Paul Gauguin

Paul Gauguin, Paul Gauguin, Rome Guides

PAUL GAUGUIN

Erano i primi giorni del maggio 1903 quando Paul Gauguin leggeva, nella sua capanna di uno sperduto villaggio delle Isole Marchesi, una lettera dell’amico Daniel de Monfreid da Parigi. La lettera, che arrivava appena in tempo, conteneva il riconoscimento atteso tutta la vita: “Ora lei è il favoloso, leggendario artista che invia dall’Oceano Pacifico opere sconcertanti ma inimitabili, creazioni di un grande uomo che è sparito dal mondo. Lei gode dell’immunità del morto illustre ed è passato alla storia dell’arte”.

Pochi giorni dopo, l’8 maggio, Gauguin si spegneva a 54 anni. Disperato, aveva chiesto il conforto dell’estrema unzione, lui che era un terribile mangiapreti. Stanco, malato di sifilide e, come sempre, senza il becco di un quattrino, era ormai l’ombra del roccioso e indomito combattente che dieci anni prima, al ritorno da Tahiti, aveva ricominciato a frequentare il salotto parigino del poeta Stephane Mallarmé. Uno degli intellettuali raffinati ed eccentrici che animavano quelle serate del martedì, Henri Regnier, lo ricorda così: “Mi sembra di sentire ancora la grossa voce rauca di Gauguin. Si sedeva pesantemente per il corpo massiccio. Il torso coperto da un maglione da marinaio, il viso rude, color fumo, le mani enormi, dava un’impressione di forza e brutalità. Aveva un’aria da capitano di cabotaggio”.

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I FALLIMENTI E L’OPPOSIZIONE ALLE REGOLE

Quell’anno era il 1893, e l’illustre mercante parigino Durand-Ruel, per fare un favore all’amico Edgar Degas, aveva organizzato una personale di Gauguin con 46 quadri e due sculture: fu un terribile fiasco commerciale, caratterizzato dalle stroncature di tutti i critici, con parole sprezzanti del tipo “Se volete far divertire i vostri bambini, portateli a vedere la mostra di Gauguin”. Dopo un breve soggiorno in Bretagna, dove fu coinvolto in una rissa con un gruppo di marinai che gli procurò una mai rimarginatasi ferita alla caviglia, partì per i Mari del Sud, lasciando per sempre la Francia e dando vita a quella leggenda di artista maledetto, perseguitato dalla società e condannato all’esilio, che lo accompagnò da allora per tutto il resto della sua vita.

Gauguin, d’altronde, aveva contribuito non poco alla nascita di quella leggenda: aveva infatti gettato alle ortiche la sua tranquilla vita borghese, abbandonando la moglie con cinque figli in Danimarca per spargerne ben di più tra la Francia e Tahiti e per seguire il sacro fuoco dell’arte, diventando un dandy anticonformista.

Gauguin si oppose tutta la vita alle regole, non solo a quelle della pittura accademica, ma ben presto anche alle novità che venivano dagli Impressionisti. Cercava la più completa libertà espressiva, rifiutando in blocco anche le convenzioni che regolavano la vita nella Francia della fine del XIX secolo, definita “una spaventosa società che fa trionfare i piccoli a spese dei grandi”. Si dedicò invece, fino all’ultimo, alla trasgressione di ogni regola, nella vita privata, nell’abbigliamento e negli atteggiamenti.

UNA FUGA DA SE STESSO

“L’uomo che viene da lontano e andrà lontano”, come lo aveva definito Van Gogh, iniziò a vagare senza sosta, dall’effervescente (e da lui ritenuta insopportabile) Parigi a Pont-Aven, nella ruvida e spartana Bretagna, per poi recarsi ad Arles, nella calda e luminosa Provenza, ospite della celebre casa gialla di Van Gogh per sessanta giorni difficili ma di straordinaria creatività per entrambi.

