Anna Magnani

Anna Magnani, Anna Magnani, Rome Guides

ANNA MAGNANI

“Io sono nata a Roma e so anche dove, a Porta Pia. Mia madre ha vissuto un po’ in Egitto, dove si è sposata, e io l’ho raggiunta per un anno proprio lì. Da questo è nata la faccenda della mia nascita in Egitto. No, francamente, io voglio essere nata a Roma, perché sono nata a Roma”.

Si tratta di un dato innegabile, violentemente confermato dalle sue stesse parole: sì, Anna Magnani era nata a Roma, nel 1908. L’uomo che fu suo padre non volle darle il suo nome, e la “figlia della colpa” fu lasciata in casa dei parenti romani, mentre la sua bella mamma Marina, esortata da tutta la famiglia, seguiva in Egitto l’uomo austriaco che l’aveva sposata. Nel separarsi, mamma e bambina piansero disperatamente, ma poi la piccola Anna ritrovò la serenità nella grande casa antica della nonna e delle zie: Dora, Maria, Olga, Rina, Italia. Una famiglia decisamente matriarcale, con un unico zio, Romano (nomen omen…), che l’adorava.

Di quella casa, nei pressi del Campidoglio, probabilmente sita nella demolita Via di San Venanzio, Anna amava soprattutto l’ampia cucina odorosa di carbonella: sui fornelli c’erano spesso i ferri da stiro perché le zie lavoravano come sarte e le cucivano tanti bei vestitini. Fu un’infanzia caratterizzata dalle lunghe passeggiata mano nella mano con la nonna per i vicoli del centro, con l’anziana donna a canticchiarle:

T’aggio voluto bene a te

tu hai voluto bene a me.

Mo nun ce amammo cchiù

ma a vote tu

distrattamente piense a me….

Sotto di lei, una vocina d’argento ripeteva:

Te sei fatta ‘na veste scullata

‘nu cappiello cu ‘e nastr-e e cu ‘e rose…

Si era proprio nei pressi della Cordonata del Campidoglio, con la bimba stanca e la nonna che faticava a tenerla in braccio: ed eccole, quindi sedute entrambe a metà della rampa, intente ancora a canticchiare.

Molti anni dopo, mentre si stava un film per la televisione, La sciantosa, Anna chiese a Massimo Ranieri di cantarle Reginella. Massimo, all’epoca un giovane artista, ammise di non conoscere la vecchia canzone, ricevendo di rimbalzo l’aggressiva reazione della Magnani: “E allora che napoletano sei?!”. Massimo Ranieri, colpito nell’orgoglio, le fece una sorpresa qualche giorno dopo:

T’aggio voluto bene a te

tu hai voluto bene a me…

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Col passare degli anni, la vita di Anna cambiò sempre più. La casa nei pressi del Campidoglio si svuotava, lentamente ma inesorabilmente: lo zio Romano si sposò, lasciandola orfano dell’unica figura paterna, ed anche le zie presero ognuna la propria strada. La nonna, invece, andrà via per sempre, a cantare Reginella assieme al Bambinello di Santa Maria in Ara Coeli al quale era così devota.

Inizieranno i giorni grigi del collegio, fino all’arrivo inaspettato di mamma Masina, che giunse a Roma con il desiderio di portare con sé sua figlia in Egitto.

Ed ecco la splendida nave Esperia, con il suo grande salone da ballo, l’interminabile ponte, i flutti attraversati con potenza: Anna, ormai una signorina di quindici anni, era davvero felice. Ad attenderla al porto non c’era solo suo padre, ma anche una sorellina di undici anni, biondissima come il genitore. Dopo il primo momento di gioia, però, arrivarono i singulti della nostalgia: Anna piangeva, ogni notte, ripensando alla casa di Roma, alle nonne e alle zie, soffocando i singhiozzi sul cuscino.

Sua madre faceva di tutto per renderle piacevole il soggiorno, ma lei volle tornare a Roma, nella sua Roma, una città complessa e articolata, tra le botticelle ed i carretti di vino che venivano dai Castelli. Cullava il sogno di diventare una grande pianista, Anna, ma invece di andare al Conservatorio di Santa Cecilia si fermò qualche portone prima, in Via dei Greci, dove c’era la scuola di teatro Eleonora Duse, in cui insegnavano Silvio D’Amico e Ida Carloni Talli. Fu qui che si ritrovò a recitare il suo primo dialogo con un ragazzetto allampanato, quel Paolo Stoppa che molti anni dopo racconterà: “Le trovavo un sacco di difetti. Mi sembrava avesse le gambe corte, ma diventò bella quando cominciò a recitare”.

