La Galleria Comunale di Arte Moderna di Roma

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LA GALLERIA COMUNALE DI ARTE MODERNA A ROMA

La Galleria Comunale di Arte Moderna a Roma è stata definita da alcuni critici “una collezione nella collezione”: essa infatti, accanto alla migliore produzione artistica italiana dei primi decenni del Novecento e agli artisti più noti, ospita opere minori troppo spesso erroneamente sottovalutare.

Eppure si tratta di una collezione che, situata nel 1995 in quel di Via Francesco Crispi, ospita opere di Ferrazzi, Sironi, Casorati, Morandi, Savinio, Prampolini, Scipione (con i famosissimi “Cardinal Decano” e la “Via che porta a San Pietro”), Severini, De Chirico, Pirandello e Mafai con il suo splendido autoritratto.

Di particolare importanza storica e documentaria è poi il gruppo di bronzetti firmati da Cataldi, Lippi, Granata, Selva, Cambellotti, Tripodi ed altri protagonisti di una stagione assai felice nel panorama artistico romano che figura anche attraverso le testimonianze dei XXV della Campagna Romana, da Carlandi a Cecconi, da Ricci a Grassi.

Opere fondamentali, soprattutto per l’influenza che ebbero sui contemporanei sono “Alla fonte” di Nino Costa e “Le Vergini Savie e le Vergini Stolte” di Giulio Aristide Sartorio, del quale spicca anche la mirabile “Campagna Romana”, dalla pennellata rapida, che mira a dare effetti di densità atmosferiche, superando l’approccio verista della pittura di paesaggio ottocentesca.

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LA NASCITA DELLA GALLERIA

Assai significativo è ripercorrere le vicende relative alla faticosa nascita di questa bella Galleria, sconosciuta anche alla maggior parte dei cittadini romani.

Dall’Esposizione Internazionale del 1883 alle manifestazioni per il Cinquantenario di Roma Capitale del 1921, Roma accetta le eventuali donazioni artistiche, ma non destina le opere d’arte contemporanea, se non genericamente, alle collezioni capitoline. Il motivo, come spiegato dai critici, è dovuto ad una Amministrazione comunale solo discontinuamente presente nel settore della arte contemporanea ed anche agli accesi dibattiti sulla politica delle arti figurative che si tengono in quel quarantennio a Venezia, Milano, Firenze ed in molte altre città europee.

Soltanto artisti come Nino Costa, Aristide Sartorio, Giacomo Balla e Gino Severini sono gli interpreti di quanto avviene fuori Italia: un gran desiderio di rinnovamento verso artisti stranieri come quei Kandinsky, Munch o Matisse che vengono rappresentati nell’Esposizione Internazionale di Belle Arti del 1883. Non acquistando le opere d’arte straniere, esattamente come accadeva con la Galleria Nazionale di Arte Moderna, si preferisce “incoraggiare artisti meritevoli come vuole la tradizione della città”.

Solo dopo il 1911 emergono frammentari segni di un tardivo risveglio. Nel 1912, con quello che i critici definiscono “emblematico ritardo rispetto al resto d’Europa”, alcuni artisti danno vita alla Secessione Romana, mentre nel 1913 i Futuristi espongono per la prima volta in Italia e lo scrittore Giovanni Papini lancia la sua invettiva contro Roma e Benedetto Croce.

La prima mostra della Secessione Romana diventa l’occasione per riprendere il dibattito circa l’istituzione di una Galleria d’Arte Moderna Comunale, in occasione del dono offerto da Auguste Rodin di un busto dal titolo “Busto di Signora”. Inizia infatti a costituirsi un notevole patrimonio artistico con artisti romani, inizialmente di quelli che avevano fondato nel 1900 il gruppo dei XXV della Campagna Romana e successivamente con opere di genere e paesaggi laziali.