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A Gauguin tutto ciò non bastò: lui vagheggiava l’atelier dei tropici, lontano dal mondo civilizzato e da un ambiente artistico a cui sentiva di non appartenere: “Mi vedo condannato a essere capito sempre meno, e devo continuare a seguire la mia strada da solo, trascinando un’esistenza da paria. Così la solitudine nelle foreste mi appare nel futuro come un nuovo paradiso e quasi un sogno. Il selvaggio tornerà al selvaggio”, scrisse a Van Gogh nel 1890. Eppure, in quel momento, Gauguin era considerato una sorta di punto di riferimento da molti artisti e intellettuali dell’avanguardia parigina. Scappò a Tahiti nell’aprile 1891, ma le preoccupazioni economiche e le delusioni lo inseguirono anche lì. Tornò a Parigi per poi lasciare nuovamente la capitale francese poco dopo “più primitivo che non all‘arrivo, ma con più conoscenze”, trasferendosi a Tahiti prima e alle Isole Marchesi poi, continuando regolarmente a inviare a Parigi quei quadri che sconcertavano quasi tutti e che, alla fine, non gli davano di che vivere neppure in una capanna. Quando, nel 1897, si salvò fortunosamente da un tentativo di suicidio, non aveva neppure il denaro sufficiente per pagare il conto dell’ospedale.

Gauguin era costretto a svendere i suoi quadri per piccole somme, e il denaro che riceveva era in genere appena sufficiente a pagare i debiti che aveva accumulato. Già nel maggio 1888, in una lettera a Van Gogh, aveva confessato tutte le sue preoccupazioni: “Speravo fortemente non dico di fare quattrini a palate, ma di guadagnare di che vivere e lavorare modestamente. E al fratello del pittore, Theo, mercante d’arte a Parigi, scrisse pochi mesi dopo un appello che lasciava trasparire tutto il suo sconforto: “Se trovasse un collezionista o uno speculatore e gli venisse la tentazione di ribassare il prezzo, lo faccia pure”. Gauguin, brutale anche con se stesso, iniziò ad autodefinirsi un “miserabile”, con un esplicito riferimento al romanzo di Victor Hugo.

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LA LEZIONE DI GAUGUIN

Dopo la sua morte, la lezione di Gauguin esercitò un’influenza immediata su generazioni dì artisti, dagli espressionisti ai cubisti, dai fauvisti a Picasso e Matisse. Dietro l’improvviso successo si nascondeva però anche la figura di un grande mercante, Ambroise Vollard, che con occhio lungimirante aveva acquistato a pochissimo, alla fine del 1898, tutte le opere dell’artista che non avevano trovato fino a quel momento compratori.

Nelle tele di Gauguin, come nelle sculture e nelle splendide xilografie, l’arte cessò d’essere una mera rappresentazione della realtà: come scrisse l’artista stesso, la pittura doveva esprimere solo l’essenza delle cose “perchè la forma e il colore possono evocare pensieri meravigliosi”. Fu solo, ma al contempo connesso con i grandi mutamenti artistici della sua Francia: nella sua capanna tenne appesa fino all’ultimo la riproduzione del nudo dell’Olympia di Manet, e molte volte le donne tahitiane tanto amate da Gauguin ne assunsero, nei suoi quadri, la stessa postura.

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Ma al di là dei soggetti esotici, fu la sua straordinaria semplificazione delle forme e dei colori che gli consentì di ottenere un grande e postumo successo. Con Vincent Van Gogh fu assai esplicito: “Io non conosco idee poetiche. Trovo tutto poetico, ed è nei reami del mio cuore, che sono talvolta misteriosi, che scovo la poesia. Le forme e i colori tradotti in armonie producono di per sé poesia”. Con il fratello Theo fu più polemico: “È una bella cosa riprodurre il modello secondo natura, ma bisogna fare in modo che se ne senta l’odore”.

Gauguin, che per Van Gogh era “un uomo vergine dagli istinti selvaggi”, provocò il mondo dell’arte parigina fino alla fine. Vinse la sua guerra contro tutto e tutti, ma per lui era ormai troppo tardi. Si congedò dal mondo a modo suo: “Credo che su di me sia stato detto tutto ciò che si doveva e non si doveva dire. Desidero soltanto silenzio. Mi si lasci morire tranquillo e dimenticato”.

E cada, per favore, un velo di silenzio anche su quel perbenismo fasullo e artificiale che, scatenato da un articolo del New York Times del 2020, vorrebbe rimuovere tutte le opere di Gauguin dai musei mondiali a causa delle relazioni dell’artista con polinesiane minorenni. Passi l’essere trattato con orrore da vivo, ma essere “bannato” post mortem pare decisamente un’eresia: Roma, ne siamo certi, sarebbe ben disponibile ad accogliere le sue opere non volute, arricchendo le proprie collezioni di arte moderna che risentono dell’assenza di opere di questo artista eccezionale, esposto nella Capitale solo tra il 2007 e il 2008.

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