Roma nel Quattrocento

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ROMA NEL QUATTROCENTO

All’inizio del XV secolo Roma versava in condizioni davvero tristi e miserevoli. Il continuo passaggio di truppe ed i frequenti cambiamenti di governi e governanti, nell’assenza dei pontefici, avevano provocato guasti assai significativi: era andata distrutta la cosiddetta Portica di San Pietro, la strada di Santo Spirito era stata disselciata per ricavarne pietre da lanciare ai nemici e molte chiese erano state trasformate in fortini e postazioni militari. A voler prestare attenzioni ad alcune fonti, nella loggia delle benedizioni papali venne piazzata addirittura una bombarda pronta ad aprire il fuoco contro Castel Sant’Angelo nel caso in cui gli assedianti lo avessero conquistato.

Moltissime case e chiese erano rimaste scoperchiate e versavano in completa rovina, mentre nei cimiteri i morti giacevano senza sepoltura. Ovunque dilagava la fame, e nei mesi più freddi i lupi si spingevano fino ai quartieri abitati. I cittadini, privi di direttive, erano banderuole al vento, talvolta in preda al più sfrenato entusiasmo, talaltra sconvolti dalla più nera costernazione.

È facile quindi immaginare in quali condizioni versasse Roma agli occhi di Papa Martino V quando quest’ultimo, il 29 settembre 1420, all’atto del suo ingresso, venne salutato dal tripudio dei cittadini. La parte abitata si era ristretta ai rioni Campitelli, Pigna, Regola, Sant’Angelo ed Eustachio, con piccole zone punteggiate di civilizzazione attorno alle basiliche maggiori, ossia San Pietro, San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore; l’Aventino contava soltanto chiese e fondazioni monastiche, mentre la strada più trafficata era probabilmente la Via Santa, l’odierna Via della Lungara, che conduceva fino alla Città Leonina il cui accesso era costituito dalla Porta Santo Spirito.

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STRADE E CASE

Le strade cittadine erano strette, sconnesse e sporche, e riflettevano perfettamente le condizioni igieniche generali di Roma e dei Romani, che lasciavano molto a desiderare. Gli edifici erano di vario tipo (le definizioni dell’epoca le classificano in “domus terrinea solarata et columnata”, “domus tectata cum claustro ante eam”, “domus cum horto retro”, solo per fare alcuni esempi), ma la stragrande maggioranza poteva essere inserita nella categoria delle “domunculae”, ossia casupole semidiroccate abitate da una vera moltitudine di poveri, che conferiva a Roma un volto complessivamente assai misero.

Ovviamente, come sempre accaduto, c’erano anche le residenze nobiliari, con gli Orsini a Monte Giordano, i Savelli vicino al Teatro di Marcello, i Conti al Foro di Nerva e i Colonna presso il Foro di Traiano, ma queste zone “aristocratiche” erano separate dal resto di Roma per mezzo di palizzate e rudimentali confini. Per le fanghigliose strade attorno ad esse si aggiravano artigiani, commercianti, servi, mendicanti, militari, preti, monaci, emarginati di ogni tipo e sesso, abituati a vivere di elemosina, ma anche di furti, rapine e delitti di ogni genere, che contraddistinguevano la vita comune romana con tratti di inusitata violenza e rozzezza.

MONUMENTI ANTICHI E FORNACI

In tale situazione, anche i monumenti antichi versavano ovviamente in pessimo stato. Il Foro era definito una “stalla di porci e bufali”, il Palatino un pascolo di pecore e capre, ed il teatro di Marcello, secondo Poggio Bracciolini, era stato trasformato in una macelleria. Il teologo e vescovo di Capodistria Pietro Paolo Vergerio annotò le proprie sensazioni con estrema chiarezza: “Dovunque tu cammini per la città vedi qua pezzi di colonne, là basi, poi statue infrante e larghissime vasche tagliate in marmo di ogni specie. Molte sono le urne cinerarie e sepolcri interi scolpiti con arte mirabile. I romani attendono al loro danno e rovina col tenere accese le fornaci, mettendovi dentro le pietre degli antichi edifici convertendole in calce”.

