Giorgio Morandi

Giorgio Morandi, Giorgio Morandi, Rome Guides

GIORGIO MORANDI

I giovani, si lamentava, non sapevano più guardare.

Lui, invece, guardava ogni volta con immutato stupore gli oggetti e i paesaggi della sua vita monotona. Come rivelò all’amico e collezionista Luigi Magnani, per Giorgio Morandi l’unica cosa davvero importante, e per la quale valesse la pena dipingere, era il modo personale e privatissimo di ogni individuo nel vedere le cose.

Come Giorgio De Chirico, maestro della metafisica, Morandi continuò per più di mezzo secolo a cercare l’enigma nelle cose che gli altri consideravano insignificanti, al fine di “esprimere ciò che è nella natura e nel mondo visibile”. Rodolfo Pallucchini scrisse che Morandi aveva inventato “uno spazio ideale, fuori del tempo, creato per essere inserito in una trama fatta di colore luminoso in una luce astratta, quindi di un potere suggestivo fantastico e lirico”.

Per Morandi, che percepiva le forme e i colori come spazio e luce, nulla era più astratto della realtà. Il suo stile unico aprì la strada, in anticipo di qualche decennio, al minimalismo, e appassionò critici americani ed europei, come Wayne Thiebaud, il più grande interprete della natura morta contemporanea in salsa americana, che nel 1981 lo celebrò in un articolo pubblicato sul New York Times. Quasi quaranta anni prima, lo stesso Morandi era stato accostato ai dipinti di Cézanne e perfino alle astrazioni di Kandinskij.

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NEUTRO SU NEUTRO

Dipingendo un piccolo gruppo di oggetti, sempre gli stessi, sapientemente ordinati su un tavolo contro uno sfondo neutro, Morandi raggiunse presto il successo giocando con le sfumature dei colori e le sottilissime variazioni compositive. Per enfatizzarle privilegiò i toni smorzati e poco appariscenti di una tavolozza personalissima, fatta di bianchi gessosi e marroni rossicci, talvolta ravvivati con tocchi di verde olivastro, terracotta, blu grigiastri e violetti.

A bottiglie, vasi e brocche egli fu in grado di conferire quell’aura poetica che colpì perfino Giorgio de Chirico, uno che raramente parlava bene di un artista a lui contemporaneo: “Morandi guarda un gruppo di oggetti sopra un tavolo con l’emozione che scuoteva il cuore al viaggiatore della Grecia antica allorquando mirava boschi e valli e monti ritenuti soggiorni di divinità bellissime e sorprendenti. Egli guarda con l’occhio dell’uomo che crede, e l’intimo scheletro di queste cose morte per noi, perché immobili, gli appare nel suo aspetto più consolante, nell’aspetto suo eterno”.

Anche i paesaggi di Morandi mostrano le stesse forme, sobrie e ripetute, delle sue nature morte, e quando, nei primi anni Venti, dipinse per tre volte il suo autoritratto, lo fece privando anche quel soggetto di qualsiasi emozione o penetrazione psicologica, trattandolo insomma proprio come una natura morta.

Morandi utilizzò il pennello per esprimere sulla tela lo stesso concetto che Cesare Pavese avrebbe poi messo nero su bianco quando, scrivendo nel 1947 i suoi Dialoghi con Leucò, descrisse quella che sembra una narrazione puntuale della poetica morandiana: “Sappiamo che il più sicuro, e più rapido modo di stupirci, è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà – miracoloso – di non averlo visto mai”.

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I VIAGGI DELLE OPERE…

Morandi spese tutta la vita tra Bologna e Grizzana, una località sull’Appennino emiliano ad appena cinquanta chilometri da casa, meditando senza sosta le sue idee sulla pittura, e imbevendo le sue nature morte di un’armonia e una tranquillità metafisiche.

L’unico viaggio all’estero lo fece nel 1956, a sessantasei anni, quando andò a Winterthur in occasione di una personale organizzata dal locale Kunstmuseum. Ciò nonostante, ormai da parecchi anni le opere di Morandi avevano cominciato a viaggiare per il mondo, da Berlino a Parigi, da Londra a Basilea, da Berna a Buenos Aires.

Nel 1929 fu invitato per la prima volta al premio Carnegie di Pittsburgh, e da allora le sue opere parteciparono a quella prestigiosa rassegna altre cinque volte, l’ultima nell’ottobre del 1964, a pochi mesi dalla sua morte.

Eppure, sebbene ciò possa sembrare incredibile, fino al 1935, anno in cui il critico Roberto Longhi lo sdoganò definendolo uno dei migliori e più moderni pittori viventi, la critica italiana lo aveva bollato come un anacronistico seguace della pittura seicentesca. Dopo il giudizio di Longhi, Morandi non incontrò altri ostacoli sulla strada dei riconoscimenti, vincendo i premi più prestigiosi assegnati alle biennali di Venezia e San Paolo del Brasile.

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…E LA RECLUSIONE DELL’ARTISTA

Viveva come un monaco, insieme alle sorelle. Nella sua cameretta, dove dipingeva, c’erano solo un piccolo letto, apparentemente inadeguato all’altezza notevole dell’artista, quattro tavolinetti sui quali Morandi sistemava con speciale attenzione gli oggetti che dipingeva e, a terra, altri oggetti, che sembravano personaggi in attesa di entrare in scena in uno dei suoi drammi pittorici. Al centro della stanza, il cavalletto sul quale officiava.

La magia di quel luogo austero non sfuggì a Renato Guttuso, che scrisse: “c’è un tavolo con gli oggetti già disposti da Morandi, nel modo a lui consueto di definire lo spazio. Oggetti allineati che si elevano, si alzano dalla terra come edifici da una pianura. La fotografia genera un contrasto attivo tra il disordine casuale degli oggetti in basso, e il richiamo all’ordine degli oggetti disposti sul tavolo”.

Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. D’altronde, per capire i pittori antichi, che aveva imparato ad amare fin dagli anni della formazione, come Giotto, Masaccio, Piero della Francesca e Vermeer, Morandi era partito da Cézanne, che per lui rappresentava l’ultimo esempio di vero grande linguaggio pittorico.

Non importava cosa questi artisti avessero scelsero di rappresentare durante la loro carriera artistica: il soggetto, per Morandi, era solo un pretesto, perché in realtà egli era tutto preso dal gioco dei rapporti e dei toni. Non era certo l’unico, in quegli anni., ma grande novità di Giorgio Morandi fu che i suoi oggetti ottennero una sorprendente resa architettonica, trasformandosi essi stessi in veri e propri piccoli grandi colossi di cemento.

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