Gli acquedotti romani (1/2)

Acquedotti Romani, Gli acquedotti romani (1/2), Rome Guides

GLI ACQUEDOTTI ROMANI

“Solidità, utilità, bellezza”. Questi sono i fondamentali principi di sana architettura enumerati da Vitruvio, citati da Plinio il Vecchio e da quest’ultimo contrapposti alla “inutile e folle ostentazione delle Piramidi”.

Plinio si esprimeva con notevole perizia sugli acquedotti di Roma: “Se si vorrà con attenzione valutare l’abbondanza dell’acqua che scorre nei luoghi pubblici, nei bagni, nelle piscine, nei canali, nelle case, nei giardini, nelle ville suburbane, e vorrà considerare la lontananza dei luoghi dai quali queste acque sono state condotte costruendo ponti, perforando le montagne, livellando le valli, dovrà riconoscere che nulla vi è di più grande da ammirare sulla terra”.

Plinio esaltava la grandiosità degli acquedotti, esaltando l’impegno dei Romani nella costruzione delle “opere necessarie”, considerando gli antichi Egizi e i Greci (seppur depositari di un’apprezzabile cultura secolare) come stupefatti dalla questa caratteristica propria della civiltà romana, che rivolgeva il massimo interesse nella tenace realizzazione di opere di ordine pubblico e di utilità pratica: acquedotti per l’appunto, ma anche strade, ponti e fogne.

Dionigi di Alicarnasso, celebre storico, confermò questa tesi: “Sono del parere che la grandezza dell’Impero Romano appaia straordinaria soprattutto per tre cose, ossia gli acquedotti, le strade e le cloache”. Lo stesso geografo Strabone affermava che “i Romani posero ogni cura in tre cose sopra a tutto, che furono dai Greci neglette, cioè nell’aprire le strade, nel costruire acquedotti e nel disporre nel sottosuolo le cloache. Gli acquedotti portano tanta acqua, che questa scorre come fiumi attraverso la città, e quasi tutte le case hanno le loro cisterne e i loro tubi”.

Si tratta di una capacità che la moderna società è stata in grado di raggiungere solo in epoca contemporanea, e che può essere facilmente certificata con i numeri e con un termine di paragone. Basti dire che il sistema di approvvigionamento idrico di Roma, in età imperiale, riforniva la città di 13 mc d’acqua al secondo, pari a circa 1.123.000.000 litri nel corso delle 24 ore. Con tutte le conquiste della tecnologia moderna, ancora nel 1970 la città di Roma (con una popolazione decisamente superiore a quella dell’epoca) veniva rifornita da 12 mc d’acqua al secondo.

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Si tratta di un’informazione che, da sola, permette di comprendere appieno quanto l’efficienza di un simile servizio pubblico nella vita di una metropoli come Roma avesse ed abbia ancora profonde risultanze sociali: l’Antica Roma, pur cresciuta spesso in modo caotico e disordinato, non era affatto un gigante informe, ma una struttura urbana ben edificata e amministrata, pienamente rispondente alle esigenze dei suoi cittadini.

Dobbiamo poi ricordare che molti di questi acquedotti rimasero in piena attività per tutto l’arco della storia dell’Antica Roma, ossia ininterrottamente per oltre sette secoli, con il primato di uno di esso, ossia l’Acquedotto Vergine, che letteralmente non si è mai fermato, alimentando fra l’altro straordinari capolavori monumentali come l’attuale Fontana di Trevi. La perfetta chiusa di questo paragrafo introduttivo è nelle parole di Cassiodoro, che alla fine dell’Impero li ammirava ancora in piena efficienza: “per la solidità dei massi, potresti credere che gli alvei siano naturali, dal momento che poterono sostenere così fermamente per tanti secoli un simile impeto di correnti”.  