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Si determina in questa fase una nuova visione del paesaggio nella pittura romana, influenzata da quanto avveniva in Inghilterra, in Francia e Germania: la campagna romana, nella sua disperata e affascinante solitudine, ispira artisti diversi, atti a percepire lo stato d’animo del paesaggio e delle sue atmosfere, al di là di un verismo fine a se stesso. Il tramite, per la conoscenza di quanto avveniva in Inghilterra, è Nino Costa, figura politicamente carismatica nella Roma della fine del XIX secolo, legatissimo a D’Annunzio con il quale polarizza un gruppo di artisti che costituisce la società “In Arte Libertas” nella cui prima esposizione figureranno i preraffaelliti inglesi, primo fra tutti Edward Burne-Jones.

Certo, in qualche caso il favore verso specifici artisti è solo marginale: si pensi al caso di Giacomo Balla, le cui opere (“Il dubbio” e il “Ritratto di Nathan”) rappresentano ben poco della sua più che gloriosa produzione, mentre nel resto d’Europa ai Futuristi italiani sono dedicati unanimi consensi, in quanto il movimento viene visto come l’avanguardia più dirompente dei primi due decenni del secolo.

Si preferisce dedicarsi in tutto e per tutto alla produzione cittadina. Ancora nel 1917 vengono acquistati il “Bozzetto” di Armando Spadini e “Marmo” di Arturo Dazzi, cioè quanto di meglio si produca a Roma e questo con il chiaro intento che la futura Galleria possa distinguersi dalla Galleria Nazionale.

DALLE BIENNALI AL FASCISMO

Il tema della istituenda Galleria viene occasionalmente affrontato in occasione di acquisti di opere. Le celebrazioni per il Cinquantenario di Roma Capitale sono l’occasione per l’istituzione delle “Biennali Romane d’Arte” che si svolgeranno dal 1921 al 1925.

Con le Biennali Romane si configura la nascita della corrente Metafisica e dei Valori Plastici, evidenziando quel “ritorno all’ordine” tanto auspicato da Mussolini e dal Partito Fascista. Tuttavia, alla seconda Biennale, la commissione propone gli acquisti di artisti (Sartorio, Dazzi, Ferrazzi) divisionisti e simbolisti, letteralmente mettendo in secondo piano e quasi ignorando artisti già affermati e di nuove generazioni come De Chirico, Trombadori e Severini.

Dopo l’avvento del fascismo, la politica del Governatorato ribadisce il concetto che i due Istituti (la Galleria Nazionale e la futura Galleria Comunale) dovranno avere una politica diversa, documentando la Galleria Statale, in prevalenza, l’arte straniera mentre l’istituenda Galleria Comunale sarebbe stata rivolta all’arte italiana e specificatamente alle opere legate al Lazio e a Roma, prodotte da artisti romani o laziali.

LA LOCATION

La Prima Guerra Mondiale porta alla confisca del Palazzo Caffarelli in Campidoglio, per cui si stabilisce di insediarvi la Galleria d’Arte Moderna. L’inaugurazione avviene, finalmente, il 28 ottobre 1925, anniversario della marcia su Roma; la Galleria diventa quindi una sezione del complesso museale intitolato a Benito Mussolini, ed espone 137 opere fra sculture, pitture e grafica oltre agli acquerelli di Ettore Roesler Franz della serie di “Roma Sparita”.

Ancora nuovi acquisti per la Galleria, tra cui quelli delle mostre promosse dal regime, e sempre mirati ad artisti romani o attivi a Roma, piuttosto che ad una reale politica culturale per la Galleria, “prevalendo un interesse assistenziale verso la classe degli artisti e un sostanziale adattamento al gusto ancora tutto proteso verso l’Ottocento della classe borghese, in un indiscutibile rispetto del referente sociale e culturale del regime”.

Mentre fervono i programmi e gli acquisti, però, la Galleria viene di nuovo chiusa, con l’architetto Antonio Munoz a curarne il riordino e il nuovo allestimento, con i 120 acquerelli di Roesler Franz trasferiti dalla Galleria al Museo di Roma. La Galleria riapre il 28 ottobre 1931 con la nuova denominazione di Galleria Mussolini e si compone di 80 sculture e di circa 200 dipinti, sessanta dei quali provengono dagli acquisti della I Quadriennale Romana.

