato un docile strumento nelle sue mani. È a questo punto della storia, però, che si affacciò un personaggio misterioso: Atte, probabilmente una liberta greca al servizio di Ottavia. Nerone prese una solenne sbandata per lei, che doveva essere decisamente un’esperta dell’ars amandi e che al contempo era tanto docile e comprensiva quando Agrippina era forte e autoritaria. Nerone pensò addirittura di lasciare Ottavia, accusandola di sterilità (sebbene non si capisca come sarebbe potuta restare incinta, considerato che il marito disertava il letto coniugale), per sposare Atte.

Agrippina fu preda di una furia cieca, e cominciò a perdere il controllo delle sue stesse azioni. Durante il ricevimento di una delegazione dei Parti, Agrippina, invece di starsene come al solito dietro le tende a limitarsi ad origliare, avanzò fra lo stupore di tutti verso gli ambasciatori: dovette intervenire prontamente Seneca, che suggerì all’orecchio del suo allievo di fingere di abbracciare teneramente la madre e di allontanarla dall’aula delle udienze. Nerone seguì il consiglio, ma dopo questo accadimento tutta Roma si rese ormai conto di avere non un imperatore, ma una donna a comandare.

UN NERONE SENTIMENTALE

Il giovane Nerone aveva una buona fama, in particolare per merito di Seneca. Era considerato compassionevole e tutt’altro che sanguinario. Secondo le cronache una volta, dovendo firmare una condanna a morte, esclamò: “Come vorrei non saper scrivere”. Il popolo romano amava il sangue, i combattimenti, le venationes, le corse dei carri, mentre Nerone preferiva di gran lunga il teatro e la pantomima, sebbene talvolta si dilettasse a cimentarsi anche come auriga, passione per cui fece rinnovare anche il Circo di Caligola sul colle Vaticano.  

Nel suo amore per la poesia e per il canto (i pareri sulla qualità dei suoi versi e della sua voce furono sempre assai discordi), gli eccessi di Nerone iniziavano a far dubitare le persone che maggiormente gli erano accanto: l’Imperatore cominciò a prestare un’attenzione maniacale alle sue corde vocali e a riempire le sue ore vuote abbandonandosi alle orge più sfrenate. Secondo alcuni dei suoi detrattori, Nerone amava farsi rinchiudere, coperto da pelli d’animali, in una gabbia, con tutt’attorno baldi pretoriani e robusti liberti legati nudi alle colonne; a quel punto, uscito dalla gabbia, si strusciava sugli inguini delle sue prede diventando infine preda a sua volta quando, emettendo grida di piacere, si abbandonava al preferito della serata.

LA MORTE DI AGRIPPINA

Agrippina, che si sentì messa da parte e che era preoccupata per le tendenze del figlio, cercò di suscitare la gelosia di Nerone e di intimorirlo, mettendosi a vezzeggiare Britannico: poche settimane dopo si sparse la voce che lo stesso Nerone avesse fatto avvelenare il proprio rivale durante un banchetto pubblico. La dolce Atte intanto scompariva misteriosamente nel nulla, per poi riapparire nel 68 d.C. nella villa suburbana di un liberto.

Madre e figlio erano arrivati al punto di detestarsi. Agrippina sembrò persino essere invischiata in una congiura ai danni dell’Imperatore, che inviò Seneca e Burro ad interrogarla; sebbene lei si rivelò così abile da sviare ogni sospetto, tutti a Roma compresero che ormai si fosse ad un bivio e che bisognasse scegliere fra la madre e il figlio.

La scelta ricadde sul figlio, paradossalmente ritenuto meno pericoloso della madre.

Il 13 marzo del 59 d.C. Nerone scrisse a sua madre una lettera molto affettuosa, invitandola a Baia dove, in riva al mare, si sarebbero tenute grandi feste in onore di Minerva: lei si presentò e venne accolta con solennità per intere giornate, banchettando e tubando con il figlio.

