La fine di Beatrice Cenci

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LA FINE DI BEATRICE CENCI

Il rumore delle scarpe militari terrorizza le povere donne che si affollano nelle volte della chiesa fino all’altare, per chiedere protezione all’Altissimo; il prete, invece, è già filato via da un bel pezzo, diretto con ogni probabilità verso il Vaticano.

Quei rimbombi assomigliano ai rintocchi delle campane, ed invece sono soltanto i tacchi di legno del soldato che entra nel sagrato con la spada sguainata. Ancora un paio di passi, per avvicinarsi ad una colonna, giusto il tempo di calarsi le brache, sputare per terra ed urinare. Dopo aver terminato le sue funzioni corporali, il soldato inizia a guardarsi attorno, e subito si accorge del luccichio del tabernacolo. Senza alcun timore reverenziale, sale sul sacro tavolo e rompe la porticina che custodisce il Calice, afferrandolo con una morsa rapace e facendolo sparire nel sacco che porta a tracolla.

Sta per scendere, decisamente soddisfatto dal proprio bottino, quando la sua attenzione viene attratta da qualcosa che brilla nel pavimento, proprio sotto i suoi piedi. Si china, aguzza lo sguardo e non crede ai propri occhi: all’interno di una teca, coperta da uno spesso vetro, c’è un vassoio d’argento sul quale giace un teschio di donna, che conserva ancora lunghissimi capelli biondi. Con una sinistra risata, il soldato infrange il coperchio trasparente, infila nel sacco il prezioso vassoio e poi afferra per i capelli il cranio scarnificato. I capelli, però, si staccano quasi subito dall’osso, e la povera testa rotola lungo il pavimento. L’armigero si mette a ridere sguaiatamente, assai divertito, ed inizia a prendere a calci il misero resto, quasi fosse un pallone; quindi, una volta all’esterno, lo raccoglie con la mano e se lo ficca in tasca, allontanandosi dalla chiesa di San Pietro in Montorio fischiettando la Marsigliese.

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LA VITA DI BEATRICE CENCI

È l’ultima volta che qualcuno ha visto i poveri resti di una delle donne più belle di Roma, una fanciulla che per secoli ha fatto raccontare di sé il popolo e i nobili, sia grazie alle sue divine fattezze che a causa della sua turbinosa vicenda familiare, talmente appassionante e tragica da suggestionare scrittori e drammaturghi, pittori e musici.

Stiamo ovviamente parlando di Beatrice Cenci, la “ragazza dagli occhi come il mare”.

Lasciamo quindi il soldato francese Jean Maccuse a portarsi via il teschio, nel bel mezzo di una soleggiata giornata romana del settembre del 1789, e facciamo un balzo indietro di due secoli, ricomparendo in una Roma rinata ma confusa, alle prese con i funesti presagi del nuovo secolo, tra torture e inquisizioni, tribunali corrotti e condanne sommarie, cieco misticismo e bigottismo sfrenato, nel bel mezzo di interminabili guerre di religione. È in questo clima che matura la tragedia di Beatrice.

LE PERCOSSE E LA MULTA

Suo padre, Francesco Cenci, è ricchissimo: la sua casa romana è ricolma di oggetti di immenso valore ed i suoi forzieri, ben nascosti nei sotterranei, scoppiano d’oro. Tutta questa opulenza, però, non gli è sufficiente: a detta dei suoi contemporanei, Francesco Cenci è spaventosamente tirchio ed è ossessionato dall’idea che qualcuno possa rubargli anche una sola moneta. In aggiunta a ciò, come sanno quasi tutti, l’uomo è manesco e picchia sistematicamente i figli Giacomo e Bernardo, mentre a sua moglie Lucrezia riserva la frusta a alla sua bellissima figlia Beatrice il bastone. Non passa giorno in cui i vicini di casa non sentano provenire, dalla dimora Cenci, urla di dolore e sonori lamenti. Quando le grida giungono in strada, i servi abbassano lo sguardo e mugolano “È l’ora della mazzolatura”: ogni pomeriggio, infatti, Francesco si avventa sui suoi familiari per dar loro “una ripassata”, per poi vantarsene in giro con amici e conoscenti.

Se il vivere ordinario è terrificante, quello straordinario diventa letteralmente l’anticamera dell’inferno. Quando giunge la notizia che il padrone di casa è stato multato dal tribunale ecclesiastico di 100.000 scudi per “vizio nefando”, ossia una violenza sessuale nei confronti di due bambini figli di un povero rigattiere: il crimine, assai disgustoso, avrebbe comportato ben altra punizione se i due bimbi fossero stati rampolli di sangue blu, ma essendo dei semplici popolani, garantiscono una condanna più mite. Francesco Cenci, però, per poco non impazzisce dalla rabbia all’idea di dover sborsare tutto quel denaro, e decide in una botta di furore di scappar via da Roma, obbligando tutta la sua famiglia a fare fagotto e rifugiandosi nel Castello di Petrella del Salto, nei pressi de L’Aquila.