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Finita la scuola di recitazione, per Anna cominciò la girovaga e difficile vita delle compagnie teatrali di allora, in cui quasi ogni sera si cambiava commedia. Dopo averla notata, Ettore Petrolini per un momento ebbe la tentazione di scritturarla, per poi dirigersi su strade diverse. Poi venne la “Za bum” di Mario Mattoli con De Sica, Melnati, Rina Franchetti e Pina Renzi, ma fu quando dal lavoro si passò al sentimento che la vita di Anna ebbe una brusca virata.

Aveva già preso parte ai film La cieca di Sorrento, Tempo Massimo e Una lampada alla finestra quando nel 1936, sul set di Cavalleria, incontrò il regista Goffredo Alessandrini. Anna era una moglie gelosa, possessiva e Alessandrini un regista di successo: il matrimonio non poteva durare, anche perché il regista forse ammirava più l’attrice di quanto non amasse la moglie.

Vi fu intorno agli ultimi anni Trenta e ai primi anni Quaranta una breve stagione al Teatro delle Arti dove la Magnani, per la regia di Anton Giulio Bragaglia, interpretò un grande repertorio. I caratteri dell’attrice e del regista non erano però fatti per conciliarsi, e ne scaturirono scintille, tanto che la compagnia si sciolse.

Intanto Goffredo Alessandrini, il suo Nannetto, aveva incontrato Regina Bianchi. Per Anna fu una martellata violenta sull’incudine: dopo Alessandrini, nessun compagno di Anna Magnani abiterà mai più sotto lo stesso tetto di lei. Nel 1940, mentre lei viveva la sua affannata esperienza sentimentale, giunse l’evento che cambiò radicalmente la sua vita artistica: la rivista, e con essa la scoperta del dialetto. Come più volte osservato dai critici, Anna Magnani non fu mai un’attrice dialettale, ma si servì del dialetto perché questo le permise l’immediatezza di una maschera nuda.

Da questo momento Interpretò atri film (tra cui la gustosa caricatura della sciantosa in Teresa Venerdì, per la regia di Vittorio De Sica), ma dovettero trascorrere alcuni anni prima che il cinema italiano si accorgesse di quella straordinaria attrice, ormai maturata sui palcoscenici dell’avanspettacolo e della grande rivista accanto al fenomeno Totò.

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In quel momento, saliva alla ribalta Aldo Fabrizi, nato a Vicolo Santa Margherita, nei pressi di Via del Pellegrino. L’industria di famiglia era un banchetto di frutta e verdura sotto lo sguardo accigliato della statua di Giordano Bruno. Il Romano, cinema e teatro al fondo della piazza, lo attirò magneticamente e fu proprio su quel palcoscenico che debuttò in un monologo drammatico, un cieco di guerra, per interpretare il quale recitò persino ad occhi chiusi, non avvedendosi di aver oltrepassato la ribalta e cadendo in mezzo all’orchestra, fracassando la custodia del contrabbasso. Aldo Fabrizi tornò alla sua Campo de’ Fiori in un film di Mario Bonnard e, fra scene e scenette all’interno di quel mondo colorito, Anna cominciò a mostrare sullo schermo il suo vero volto, arrivando a far nascere Nannarella, che riconfermò il suo successo ne L’ultima carrozzella, sempre insieme a Fabrizi.

Intanto dal nuovo amore di Anna Magnami, Massimo Serato, nacque il piccolo Luca: era un bambino bellissimo, ma malato di poliomielite. Anna Magnani consultò medici italiani e stranieri ma, quando la sua disperazione divenne devastante, compì il gesto che da secoli veniva spontaneo alle popolane romane, decidendo di offrire tutti i suoi gioielli alla Madonna del Divino Amore nel suo campestre santuario di Castel di Leva.

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Giunse Roma Città Aperta, che prima di essere un film è lo spaccato impietoso di una dolorosa realtà. Una scena riproduceva sul palcoscenico del Teatro Valle la terrazza del Pincio e la Magnani, nella parte di una fioraia, affidava al vento un mazzolino di fiori perché li portasse a un nostro soldatino “in sentinella”. Se in quel tremendo periodo della nostra storia Totò, di fronte ad una platea con tedeschi e neofascisti, ebbe il coraggio di applicarsi due baffetti sotto il naso e di sbeffeggiare Hitler, Anna non fu da meno, tanto che la sua amica Marisa Merlini fu udita sospirare “Questa ce vo’ fa ammazzà a tutti”.