Gli acquedotti e le loro diramazioni

GLI ACQUEDOTTI E LE LORO DIRAMAZIONI

I principali acquedotti di Roma Antica furono undici, e li elenchiamo qui in ordine di costruzione: Aqua Appia, Anio Vetus, Aqua Marcia, Aqua Tepula, Aqua Iulia, Aqua Virgo, Aqua Alsietina, Aqua Claudia, Anio Novus, Aqua Traiana e Aqua Alessandrina. Frontino, che scrisse all’epoca di Traiano e del cui trattato parleremo specificamente nel prossimo paragrafo, elencava solo i primi nove, che erano gli unici esistenti al suo tempo (a dispetto del nome, anche l’Aqua Traiana venne costruita posteriormente alla vita dell’omonimo imperatore). Procopio invece, che scrive nel VI secolo, ne contò quattordici, aggiungendo in tal senso i tre acquedotti supplementari legati alle piscine di divisione fuori città.

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Molte altre diramazioni si separavano poi dai condotti principali anche all’interno dell’abitato, al fine di attuare una distribuzione delle acque quanto più conveniente possibile. Così i Cataloghi Regionari dell’epoca di Diocleziano elencano 19 acquedotti, riferendosi anche ai nomi che portavano le varie diramazioni dei condotti principali: l’Aqua Iovia o quella Antoniniana erano ad esempio bracci dell’Aqua Marcia, mentre l’Acquedotto Neroniano, che aveva rifornito la Domus Aurea, era un’importantissima diramazione dell’Aqua Claudia.

Basti dire, per comprendere il consumo enorme di acqua che la Roma Antica esigeva solo per gli impianti pubblici, che questi acquedotti dovevano rifornire 11 grandi terme, 856 bagni, 15 ninfei o fontane monumentali, tre piscine ed oltre 1200 fontane, ossia quante ne vengono variamente computate dai già ricordati cataloghi.

L’acqua era ovviamente messa a disposizione dei privati solo dopo aver soddisfatto i bisogni della casa imperiale ed i servizi pubblici. Ai privati era concessa con la conduzione in casa per privilegio imperiale, o con la deduzione dai condotti e dalle fontane per concessione ufficiale a determinate condizioni, o con il prelievo diretto dell’acqua in eccesso.

Il Trattato di Frontino

IL TRATTATO DI FRONTINO

Degli acquedotti dell’Antica Roma resta un testo fondamentale trasmessoci dall’antichità, il De Aquae Ductu Urbis Romae redatto da Frontino. Ai fini della conoscenza, i pur importantissimi monumenti superstiti e la ricerca archeologica non varrebbero a supplire la minuziosa ed esatta documentazione tecnica contenuta in questa opera, che rappresenta uno dei pochi elaborati di argomento strettamente tecnico che sia pervenuto dal mondo antico e che permetta di comprendere nel dettaglio uno specifico settore dell’amministrazione pubblica romana, utile per comprendere come funzionasse in generale il sistema statale in età imperiale.

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Sesto Giulio Frontino, nato verso il 30 d.C. sotto il regno di Tiberio, morì attorno 103 al tempo di Traiano. Fu uomo di merito, valido soldato, solerte magistrato, ingegnere, agronomo; per la sua rettitudine ebbe buona fama in vita e venne lodato persino da Tacito. Plinio il Giovane ricorda come avesse rifiutato che dopo la sua morte gli venissero innalzati monumenti, ritenendoli un’inutile spesa ed affermando che la sua memoria sarebbe durata per quanto avesse meritato in vita. Pretore urbano nel 70, tre volte Console, fu Governatore della Britannia dal 74 al 78, comandando con successo le truppe romane contro i Siluri, che furono sottomessi.

Scrittore di tattica militare e di agrimensura, pubblicò nel 98 d.C., in due libri, il suo studio, frutto delle esperienze fatte dopo che nel 97 aveva assunto la carica di Curator Aquarum. Con grande perizia tecnica, Frontino trattò degli acquedotti romani del tempo, fornendo preziose e precise informazioni storiche, a livello di tecnica idraulica, di architettura, di diritto delle acque, di amministrazione e di gestione di esse.