Giunta l’ora del ritorno, per risparmiarle la fatica di un viaggio via terra, Nerone l’accompagnò ad un’imbarcazione riccamente addobbata, baciando sua madre a riva e facendola imbarcare. A quel punto, a breve distanza dalla riva, il comandante dell’imbarcazione, il liberto Aniceto, attivò un meccanismo che fece precipitare il pesante baldacchino sul letto sul quale Agrippina riposava. Lo scossone fu talmente forte che la nave prese a ruotare su se stessa e, nella confusione, una contusa ma incolume Agrippina si tuffò in mare, venendo immediatamente aiutata da una seconda barca di passaggio e portata in salvo.

Alla notizia che la madre fosse ancora viva, Nerone perse la testa e, forse su consiglio di Burro, organizzò una perfida trama. Fece infatti nascondere un pugnale indosso al servo di Agrippina, adoperando questo trucco per accusare l’imperatrice di tentato assassinio. Poco dopo, un’infreddolita ed ancora scossa Agrippina ricevette la visita di un drappello di pretoriani al comando di Aniceto. Non le ci volle molto per capire: mostrando il proprio ventre, esclamò “Feri ventrem! È il ventre che ha portato Cesare!”.

L’INCENDIO DI NERONE

Da questo momento la fantasia degli storici antichi si scatenò, e secondo le cronache a nefandezza seguì nefandezza. L’innocente Ottavia venne esiliata nella piccola isola di Pandataria. La sua partenza provocò tumulti popolari, poiché tutti sapevano che la figlia di Claudio era stata sacrificata alla nuova moglie di Nerone, Poppea Sabina, che Tacito definì “una donna che ebbe tutto tranne che l’onestà”. Nel 64 d.C., non soddisfatto dell’esilio, Nerone ordinò che Ottavia venisse uccisa, tagliandole le vene dei polsi e lasciandola morire dissanguata; poi, a detta di alcuni storici, la sua testa venne tagliata e portata nelle stanze del Palatino, affinchè la nuova moglie di Nerone potesse bearsi di quella visione.

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Nel frattempo, nello stesso anno, nacque la piccola Augusta, figlia di Poppea e Nerone, che l’amò per un intero anno prima di vedersela morire fra le braccia. Il 64 d.C. sembrava un anno disastroso e nefasto per l’Imperatore, ma il peggio doveva ancora venire.

Nella torrida notte fra il 18 e il 19 luglio, i miserabili quartieri nei pressi del Circo Massimo si incendiarono e, con il celebre “ponentino romano” a diffondere le fiamme, Roma bruciò. La Corte, che si trovava ad Anzio, fece immediatamente ritorno nell’Urbe, solo per vedere una città completamente devastata. È innegabile che, in questa tragica occasione, Nerone si comportò con saggezza: ordinò che fossero aperti ai senza casa i suoi giardini e i porticati del palazzo imperiale, fece distribuire alimenti e quanto poteva essere utile in quel primo soccorso.

L’incendio di Roma durò per sette giorni e sette notti, distruggendo i suoi monumenti più antichi e più sacri. Che l’incendiario possa essere stato Nerone, come diffuso da parecchie leggende popolari, lo suggerisce solo Svetonio, poi ripreso da Dione Cassio, ma la realtà fu ben altra: perchè una insula prendesse fuoco non c’era certo bisogno di Nerone, poiché a Roma gli incendi erano all’ordine del giorno. Lo sapevano bene scrittori che Tacito e Tertualliano, che infatti mai legarono questa immane tragedia al nome di Nerone; Tacito, però, scrisse delle persecuzioni contro i cristiani, accennando alla ferocia delle persecuzioni e infine alla pietà che avrebbe addirittura scosso il popolo romano.

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DALLE CONGIURE ALLA RICOSTRUZIONE

La situazione degenerò rapidamente. Burro morì per un cancro alla gola (una macabra tradizione vuole anche lui avvelenato da Nerone) e Seneca prese sempre più le distanze dal suo illustre allievo, ma ciò nonostante pagò con la vita le sue presunte simpatie verso una congiura ordita contro Nerone, la celebre Congiura dei Pisoni. Essa fu repressa ferocemente e portò ad una corposa serie di suicidi.

