La Roma di Scipione

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LA ROMA DI SCIPIONE

Scipione, o per meglio dire Gino Bonichi, nato a Macerata nel 1904, è uno di quei pittori che, pur non essendo nati a Roma, sono considerati romani a tutti gli effetti: della Città Eterna, infatti, Scipione è stato uno dei massimi narratori, senza restare legato al racconto cittadino ma allargando le sue visioni a quelle tragedie dell’esistenza che erano comuni nella pittura europea di quegli anni.

Scipione fu un artista vero, con i pregi e i difetti tipici degli artisti, e come tale si è dissipato (lui che fin dalla giovinezza fu malato di tubercolosi) con una vita pazza, da bohémien, fatta di scorribande notturne, di grandi amori passionali e di entusiasmi per tutto ciò che poteva apparire sopra le note di una vita comune.

In una lettera del 15 luglio 1925, scritta da Grottaferrata all’amico pittore e scultore Mimì Lazzaro, parlando di una donna appena conosciuta, Scipione racconta: “Questa è la vita, la piena e rara felicità. È una signora che abita a Frascati, il marito è architetto a Ostia e ritorna ogni domenica. È una donna di Tiziano, sembra l’Amor Profano, bionda, opulenta, voluttuosissima. È bello morderla e prenderla con la saliva che cresce nella bocca e nel cuore che sussulta, come un fauno e una ninfa, nei boschi, è straordinariamente bello!”.

Per lui, anche le passioni amorose non conoscevano freni.

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Figlio di un colonnello dei carabinieri in pensione, Scipione, a Roma con la famiglia, prometteva una luminosa vita da atleta. A 15 anni conquistò infatti alcune vittorie di atletica leggera in svariate specialità, ma la settimana dopo si ammalò e cominciò a convivere con la malattia. Nel 1924 divenne amico di Mario Mafai e con lui iniziò un lungo girovagare per la città, nelle periferie e nei vecchi rioni popolari di Roma, accompagnati spesso da altri amici artisti come Mazzacurati, Lazzaro e soprattutto Antonietta Raphael, futura moglie di Mafai, che porterà un vento di esotismo nel gruppo che formerà la Scuola Romana.

Scipione, consigliato da Mafai, dal 1925 frequentò la Scuola Libera del Nudo e, in questo stesso anno, approfondì la conoscenza delle sculture, compatte e arcaiche, di Arturo Martini, alla Terza Biennale Romana. Da quel momento, il lavoro del giovane artista maceratese si sviluppò sulla linea del doppio binario della visione realistica della città e della sua espressione mitica e simbolica. Scipione fu uno dei pochissimi artisti in grado di sintetizzare, all’interno di un quadro, il disfacimento e la corruzione della città pur in una lettura poetica e piena d’amore per lo spazio circostante: la sua pittura, frazionata dalla malattia e dai continui ritiri obbligati a Grottaferrata e nei sanatori, fu come una meteora, breve e fugace (dal 1925 al 1933), ma pregna di tutti i desideri e i malanni del mondo.

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Alcuni critici hanno affermato che quella di Scipione fu una “pittura letteraria”: niente di più appropriato, se analizzando i suoi quadri si tiene conto della sua abitudine di recarsi alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia per sfogliare le riviste e i volumi d’arte. Si entusiasmava della Circe di Dosso Dossi, dei nudi del Parmigianino o di Goya, delle opere di Velazquez e Piero della Francesca, ma anche dei contemporanei come Chagall o Kokoschka.

Nella sua mente, le memorie storiche della Città Eterna si mischiavano con le impressioni ricevute dalla pittura studiata a Palazzo Venezia. I suoi sogni, le sue fantasie su lunghi viaggi all’estero, le sue amicizie con i maggiori poeti e letterati del momento (primo fra tutti Ungaretti) venivano trasportate sulla tela e nei disegni con una violenza temperamentale che tutto toccava e trasformava.

Esaminiamo, con i nostri occhi, la Roma di Scipione.