Il primo libro, in particolare, tratta della costruzione e dei percorsi del canali; il secondo elenca le portate di ognuno in quinarie e le varie erogazioni dalle sorgenti al terminale urbano, soffermandosi in particolare a registrare le differenze tra le capacità notate dai commentari anteriori e quelle da lui effettivamente riscontrate.

Frontino scrisse il lavoro come promemoria per sé e affinché servisse come libro di consultazione ai suoi successori nell’incarico. La premessa apposta all’opera rende merito alla rettitudine morale dell’Autore: “Poiché Nerva mi affidò la soprintendenza delle acque, ho ritenuto che fosse mio dovere far ciò che ho sempre fatto assumendo altre cariche, imparare cioè a conoscere il mio compito. Per questo ho scritto questo promemoria, perché ad esso potessi ricorrere come ad uno schema per la mia amministrazione. Ora, negli altri libri da me scritti sulla base della mia esperienza e della mia pratica, ho pensato a coloro che sarebbero succeduti nello stesso compito; probabilmente questo libro sarà utile ai miei successori. Siccome però ho composto questo libro agli inizi del mio incarico, sarà utile prima di tutto ad istruire me ed a servirmi di norma”.

L'amministrazione delle acque

L’AMMINISTRAZIONE DELLE ACQUE

In età repubblicana la costruzione e la manutenzione degli acquedotti era affidata al Censori, cioè ai due magistrati addetti tra l’altro alle nuove costruzioni pubbliche ed alla manutenzione delle proprietà pubbliche (come ad esempio le strade). Più raramente essa era affidata agli Edili Curuli, dai quali dipendeva la cura urbis, la sorveglianza cioè del patrimonio pubblico urbano, tra cui era anche la cura aquarum.

In età imperiale, già a partire da Augusto, queste mansioni spettarono direttamente al Princeps, affiancato da un apposito Curator Aquarum e da due curatori minori, tutti di rango senatorio. I due curatori minori furono poi sostituiti da Claudio con un unico Procurator Aquarum, scelto spesso tra i liberti della casa imperiale. Con la riforma di Diocleziano il curatore ed il procuratore furono sostituiti da un addetto agli acquedotti (Comes Formarum) e da un personaggio consolare (Consularis Aquarum), direttamente dipendenti dal Prefetto della città, cioè dal primo magistrato cittadino dopo l’Imperatore.

Frontino informa ampiamente dell’organizzazione e del funzionamento di questo ufficio fino al II secolo d.C.: esso era composto da numerosi ingegneri idraulici (architecti), dal personale amministrativo e dal personale esecutivo (familia aquaria) diviso nelle diverse specializzazioni.

La figura principale era quella degli architecti, che svolgevano un ruolo fondamentale, dipendendo interamente dalla loro perizia tecnica quanto riguardasse la costruzione e la manutenzione degli acquedotti, dal sistema di captazione alle sorgenti alla distribuzione capillare delle acque in città.

Il personale esecutivo occupava circa 500 uomini divisi in due gruppi, uno statale di 240 uomini, già istituito da Agrippa, e l’altro della casa imperiale, di 260, successivamente istituito da Claudio: esso comprendeva intendenti, guardiani dei castelli, ispettori, lastricatori, stuccatori ed ogni altro genere di operaio specializzato a seconda delle necessità dell’ufficio. I lastricatori, ad esempio, erano addetti alla posa dei tubi di piombo che, come dice Frontino, “corrono per tutta la città sotto i lastricati stradali, con condotte lunghissime che raggiungono in essa anche i luoghi più lontani”.

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Compito principale dell’ufficio era comunque la pulizia degli acquedotti e la regolare ripartizione dell’acqua nelle vie e nelle case, con l’accertamento del modulo dei tubi (fistulae) che distribuivano l’acqua dai castelli.

