Rugantino a Roma

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RUGANTINO

Rugantino è la maschera romana per antonomasia, sempre pronto a “rugare” ovvero a “fare l’arrogante”, a dire la sua e a battibeccare con i suoi avversari, con sferzate e battute satiriche d’autore, tanto da diventare proverbiali in tutta Roma.

Nato sulla fine del Settecento come caricatura del soldataccio delle truppe d’occupazione francesi, Rugantino, contestatore e ribelle sempre pronto a “baccagliare”, appare per la prima volta sotto le vesti dello sbirro prepotente e oppressore, vestito alla napoleonica, con frac, panciotto e pantaloni rossi chiusi sotto il ginocchio, scarpe basse con fibbia, cappello a tricorno, da cui dietro la nuca spunta il codino, e con lo spadone al fianco.

Al pari di Marco Pepe, l’antagonista del celebre Meo Patacca, Rugantino fa l’ammazzasette e si vanta di spaccare tutto: sbraita, urla, minaccia e alla fine spesso finisce a prenderle di santa ragione. È un attaccabrighe, un provocatore, un bastian contrario per partito preso, caratterizzato da una permalosità ed una “tigna” che lo induce a non darsi mai per vinto neanche dinanzi all’evidenza dei fatti, che spesso lo smentiscono e lo sbugiardano inequivocabilmente. Rugantino protesta sempre e fa lo spaccamontagne, ma quando alla fine l’avversario lo massacra di botte, ha anche il coraggio di dire “Si me n’accojeva una ridemio”.

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A lui, d’altronde, basta usare la lingua fino in fondo, accontentandosi di sfogarsi a parole, mentre l’avversario agisce con i fatti e lo seppellisce sotto una gragnuola di mazzate e bastonate. L’ultima parola, però, deve essere sempre la sua: i suoi motti preferiti sono Me n’ha date tante, ma quante je n’ho dette! oppure “Mejo perde ’n amico che ‘na bona risposta!”. Si tratta di un vero e proprio gioco di botta e risposta, in cui all’avversario toccano le risposte e a Rugantino le botte!

Il nostro eroe è un personaggio smargiasso, spaccone e fanfarone, ma risulta estremamente simpatico, perché alla fine si rivela un antieroe, che sa perdere senza prendersela troppo.

Rugantino, nell’Ottocento, faceva parte della storia del costume di Roma: era un personaggio di vita, una sorta di caricatura del bullo prepotente, e proprio per questo motivo era assai caro al pubblico popolare, che vedeva in lui punite le smargiassate dei bulli. Così ce lo presenta lo scrittore Giuseppe D’Arrigo: “Fisicamente non aveva quell’aspetto marziale che il costume può lasciar intendere. Il volto lungo terminava con un mento aguzzo volto all’insù, anzi più che un mento una bazza, o meglio ancora una scucchia, così lunga da misurare più della metà dell’altezza del viso. Una scucchia che si muoveva quando rugava, che pareva quasi “cicasse”. Non prestante il corpo, le gambe a ciambella come l’Arco del Pantano, Rugantino significò il coraggio civile, perché non ebbe mai paura di alcuno, fosse anche stato uno armato di stocco o di nodoso bastone. Tanto lui sapeva ben difendersi, che le parole non gli mancavano. Rugò sempre, disse sempre la sua, non rinunciò mai alla rivincita, alla dimostrazione che la sua aguzza intelligenza valeva assai più della forza materiale. Non gli importava niente prenderle, purché gli restasse un po’ di fiato per dir l’ultima battuta, purché gli rimanesse un minimo di forza per tirare l’ultima stoccata”.

GHETANACCIO

Il più grande interprete della maschera Rugantino fu Gaetano Santangelo, detto Ghetanaccio per l’aspetto trasandato, quasi da accattone, ed il temperamento sempre ribelle e spregiudicato nei confronti degli arroganti nobili e degli esosi bottegai, che prendeva di petto apertamente accusandoli di sfruttare la povera gente, improvvisando lì per lì, con i suoi burattini, una scenetta satirica che li riguardava direttamente.

Nato nel 1782 da famiglia poverissima a Borgo Vecchio, uno dei rioni più popolari di Roma, Ghetanaccio, con il suo “casotto di burattini” rese famosa in tutta Europa la maschera di Rugantino. Per un quarto di secolo rappresentò la voce di Roma: fu una sorta di Aristofane popolaresco, che mise alla gogna i personaggi più in vista del suo tempo e si rese interprete degli umori, del sarcasmo, della rabbia dell’uomo della strada, che assisteva impotente alle ingiustizie di una società decadente e di un governo corrotto e imbelle. Con le scenette esilaranti, di cui Rugantino era protagonista e Pulcinella l’eterno rivale, sapeva cogliere e denunciare i fatti e i fattacci di cronaca giornaliera di Roma, la cronaca familiare della povera gente sempre alle prese con i prezzi che salivano, con l’esosa avidità dei bottegai, con le prevaricazioni e le ingiustizie dell’autorità costituita.

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Gaetano Santangelo usciva ogni giorno di casa portandosi sulle spalle il casotto dei burattini e a lenti passi, più sotto il peso degli acciacchi e dell’alcool che di quelle quattro assicelle di legno del teatrino, se ne andava per Roma a cercare il suo pubblico, di piazza in piazza, prediligendo specificamente Piazza Navona. Arrivato sul posto, piazzava il castelletto, richiamava la gente con il suono acutissimo della “pivetta” (uno strumento d’osso o di metallo, simile al fischietto usato per richiamo degli uccelli) e attaccava lo spettacolo, manovrando da solo i suoi burattini, fino a sei o sette per volta, e dando la voce a tutti i personaggi della commedia.