Il Ponte degli Angeli, 1930. Castel Sant’Angelo, il ponte ed il Tevere fanno parte di una iconografia tante volte incontrata nelle descrizioni di Roma che, fin dal XVI secolo, raccontano i luoghi sacri all’immaginario storico sulla città. La grande differenza sta nella modalità del racconto, un tempo spesso solo documentario e di memoria, tra l’archeologico e Il turistico, mentre la narrazione di Roma da parte di Scipione ha un sapore fantastico. Il mondo è quello crepuscolare e notturno, non tanto in senso cronologico quanto filosofico, cosicchè il ponte diventa l’immagine straniata di un luogo che si concentra grazie alla prospettiva distorta. L’angelo che prende il volo e si isola nel cielo buio è sinonimo di realtà mistica ma, proprio per questo, sinonimo stesso della realtà nascosta di Roma.

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Colosseo, 1931. Apparentemente descrittivo nella sua realizzazione, il Colosseo di Scipione si incastra in un paesaggio che racchiude contemporaneamente il significato della Roma pagana e cattolica. La memoria storica, con la Meta Sudans (distrutta nel 1936), si accompagna con la religiosità, antica e perdurante, del campanile nel fondo; il tutto è immerso nel verde di una oggi improbabile campagna, che si estende nell’orizzonte lattiginoso e sfumato. Sono i colori dell’inizio del giorno, come testimoniato dalla stessa Antonietta Raphael: “Io che venivo dalla Lituania, e cioè dal freddo, la mattina mi alzavo presto, alle cinque, e me ne andavo a dipingere al Colosseo, all’Arco di Settimio Severo e al Palatino, trovando molte volte Scipione che dipingeva anche lui alla luce della prima alba…”.

Via che porta a San Pietro, 1930. La zona intorno San Pietro, quella corrispondente a Via della Conciliazione, prima degli sventramenti avvenuti dopo il 1937, è quasi il sintomo involontario del decadimento di Roma. Qui Scipione immette le sue sensazioni stralunate dando vita a una visione fantastica e surreale: le fughe prospettiche verso il Vaticano si intrecciano in un fantasmagorico turbinio di segni e colori, disegnando un perfetto mix di tramonto naturalistico e architettonico. La storia del rione, indirettamente assimilabile a quella del pittore, lasciando presagire un senso di morte, ritornando all’intuizione scipionesca di Roma come dimensione simbolica e tragica dell’esistenza.

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Ritratto del Cardinal Decano, 1930. Dipinto nello studio di Mazzacurati, a cui era legato da una profonda amicizia, il Cardinal Decano (Vannutelli) è uno degli esempi della visionarietà creativa scipionesca. Il cardinale ripete le forme della cupola alle sue spalle, esaltando il colonnato del Bernini che insieme all’obelisco e alla fontana diventano coprotagonisti della scena eterna e sontuosa. Ancora una volta Scipione si ferma su una realtà che supera lo stesso luogo geografico situandosi in una concezione di romanità preziosa, sensuale e nascosta.

Piazza Navona, 1930. Il gorgo che racchiude la Fontana del Moro e la Fontana dei Quattro Fiumi nel fondo del quadro esprime l’impressione di contrasto tra reale e irreale che Scipione vede in ogni angolo della Città Eterna. Egli descrive una Roma trasfigurata, che qui diventa soggetto unico dell’immagine prospettica e allucinante che lascia trasparire il suo “sotterraneo demoniaco”.

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La Roma di Scipione è una città non realistica ma comunque reale, deformata dallo straniamento che subiscono i dati stessi della visione. Un angelo che vola, le grandi chiavi di San Pietro, una strada che pare dissestata, un crocifisso e un rosario, un cardinale e un principe: ecco gli elementi della Roma di Scipione, che si mostra nel suo specifico storico e sociale ma anche nel suo fantastico. La Roma scipionesca è quindi qualcosa di più di un racconto vedutistico: è la parabola della vita raccontata attraverso i sogni, i miti e i viaggi visionari di un grande protagonista dell’arte.

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