Come per gli altri servizi urbani, quello delle acque aveva la sua amministrazione centrale sotto forma di stazione (statio aquarum). Gli uffici amministrativi di questa organizzazione, che disponeva anche di un nutritissimo archivio, si trovavano, fin dal tempo di Settimio Severo, al Porticus Minucia, nella parte meridionale del Campo Marzio, mentre nel IV secolo vennero spostati nel Foro Romano immediatamente alle pendici del Palatino, nei pressi della Fonte di Giuturna.

Dalle sorgenti alla distribuzione urbana

DALLE SORGENTI ALLA DISTRIBUZIONE URBANA

Degli undici principali acquedotti che rifornivano l’Antica Roma (e che esamineremo nel dettaglio nel prossimo articolo del Blog dedicato all’argomento), i quattro più importanti venivano tutti dall’alta valle dell’Aniene: l’Anio Vetus, l’Aqua Marcia, l’Aqua Claudia e l’Anio Novus. La loro portata complessiva assommava al 68% della dotazione globale di cui godeva la città.

I quattro acquedotti, captate le migliori sorgenti o le acque più a monte dello stesso fiume, seguivano poi la sua vallata in direzione di Roma, sboccando sulla pianura laziale all’altezza di Tivoli. Da qui, dato il forte balzo di livello che formava la costa montana, invece di puntare direttamente sulla città, per mantenersi in quota volgevano un lungo arco seguendo la mezzacosta dei monti Tiburtini fino ai Prenestini. Attraversata quindi l’ampia sella formata dai rilievi collinari di Gallicano e di Colonna, raggiungevano la costa dei Colli Albani, che seguivano fino quasi alle Capannelle, tra la Tuscolana e l’Appia Nuova, da dove piegavano infine tutti direttamente su Roma.

In questo ultimo percorso di avvicinamento all’abitato, gli acquedotti sfruttavano una particolare conformazione naturale del terreno, costituita da un cordone collinare sopraelevato sull’agro romano circostante: esso permetteva loro di giungere in città mantenendo una quota più alta e di arrivare a Porta Maggiore, da dove le acque, grazie proprio a questo maggiore livello, potevano raggiungere più facilmente tutti i punti dell’abitato.

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Per tale motivo lo stesso cordone collinare era sfruttato per condurre a Roma altri due importanti acquedotti, l’Aqua Tepula e l’Aqua Iulia, che avevano le loro sorgenti alle pendici dei Colli Albani. Ad essi si aggiungeva anche l’Aqua Alessandrina, proveniente dalla zona pedemontana di Colonna. A Porta Maggiore, pertanto, confluivano ben sette dei più importanti acquedotti, trasformando l’area in un punto nevralgico per la distribuzione delle acque urbane. In questa zona, che prendeva Il nome di Ad Spem Veterem per un vecchio tempio esistente in età repubblicana, giungeva poi da est anche l’Aqua Appia, il più antico degli acquedotti romani.

Gli altri erano l’Aqua Virgo, che proveniva da oriente come l’Appia ma che entrava in città, dopo un lungo giro, dal Pincio. VI erano infine i due acquedotti trasteverini, l’Alsietina e la Traiana, che prendevano l’acqua dai bacini imbriferi di Martignano e di Bracciano.

Lunghezza e portata

LUNGHEZZA E PORTATA

Frontino ci dà il computo esatto della lunghezza degli acquedotti dalle sorgenti alla città e delle portate, ad esclusione naturalmente di quelli costruiti dopo il suo tempo, ossia il Traiano e l’Alessandrino:

