Il Muro Torto

Il Muro Torto, Il Muro Torto, Rome Guides

IL MURO TORTO

Se un pomeriggio d’estate si decidesse di fare una passeggiata al Pincio, non sarebbe troppo difficile scorgere in questo boschetto, ombreggiato da ampi filari di alberi, il suo passato ameno. Nell’antica Roma questa zona extraurbana venne scelta come residenza di lussuose ville e sempre qui sorsero sontuosi horti.

Ai dolci ricordi di ozio e fresche estati si alterna però a tratti la presenza inquietante di spiriti e di fantasmi che sembra infestassero quegli stessi giardini, che le leggende popolari attribuirono alle diavolerie dovute alle ceneri dell’imperatore Nerone custodite in un’urna proprio alle pendici del colle. La vicina Chiesa di Santa Maria del Popolo, secondo la tradizione, fu eretta proprio sul luogo dove si trovavano le spoglie del bistrattato Imperatore, che nel Medioevo vennero gettate nel fiume Tevere per allontanare gli spettri.

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Esiste però un luogo ancor più tenebroso e lugubre. Dopo aver camminato lungo i sentieri del Pincio, beandosi del silenzio e della pace dell’oasi verde, si arriva alla balconata che dà sul profondo strapiombo della strada sottostante: la balconata, meta per lungo tempo prediletta dagli aspiranti suicidi, dovette essere protetta da un reticolato in ferro, proprio per evitare tristi tentazioni.

Guardando in basso verso il fossato, si viene immediatamente colpiti da un enorme masso sporgente che sembra franare sulle migliaia di automobilisti che ogni giorno percorrono Viale del Muro Torto, delicatissimo snodo del traffico cittadino. Quella grande pietra, che sorge proprio in corrispondenza del primo angolo della strada e che interrompe il rettilineo formato dal perimetro delle mura Aureliane, è all’origine dello strano nome di tutto il viale: infatti, l’espressione «Muro Torto» non rimanda tanto al susseguirsi di curve che pure caratterizzano tutta la strada, ma indica il fatto che ci si trovi davanti ad un muro inclinato.

La pendenza, che secondo alcuni esperti “deve attribuirsi alla impetuosità delle acque della collina, lo scolo delle quali non era rapido quanto occorreva”, è molto più probabilmente dovuta a smottamenti del terreno di origine tellurica. Inglobato nella cinta muraria difensiva eretta dall’imperatore Aureliano per fronteggiare la minaccia delle invasioni barbariche, quell’avanzo delle antiche costruzioni dei giardini imperiali che si trovavano sul Pincio è stato per secoli il punto più famoso della muraglia.

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E proprio intorno a quel masso lavorato secondo la tecnica costruttiva romana dell’opus reticulatum che si sono intrecciate storie e racconti strabilianti. La leggenda più antica risale addirittura ai nefasti avvenimenti dell’assedio dei Goti: quando il generale Belisario decise di rafforzare la cinta muraria, preferì non toccare quel macigno sospeso, nonostante questo potesse servire ai Goti per aprirsi un pericoloso varco ed espugnare la città. Si diceva infatti che a guardia di quel “punto debole” ci fosse San Pietro in persona e che sarebbe stato molto meglio lasciare quel tratto di mura alla sua difesa piuttosto che offendere il santo con atteggiamenti non fiduciosi ed interventi di rinforzo. Quando i Goti attaccarono Roma, non si accorsero della breccia e lasciarono indisturbato quel punto molto vulnerabile, mantenendo così ancor più vivida la memoria di una sentinella “eccellente”.

Ogni storia ha però il proprio rovescio di medaglia, ed anche il Muro Torto non sfuggì a questa legge naturale. Nonostante la credenza che quel luogo fosse sorvegliato da San Pietro continuasse a vivere negli anni (se ne parlava ancora nel 1849, al tempo della Repubblica Romana), un curioso destino lo trasformò in terra sconsacrata, tanto da permettere che ai suoi piedi sorgesse un cimitero per la gente di malaffare, in particolare prostitute e giustiziati impenitenti. Il Muro Torto, che per la sua funzione di fossa degli abietti venne soprannominato “Muro malo”, divenne così un monito angosciante per chi avesse fatto di crimini e sconvenienti diletti uno stile di vita.

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Ovviamente, quella sepoltura infamante veniva inflitta soltanto alle prostitute più povere, a quelle che non godevano cioè della protezione di nessun uomo di corte o di Chiesa. In ogni caso, non molte di queste donne si dovettero spaventare al pensiero della propria destinazione futura, se si pensa che già alla fine del XVI secolo lo spazio era diventato troppo angusto, tanto da rendersi necessarie nuove disposizioni per allargare i confini del territorio a loro riservato.

L’usanza di utilizzare questo cimitero per la sepoltura delle persone che in vita erano state scomode o indecenti durò fino al secolo scorso, quando vi trovarono posto le tombe della maggior parte dei giustiziati in Piazza del Popolo: tra gli illustri ospiti vi furono anche Angiolo Targhini e Leonida Montanari, due famosi carbonari, accusati di un tentato omicidio e ghigliottinati nel novembre del 1825, durante il papato di Leone XII, senza ricevere gli estremi sacramenti.

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Il cerchio esoterico, in tal modo, acquisì nuova linfa energetica: ai fantasmi nati dalle ceneri maledette dell’imperatore Nerone, che per lungo tempo avevano infestato il colle del Pincio, si aggiunsero le ombre dei due carbonari che gli abitanti della zona asserivano di veder girovagare per il cimitero con le proprie teste in mano. Questa volta, però, gli spiriti apparivano ai cittadini romani al fine di adempiere ad una funzione benefica: la tradizione raccontava infatti che i due morti avessero un’anima burlona e si divertissero a dare ai romani i numeri da giocare al lotto, tanto che le loro tombe si trasformarono in uno specialissimo punto d’incontro e di raccolta delle giocate dei più smaliziati frequentatori del lotto. Nel tempo, la cosa dovette apparire poco morale e quando quella consuetudine prese piede in modo irreversibile, si decise di spostare la tomba dei due carbonari al fine di evitare inopportuni assembramenti.  

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