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L’ASSASSINIO DI FRANCESCO CENCI

Se a Roma, in qualche modo, la moglie ed i figli di questo vergognoso padre di famiglia riuscivano talvolta, con qualche sotterfugio, a sfuggire alle percosse, in un luogo angusto come un rustico maniero non c’è proprio modo di sottrarsi alle nerbate, ai calci, ai tratti di frusta e ai colpi del bastone. Insorge però un altro assalto, a detta dei popolani, ossia quello delle carezze, poiché Francesco, chiuso nel suo esilio volontario, si scopre anche incestuoso, e tutte le sere assalta disperato la camera della figlia per violentarla.

La situazione è decisamente insostenibile.

È in questo quadro da tragedia che matura la decisione della ragazza di uccidere il padre, attraverso un accordo con gli altri membri della famiglia: si tratta di trovare il modo migliore per sbarazzarsi dell’orco. Giacomo si reca a Roma con una scusa e compra un potente sonnifero, fornitogli proprio da quel rigattiere che ha visto i figli sodomizzati dal Cenci, mentre nel frattempo Beatrice si fa alleato il castellano di Petrella, un certo Olimpio Calvetti.

Il 9 settembre del 1598, non appena il ragazzo è tornato dalla Città Eterna, fanno ingerire al bruto tanto di quell’oppio da schiantare un elefante; con loro sorpresa, però, la tempra vigorosa dell’uomo reagisce al sonnifero, che produce solo un leggerissimo effetto. La famiglia è delusa e affranta: Francesco Cenci, che sarebbe dovuto stramazzare a terra, si lascia andare a qualche sbadiglio e raggiunge, tra la rabbia generale, la camera da letto.

A questo punto la moglie Lucrezia decide di tagliare la testa al toro: Olimpio Calvetti e Giacomo Cenci dovranno afferrare dei martelli, entrare nella stanza e colpire al capo suo marito Francesco, per poi sollevare il corpo e gettarlo dal balcone.

Grazie ad un fisico davvero possente e ad una tempra da vero combattente, però, Francesco Cenci non muore né alla prima, né alla seconda martellata: ne occorreranno più di venti per avere la meglio su quel rozzo individuo, e saranno proprio tutti questi colpi al cranio a rappresentare la rovina dei Cenci. Nessuno, infatti, potrebbe credere che una caduta da circa undici metri, tanto è alto da terra il balcone della sua stanza da letto, possa ridurre un cranio in poltiglia.

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LE ACCUSE E IL PROCESSO

La polizia pontificia non crede nella disgrazia e formalizza l’atto di accusa contro i tre figli e la moglie del morto. Il Calvetti invece se la svigna nottetempo, portandosi via la collana di Beatrice che vale da sola un mezzo patrimonio.

Il processo è una farsa: le circostanze attenuanti non sono tenute in nessuna considerazione e Francesco Cenci, anziché manesco seviziatore, viene fatto passare per un uomo buono e giusto, letteralmente in odore di santità. Il motivo di questa distorsione dei fatti è lampante: Papa Clemente VIII, infatti, vuole incamerare tutte le ricchezze dei Cenci, come poi avverrà effettivamente, e quindi desidera una condanna esemplare per i membri della famiglia assassina. Quando il rigattiere dai figli violentati cerca di testimoniare in giudizio, pronunciando qualche parola in difesa di Beatrice, viene sollevato di peso e gettato in carcere. Di lui non si avranno più notizie.

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Una simile istruttoria non può concludersi se non con un verdetto di condanna, ed ecco che puntualmente la pena cala sui disgraziati. Giacomo, al quale viene riservata la punizione più truce, viene torturato per tre ore con strumenti arroventati, per poi essere percosso sul capo con un bastone fino a che il cervello non gli schizza fuori dalle orecchie.

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Per Lucrezia e Beatrice, invece, la pena consiste nella decapitazione in Piazza di Ponte Sant’Angelo, in data 11 settembre 1599. Il povero Bernardo, giovane ed innocente, viene condannato ad assistere a quelle atrocità e poi è rinchiuso in una cella buia nei sotterranei di un braccio del Carcere Mamertino, prima di essere condannato ai lavori forzati su una galera pontificia.

A detta dei suoi contemporanei e dei posteri, Beatrice tiene un contegno fierissimo sia davanti ai giudici, sia di fronte al boia: Stendhal, Dumas, Shelley, Nicolini e Guerrazzi, solo per citare alcuni nomi, la eleggeranno per questo a propria eroina in una quantità impressionante di liriche, novelle, romanzi e tragedie.

Ancor oggi, ogni 11 settembre, la Confraternita dei Vetturini di Roma fa dire, nella Cappella di San Tommaso di fronte al palazzo della famiglia, una messa in suffragio della bella fanciulla decapitata.

LA MALEDIZIONE DEL SACRILEGO

La storia di Beatrice finisce qui, ma tornando da dove abbiamo iniziato questo articolo, possiamo accennare all’ironica fine del militare francese saccheggiatore, che abbiamo lasciato con il teschio della donna nelle tasche. Secondo la leggenda, dopo questo atto sacrilego, Jean Maccuse viene colpito da una potentissima maledizione: tornato in Francia, scopre che la moglie lo ha lasciato e ha venduto tutte le sue terre, lasciandolo senza un soldo. Decide quindi di arruolarsi di nuovo e viene spedito in Africa, dove però è fatto prigioniero da un sultano, che ordina di farlo decapitare al fine di poter conservare la sua testa su un vassoio di argento all’interno di una teca di vetro.

A proposito di corsi e ricorsi storici…

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