Nel giugno del 1944, Roma venne finalmente liberata, e fu anche libera di piangere i suoi lutti: i trucidati delle Fosse Ardeatine, i morti sotto i bombardamenti di San Lorenzo e dell’Ostiense, i partigiani uccisi per le strade. Una nobildonna vuol ricordare in un cortometraggio don Luigi Morosini, un sacerdote fucilato dai tedeschi perché vicino ai partigiani: da quel nucleo iniziale, però, per un susseguirsi di strane e provvidenziali vicende, si arrivò al film Roma Città Aperta, per la regia di Roberto Rossellini e la sceneggiatura di Sergio Amidei e Federico Fellini.

Nel film entrò anche la figura di Teresa Gullace, una popolana uccisa dai tedeschi davanti alle caserme di Viale Giulio Cesare mentre insegue il camion sul quale i nazisti hanno caricato il marito, cadendo dinanzi ai suoi bambini piangenti. Fu qui che si ricompose la strepitosa coppia Magnani-Fabrizi, Anna nella parte della popolana barbaramente uccisa, Aldo in quella del prete torturato e fucilato.

L’ispirazione per la scena più potente del film, quella che rese famosa è la Magnani in tutto il mondo, ossia la caduta nel momento della sua morte disperata, venne raccontata proprio da Sergio Amidei: “Avevamo girato una scena con la Magnani, Fabrizi e un tedesco dietro la caserma dei carabinieri a Trastevere. La Magnani aveva litigato con Serato, che era il suo uomo di allora, e Serato era scappato di corsa, saltando su una camionetta della produzione che aveva fatto mettere subito in moto. La Magnani corse appresso a quella camionetta gridando i peggiori insulti di cui era capace: frocio, magnaccia, insomma, roba del genere”.

Il film trasformò Anna Magnani in una star del cinema mondiale. Disamorata da Serato, il terreno venne liberato e prontamente arato per quell’incantatore di serpenti che era Roberto Rossellini: il loro sodalizio, però, fu quanto mai burrascoso, in particolare dopo l’arrivo di Ingrid Bergman, con la Magnani a sospettare e Rossellini a negare. L’addio non fu affatto romantico, con la Magnani che spiaccicò sul viso di Rossellini, in un ristorante gremito, un piatto di fettuccine al sugo.

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Ci furono poi i film girati in America (La rosa tatuata, Selvaggio è il vento, Pelle di serpente) e ancora altri in Italia, fra i quali spiccò L’Onorevole Angelina, nel quale la Magnani ritrovò la grinta di Nannarella. Alla carriera cinematografica, però, si affiancarono altri amori e altre delusioni, con la sua esperienza di vita che aveva consumato la sua fiducia nel prossimo ed aveva alimentato diffidenza ed arroganza: fu anche da quel dolore che Anna Magnani trasse quel pianto disperato nella solitudine della notte, stringendo al seno la sua bambina, che rappresentò uno dei momenti più travolgenti di Bellissima, un film straordinario per la regia di Luchino Visconti.

All’apice della sua carriera, ormai Premio Oscar, Anna Magnani si sentì tradita dal cinema e dal teatro italiano. La si potrebbe descrivere come una gatta stizzita, solo desiderosa di recitare in Antonio e Cleopatra, ma sarebbe indegno per una simile vita ed un simile talento. Assai più meritevole è ricordarla, la nostra Nannarella, con la scena finale del film Roma di Federico Fellini.

II portone di Palazzo Altieri si chiuse alle sue spalle, ma Anna ebbe ancora il tempo di andare a fare le prove de La lupa di Giovanni Verga, suo grande successo e doverosa riparazione del teatro italiano dovuta alla sensibilità di Franco Zeffirelli. Il portone di quel palazzo si sigillò definitivamente dietro le spalle di Anna Magnani quando si recò alla Mater Dei per essere operata di un tumore al pancreas. La sua agonia durò venti giorni, con lei a volere accanto soltanto suo figlio Luca e Roberto Rossellini.

Il 26 settembre 1973 Anna Magnani morì. Tre ore più tardi, la televisione mandò in onda il suo film 1870, girato da Alfredo Giannetti. Piazza della Minerva non conteneva la folla, con la grande basilica stracolma, letteralmente riempita da quella Roma che salutava la sua Nannarella con un interminabile applauso.

Subito dopo, ci fu solo un lunghissimo silenzio.

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