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IL TENTATIVO DI FUSIONE

Giuseppe Bottai, lasciata la carica di Governatore di Roma per assumere quella di Ministro della Educazione Nazionale, propone la trasformazione delle Esposizioni Quadriennali d’Arte di Roma in Ente Esposizione Nazionale Quadriennale d’Arte di Roma. Nel 1937 l’Ente viene posto sotto la tutela e la vigilanza del ministro stesso, ma le evoluzioni storico-burocratiche divengono ancora più intricate: appena un anno dopo il riordino delle collezioni comunali, il Ministro per la Educazione Nazionale e il Governatore di Roma stipulano una convenzione in base alla quale “la Galleria Mussolini è soppressa e le opere vengono concesse in deposito temporaneo presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna”. L’infausta convenzione del 1938 tenta di sopprimere non soltanto la Galleria d’Arte Moderna della città di Roma, ma decenni di autonomia politica di acquisizioni comunali, proprio quando le opere acquisite per la Galleria l’hanno paradossalmente resa più significativa, nelle collezioni d’arte contemporanea, di quella statale.

Il desiderio di Bottai di procedere alla fusione delle due Gallerie si coniuga con l’aspirazione di incrementare, a danno dell’Amministrazione comunale, una raccolta per certi versi ancora carente. Il trasferimento di 238 opere alla Galleria Nazionale avviene nel 1939, allontanando dalla gestione comunale una collezione unica e irripetibile raffigurante decenni di storia istituzionale della città di Roma prima ancora che di storia dell’arte.

In realtà, la collezione trasferita non rappresenta solo la ristretta e circoscritta cultura romana, ma offre anche opere di indiscusso pregio in grado di certificare le tendenze di quegli anni di intenso rinnovamento dell’arte italiana: “Susanna” di Felice Casorati, “Polenta a fuoco vivo” di Fortunato Depero, “Natura morta” di Filippo De Pisis, “La via che porta a San Pietro” e “Il cardinal Decano” di Scipione, oltre a molte altre opere di Carrà, Capogrossi, De Chirico e Prampolini.

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Da questo momento ha inizio una lunga querelle tra la Galleria Statale e il Governatorato, che insiste con forza affinchè le opere vengano restituite per dar vita alla Galleria Comunale. Lo Stato risponde in tono quasi sarcastico, proponendo il ridimensionamento della Galleria Mussolini come Museo cittadino, con l’esclusione di tutte le opere che abbiano importanza al di fuori dei confini tipicamente romani, il che significa “l’annullamento definitivo della Galleria d’Arte Moderna con la probabile espropriazione da parte dello stato del patrimonio artistico di cui è composta”.

Contrario a questa visione è lo stesso Antonio Munoz, Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti del Governatorato, che nel 1942 adotta una linea molto dura nei confronti dello Stato, continuando la politica degli acquisti che non vengono però più destinati alla Galleria Nazionale, perché (per usare le parole dello stesso Munoz) “la Galleria non farebbe che ammonticchiare le opere in qualche magazzino perché mancherebbe lo spazio per sistemarle”, con gravi conseguenze per le opere stesse e con il moltiplicarsi di quella deplorevole abitudine di usare le più importanti come arredo degli uffici governativi, con la conseguente dispersione del patrimonio d’arte moderna e contemporanea di Roma.

IL SECONDO DOPOGUERRA

Nel secondo dopoguerra riprende la politica degli acquisti dalle più importanti esposizioni romane e ritorna in auge il progetto di riaprire la Galleria Comunale d’Arte Moderna, ovviamente non più denominata Galleria Mussolini ma bensì Galleria Comunale d’Arte Ottocentesca e Contemporanea, mantenendone la sede nell’ex Palazzo Caffarelli. I dibattiti sull’argomento riempiono i verbali degli uffici amministrativi, ma non risolvono il problema della completa restituzione delle opere che il Ministero della Pubblica Istruzione continua a trattenere in gran quantità: la Galleria Comunale continua ad essere ridotta, per volontà comune, ad “espressione degli artisti romani”.