  • Aqua Appia aveva una lunghezza di 43.000 passi, cioè 64 km, ed una portata di 841 quinarie, che divenivano 1.825 con l’aggiunta che le fu fatta dell’Augusta, pari a 73.000 mc nelle 24 ore;
  • Anio Vetus 43.000 passi, cioè 64 km, ed una portata di 4.690 quinarie, cioè 188.000 mc nelle 24 ore;
  • Aqua Marcia 61.710 passi, cioè 91 km, ed una portata di 4.690 quinarie, cioè 188.000 mc;
  • Aqua Iulia, a cui si univa la Tepula più a valle del percorso, 15.426 passi, cioè 23 km, ed una portata cumulativa di 1.606 quinarie, cioè 64.000 mc;
  • Aqua Virgo 14.105 passi, cioè 21 km, ed una portata di 2.504 quinarie, cioè 100.000 mc;
  • Aqua Alsietina 22.172 passi, cioè 33 km, ed una portata di 392 quinarie, cioè 16.000 mc;
  • Aqua Claudia 46.406 passi, cioè 69 km, ed una portata di 4.607 quinarie, cioè 184.000 mc;
  • Anio Novus 58.700 passi, cioè 87 km, ed una portata di 4,738 quinarie, cioè 190.000 mc.

Sulla base di queste valutazioni, è possibile determinare il percorso dell’Aqua Traiana in 57 km e quello dell’Alessandrina in 22 km, con le rispettive portate quantificabili in 118.000 e 22.000 mc.

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I calcoli riportati da Frontino si riferiscono al suo tempo e naturalmente ci sono state varianti nel corso dei tanti secoli nel quali gli acquedotti sono rimasti in funzione, sia a livello di lunghezza dei canali (con percorsi allungati o accorciati) che a livello di portata (a seconda del fatto che esse venissero potenziate o ristrette).

Il percorso di questi acquedotti era quasi tutto sotterraneo: solo dove erano costretti, nell’attraversamento delle valli o delle bassure, gli ingegneri romani fuoriuscivano dal terreno coi loro manufatti, del quali peraltro si vedono ancora oggi spettacolari resti archeologici, come ad esempio di resti dell’Aqua Marcia e Claudia attraverso quello che una volta era il vecchio agro romano, con un percorso di quasi 10 km e con archi continui che raggiungono anche i 28 metri di altezza.

Pendenza costante e manutenzione

PENDENZA COSTANTE E MANUTENZIONE

La lunghezza dei percorsi che caratterizza tutti questi acquedotti era dovuta alla necessità di mantenere i canali nei quali scorrevano le acque ad una leggera pendenza sempre costante, in modo che quelle defluissero naturalmente (come si dice in gergo tecnico, “a pelo libero”).

L’ingegneria antica, infatti, per ragioni di economia e di convenienza, preferiva non ricorrere al sistema dei sifoni, date le grandi pressioni che si sarebbero verificate nelle condotte forzate: i tubi dei diametri necessari per le grandi condutture sarebbero risultati troppo costosi e malsicuri, poiché il piombo, tanto usato nelle condotte urbane, non era adatto per una conduttura lunga, continua e di grande diametro. Per questo, nei lavori più impegnativi, gli ingegneri Romani preferirono sempre ricorrere al normale sistema del deflusso a pelo libero, anche a costo di dover effettuare percorsi assai più lunghi, quando invece l’impiego del tufo e del travertino, del laterizio e del calcestruzzo, offriva una soluzione economica ai notevoli problemi tecnici che questi percorsi creavano.

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Gli acquedotti presentavano al loro imbocco (caput aquae) bacini di raccolta, che servivano a regolare l’immissione delle acque. Scaglionate sul percorso o al terminale erano le “piscine limarie”, che servivano a far riposare le acque per decantarle delle eventuali impurità trasportate dalla corrente: gli acquedotti convergenti alle Capannelle, ad esempio, ne mostrano ben sei ed altre si trovavano presso Porta Furba sulla Tuscolana ed a Porta Maggiore.

Il percorso di ogni acquedotto, sia sopra il terreno che nel sottosuolo, era accompagnato in superficie da cippi che lo segnalavano e ne garantivano ai lati la fascia di rispetto, mentre strade di servizio, in genere lastricate, lo affiancavano per le necessarie opere di controllo e di manutenzione. Il percorso sotterraneo (specus) era anche segnato, in superficie, da tombini di accesso, aperti generalmente in verticale sul condotto: generalmente, si trattava dei cunicoli serviti per lo scavo in galleria del condotto stesso e poi rimasti in funzione per la manutenzione, i controlli e gli espurghi. Per le ispezioni e i restauri all’interno del condotto erano anche disposti lungo il percorso, in genere in occasione dell’attraversamento di un fosso, sfiatatoi di scarico delle acque, così da interromperne il deflusso a valle.