Ghetanaccio era bravissimo nelle imitazioni delle personalità più note, e sapeva rifare il verso di tutti gli animali, ma più che un semplice burattinaio, era un vero e proprio personaggio: lui si identificava con Rugantino, ne assumeva la carica satirica, lo spirito rivoluzionario, l’ostinato e battagliero carattere dell’impunito linguacciuto, che non rinuncia a una battuta sferzante neanche a costo di finire in galera.

Le sue scenette, cucite addosso come un vestito al personaggio da lui preso di mira, suscitavano le ire e le reazioni (spesso con conseguenze legali) dei malcapitati messi alla gogna, tanto che l’irriducibile burattinaio veniva spesso denunciato per diffamazione e messo in gattabuia per un po’ di tempo. Ciò nonostante, il nostro eroe rimaneva fedele al motto di Rugantino, e forte della sua libertà di parola le cantava a tutti: così, quando c’era un bottegaio che rubava sul peso o sul prezzo, gli piantava il suo casotto davanti alla bottega e gli inventava lì per lì una scenetta allusiva, che denunciava pubblicamente i suoi imbrogli e le sue magagne.

LA SCENETTA CON L’AMBASCIATORE DI FRANCIA

Ghetanaccio era il giornale vivente di Roma, e la sera, all’osteria, le sue trovate artistiche passavano di bocca in bocca. Una volta, come racconta Giggi Zanazzo, Ghetanaccio venne invitato dall’Ambasciatore di Francia per Carnevale, a rappresentare una delle sue commediole. “Mi raccomando però – gli fece l’Ambasciatore — che non dite tante vassallate e che non fate quei tali rumori con la bocca”. E Ghetanaccio rispose: “Eccellenza, per le vassallate non si dubbiti, ma se lei me leva puro le pernacchie, allora me rovina. Me permetti armeno de fanne una sortanto”. “Vada per una — disse l’Ambasciatore — ma che sia unica e sola!”.

Alla sera della rappresentazione, il salone del Palazzo era pieno di cardinali, prelati, principi e principesse. All’orario stabilito, si alza il sipario. Pulcinella, vestito da Re, sta in una sala del suo palazzo e scrive. Entra Rugantino, vestito da servitore in gran livrea, s’inchina e dice forte: “Sua Eccellenza l’Ambasciatore di Francia”. Non finisce di dire queste parole, che Ghetanaccio, da dentro il casotto, molla una pernacchia così forte, da far rintronare tutti i vetri del salone. L’Ambasciatore, tutto infuriato, si precipita da Ghetanaccio e gli fa: “Mascalzone! Questa era la promessa!?”. Ghetanaccio, tutto compunto, replica: “Eccellenza, nun eravamo rimasti d’accordo che ne potevo fa’ una!?”. “Sì, ma proprio in quel punto la dovevi fare?” urla l’Ambasciatore, e Ghetanaccio scrolla le spalle: ”Eccellè, ce stava accusì bene!”.

IL GIORNALE RUGANTINO

Qualche anno dopo la morte di Ghetanaccio, che avvenne nel 1832, Rugantino diventò un giornale. Lo fondò Odoardo Zuccari uscendo con il primo numero di Rugantino il 13 settembre 1848: “Cor cappello a du’ pizzi, cor grugno lungo du’ parmi, co’ ’na scucchia rivorta ’nsù a uso de cucchiaro, arriva l’omo de battaglia, criticante politicone ficcanaso”.

Il giornale andò avanti a fasi alterne, anche se chi dette un’impronta ben precisa al giornale fu Giggi Zanazzo nel 1897 con il suo Rugantino in dialetto romanesco, una testata che ha avuto gran fortuna e che in epoca recente è tornata a vivere grazie ad Achille Marozzi, che lo ha stampato nella sua litografia di Piazza Sant’Agostino.

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RUGANTINO A TEATRO

La più celebre rivisitazione teatrale di Rugantino è stata probabilmente la commedia musicale Rugantino, scritta da Garinei e Giovannini con Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa nel 1962.

Fu rappresentata la prima volta nella stagione teatrale 62/63 al Teatro Sistina e fu un successo straordinario: interprete allora fu Nino Manfredi con un cast eccezionale costituito da Lea Massari, Aldo Fabrizi, Toni Ucci, Bice Valori e Carlo Delle Piane. Rugantino è un bullo che vive nella Roma del 1830, durante il breve pontificato di Pio VIII, e davanti all’osteria di Mastro Titta, boia di Roma, incontra Rosetta, bellissima popolana romana sposata a Gnecco. Se ne innamora e per far bella figura agli occhi di lei arriva addirittura a lasciar credere di aver ucciso il marito, che invece è stato assassinato per motivi politici; e finisce ghigliottinato da Mastro Titta.

Una delle ultime edizioni di successo di questa commedia musicale, prima delle criticate riedizioni con Enrico Brignano prima e Valerio Mastandrea e Sabrina Ferilli poi, vide come interpreti principali Enrico Montesano, ancora Aldo Fabrizi e Alida Chelli. Il successo ottenuto dalla rappresentazione, nel corso dei decenni, confermava una volta di più la popolarità del personaggio di Rugantino, che seguita ancora oggi più che mai a vivere nel cuore dei romani.

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