Congiure o meno, intanto, c’era pur sempre una Roma da ricostruire. Nerone, nel suggerire ai suoi architetti di costruire strade larghe invece degli angusti vicoli e di erigere portici attorno alle case per proteggere i passanti dal sole d’estate, decise anche di far innalzare il proprio nuovo palazzo: la Domus Aurea, di dimensioni gigantesche, se si consideri come semplice esempio che il laghetto del giardino occupava lo spazio sul quale ora sorge l’Anfiteatro Flavio.

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DA SPORO ALLA TOURNEE

Il principale consigliere di Nerone era diventato Ofonio Tigellino, un ex mercante di cavalli, furbo e pronto a tutto. La morte nel 65 d.C. di Poppea, nuovamente incinta, scosse l’opinione pubblica: si diffuse la voce che fosse stato lo stesso Nerone ad ucciderla sferrandole un violento calcio in pancia, ma probabilmente l’imperatrice morì di parto, fatto che a quei tempi era abbastanza comune. Nerone, disperato, cerco subito un’altra Poppea: gliela procurarono in gran fretta, castrando un giovinetto chiamato Sporo, che dopo l’operazione poteva dirsi il ritratto della defunta.

A quel punto, assieme a Tigellino, si mise in girovagare per una sorta di tournée artistica. I napoletani lo colmarono di corone, ma i Greci alzarono il tiro, facendogli vincere qualsiasi competizione, tanto che lui per gratitudine abbuonò loro le tasse e trovò anche il tempo per dare la prima picconata ad un’opera geniale: il canale di Corinto.

Nel frattempo il povero liberto Elio, che Nerone aveva lasciato a governare Roma, gli spediva dispacci affannati: nelle regioni estreme le legioni si sollevavano, e qualche comandante cominciava a mostrare mire politiche, ma Nerone era troppo preso dagli applausi degli scaltri greci e quando si mosse era troppo tardi.

LA FINE DI NERONE

Le ultime fasi della storia di Nerone sono assai confuse. Intanto, a parte il disgraziato Sporo, si era preso un’altra moglie, Statilia Messalina, che gli sopravvisse fino ai tempi di Traiano. Dal punto di vista politico, egli fu con ogni probabilità vittima della propria viltà e di un colpo di stato ordito dal Prefetto Sabino Ninfidio che, persuasi i Pretoriani che Nerone fosse fuggito, li indusse a proclamare imperatore Galba.

Nerone era ormai nelle mani del liberto Faone e del suo segretario Epafrodito. Faone lo persuase a lasciare gli Horti Serviliani e a raggiungere la sua casa di campagna sulla Nomentana. L’imperatore, scalzo, montò a cavallo e, troppo impaurito per notare il saluto rispettoso di un soldato che lo aveva riconosciuto, entrò di soppiatto in casa attraverso un buco del muro, stendendosi su un giaciglio e bevendo un po’ d’acqua.

Fu in questo momento che Faone ed Epafrodito gli descrissero con dovizia di particolari la gravità della situazione. A quel punto, si decise per il suicidio. Nerone si puntò il pugnale alla gola, ma non ebbe il coraggio di andare fino in fondo; fu Epafrodito ad aiutarlo. Alcuni storici affermano che, in quel momento, Nerone avrebbe sospirato Talis artifex pereo!.

Indipendentemente da quale fu la sua fine e da cosa i cronisti scrissero di lui, è innegabile che Nerone fu amatissimo dal popolo Romano. Se davvero Roma fosse insorta contro di lui, infatti, Nerone non avrebbe avuto i grandiosi funerali solenni che davvero ebbe, con le sue nutrici Egloge e Alessandrina ad assicurarsi che le sue ceneri fossero traslate al Sepolcro dei Domizi, alle falde del Pincio, mentre il giovane Sporo, povera vedova, piangeva inconsolabile.

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