Il problema del calcio

IL PROBLEMA DEL CALCIO

Gli espurghi dei condotti dovevano essere particolarmente impegnativi per i canali provenienti dall’alta valle dell’Aniene, in quanto le acque, ricche di calcio, depositavano questo all’interno, creando croste travertinose che tendevano man mano ad occluderlo in caso di mancata rimozione delle stesse. Ecco perché nel tardissimo impero, quando si andavano abbandonando le opere di manutenzione, i canali dell’Aqua Marcia e dell’Anio Novus giunsero in alcuni tratti anche ad ostruirsi.

I lavori di manutenzione rimuovevano periodicamente tali incrostazioni, che venivano espulse attraverso i tombini: il loro accumulo sul terreno al di fuori di quelli, con il tempo, divenne talmente tanto evidente che fino al secolo scorso era possibile seguire il percorso degli acquedotti, seppur sotterraneo, attraverso tutto l’arco dei Colli Albani. L’abbondanza e la consistenza del materiale estratto divenne talmente clamorosa da essere addirittura usato come pietra da costruzione per edifici sorti in età tardo-antica su tali percorsi, come è stato ad esempio nella grande Villa di Casale di Marzio presso le Capannelle.

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Le diramazioni

LE DIRAMAZIONI DEGLI ACQUEDOTTI

Questi antichi acquedotti non servivano solo la città di Roma, ma avevano occasionalmente diramazioni sul percorso, andando anche a valorizzare anche il territorio attraversato grazie a particolari concessioni.

Non era neppure infrequente la captazione abusiva da parte di privati: nei computi ufficiali svolti da Frontino sulla capacità d’acqua dei singoli acquedotti, appare sempre una differenza tra il calcolo fatto all’imbocco e quello allo sbocco a Roma, dovuto, oltre ovviamente alle possibili e prevedibili perdite durante il percorso, anche a questi “allacci abusivi”.

Tra le vere e proprie azioni di forza condotte contro gli abusivi, va ricordata in particolare quella eseguita dal pretore Quinto Marcio Re nel 144 a.C., in concomitanza con la costruzione dell’acquedotto Marcio, per risanare i canali dell’Appia e dell’Anio Vetus, le cui portate risultavano compromesse dalla frode dei privati.

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Ovviamente, in alcuni casi le diramazioni non erano soltanto legittime, ma anche della massima importanza: si pensi ad esempio alla città di Tibur e ad alcune delle sue famose ville suburbane, come la stessa Villa Adriana. Maestosi acquedotti privati di diramazione dai principali si riconoscono anche, ad esempio, negli archi che si distaccano dall’Aqua Marcia all’altezza del km 14 della Tuscolana, per la grande villa tardo-imperiale della Giostra, a Vermicino. Dall’acquedotto di Claudio si diramava all’altezza delle Capannelle, con un percorso di quasi 4,5 km, l’acquedotto per la Villa dei Quintili sull’Appia antica, mentre dall’Anio Novus si diramava, sempre all’altezza delle Capannelle, l’acquedotto per la Villa dei Sette Bassi sulla Tuscolana. A Tor Fiscale un altro ramo si staccava dalla Claudia, per rifornire il Triopio di Erode Attico sull’Appia, mentre dopo Porta Furba si diramava dalla Marcia l’Acquedotto Antoniniano, destinato ad alimentare le Terme di Caracalla.

Il condotto generalmente sotterraneo di queste opere impedisce oggi un controllo delle diramazioni, che possiamo però meglio valutare nei tratti ove i manufatti sono sopraelevati, valorizzando il ricco versante del suburbio attraversato.

 

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