Per nostra fortuna, nel 1947 entra nella scena artistica romana Palma Bucarelli, Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che in breve tempo predispone un elenco riguardante gli artisti e le opere che sarebbero dovuti rimanere alla Galleria Nazionale e quelli “degli artisti romani che hanno svolto la maggior parte della loro attività a Roma e tra le quali, di comune accordo, quelle che codesto Comune desiderasse in cambio delle opere che lascerebbe in deposito”. La proposta, purtroppo, dura anni di tergiversazioni inconcludenti, mentre nel frattempo la sventurata Galleria Comunale si trasferisce a Palazzo Braschi, concesso dallo Stato come museo.

Nel novembre 1951 si inizia finalmente il ritiro delle opere di artisti romani o di interesse preminentemente romano, in modo da lasciare alla Galleria Nazionale quelle di interesse nazionale: 241 opere rientrarono alla Galleria Comunale, mentre 94 opere rimasero alla Galleria Nazionale, in gran parte di artisti non romani.

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L’EPILOGO DELLA GALLERIA COMUNALE

Il carattere regionale dato alla Galleria influenza in maniera assai negativa la politica degli acquisti successivi, non certo significativi della situazione contemporanea italiana. Le novantaquattro opere erano per la maggior parte acquisti dalle Quadriennali Romane, tra cui il notevole fondo di sculture e disegni di Vincenzo Gemito e il fondamentale dipinto “Alla Fonte” di Nino Costa.

Soltanto nel 1959 Antonello Trombadori, nella qualità di consigliere comunale, presenta una importante interrogazione con cui viene sollecitato con fermezza il ritorno delle opere della Galleria Nazionale e ribadisce la necessità che la Galleria Comunale d’Arte Moderna risponda alle richieste cittadine con un nuovo e moderno apparato museografico.

Nel 1963 la Galleria Comunale viene trasferita di nuovo al Palazzo delle Esposizioni per garantirle uno spazio più idoneo: nell’occasione si riesce ad ottenere la restituzione di altre 22 opere dalla Galleria Nazionale. La mostra a palazzo delle Esposizioni rimane aperta al pubblico fino al 1972, ma in occasione della X Quadriennale le opere vengono depositate nei magazzini del palazzo è lì rimangono fino al 1981.

Cinque anni dopo, il problema della Galleria si ripropone nuovamente: le opere giacciono a Palazzo Braschi, nei depositi comunali ed all’interno degli uffici governativi come arredo.

Nel 1989 la Galleria viene destinata nel complesso di Via Reggio Emilia, in cui avevano sede gli ex stabilimenti della Birra Peroni. Solo nel 1992, il Ministero della Pubblica Istruzione approva la restituzione delle opere alla Galleria Comunale, un patrimonio di quasi cinquemila opere negato per decenni al pubblico e agli studiosi, un percorso letteralmente unico e indispensabile per ricostruire il percorso dell’arte figurativa a Roma dalla fine dell’Ottocento in poi.

Da questo punto in poi, è attualità: con una selezione dei capolavori della collezione, nel 1995 viene infatti inaugurata la sede di Via Crispi, nell’ex convento delle Carmelitane Scalze, che è ancor oggi (in attesa di ulteriori evoluzioni) sede del Museo.

Un pensiero su “La Galleria Comunale di Arte Moderna di Roma

  1. Avatar
    Pamela Geiger dice:

    Non conoscevo la storia di questo museo e pensare che ci sono passata davanti tantissime volte e mi sono sempre ripromessa di entrarci prima i poi. Dopo aver letto questo articolo ci andrò sicuramente! Grazie!

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