Nella Roma del XV secolo, dunque, non esistevano importanti rovine accanto alle quali non fosse stata installata almeno una fornace; anche nei casi più fortunati, i monumenti non ridotti in calce venivano smontati pezzo per pezzo per farne materiali da costruzione, trasportati su carretti trainati da muli e destinati ad essere utilizzati in nuove imprese edilizie.

I SEGNALI DIVINI

Tutto questo mesto panorama si accompagnava ad un correlato scadimento di costumi e ad un generale basso livello morale dei cittadini romani, che erano divenuti quasi barbarici nel loro essere rumorosi e aggressivi, prepotenti e ineducati. A raffreddare i loro bollenti spiriti doveva pensarci, di tanto in tanto, Giove Pluvio, come ad esempio durante l’Anno santo del 1475, quando il tempo fu talmente inclemente a livello di freddo e pioggia che il Tevere inondò una buona parte della città, tanto da diffondere contagiose pestilenze che costrinsero ad abbandonare la propria residenza persino Papa Sisto IV, che fu costretto ad allungare l’Anno Santo fino alla Pasqua del 1476.

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La situazione migliorò solo in parte, e Giove Pluvio comprese di dover mandare un secondo avvertimento, stavolta ancor più minaccioso.

Nel giugno del 1500, si scatenò una bufera talmente improvvisa e violenta da abbattere persino una parte delle stanze dei palazzi vaticani, proprio mentre Papa Alessandro VI vi stava concedendo udienza. A causa del crollo di un soffitto si ebbero svariati morti, ed in un primo momento si dette per scomparso e deceduto anche il Santo Padre. Tutta la città balzò in allarme al rapidissimo diffondersi della notizia, poi rivelatasi fallace, ma essa venne accolta da Papa Alessandro VI come un segno premonitore relativo alla necessità di riformare in primis la Chiesa e poi la città di Roma.

Nel giro di pochi anni, tra Sisto IV ed Alessandro VI, sembrò di vedersi trasformare una cittadinanza come se fosse trascorse tre o quattro generazioni. Sotto Sisto IV, ad esempio, furono decisamente introdotti a Roma i criteri artistici del Rinascimento, che permisero l’ampliamento e la definitiva sistemazione della Biblioteca Vaticana, decorata con affreschi di Melozzo da Forlì, il restauro grandioso della Basilica Vaticana e delle chiese dei Santi Apostoli, di Santa Maria del Popolo e di Santa Maria della Pace, dettaglio che permise poi al Papa di potersi dedicare pienamente alla creazione della Cappella Sistina. La presenza del Papa, della curia e di tanti artisti aumentò anche il numero degli stranieri, frequentatori delle “Scholae”, e dei familiari dei cardinali: tutto ciò contribuì a regalare a Roma un volto più internazionale che, dal XVI secolo in poi, si riflesse in un maggiore apprezzamento delle vestigia artistiche e storiche della città.

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LA VITA ALL’APERTO

Non scavalliamo però il secolo e torniamo nel bel mezzo del Quattrocento Romano, per raccontare come vivesse la popolazione.

Nell’ambito dei rioni, ancora divisi quasi rigidamente gli uni dagli altri, la vita si svolgeva il più possibile per strada e nelle piazze: il Tevere non separava l’abitato come oggi, ma ne era parte integrante, rappresentando una vera e propria autostrada a scorrimento veloce. Un porto si trovava nei pressi dell’Aventino, l’altro a Ripetta. A livello di dogane, c’erano quelle fluviali di Ripa Grande e Ripetta per il controllo delle merci giunte dal Tevere e quella di Sant’Eustachio per le derrate giunte via di terra. La gente assisteva all’arrivo della merce, mentre giovani ragazzi e uomini maturi cercavano di guadagnarsi la pagnotta con un lavoro occasionale, quando giungevano navi da scaricare o da caricare.

Da un lato, quindi, le strade e le piazze erano il salotto di Roma, ma talvolta ci si spostava nell’altra camera di rappresentanza di Roma, ossia le chiese, dove il popolo si recava ad assistere alle numerose cerimonie, sempre più lunghe e fastose, tese a dare una plastica prova dell’accresciuto potere papale.

In ogni caso, sebbene i cittadini fossero spesso impressionati dallo sfarzo dei luoghi di culto, la stragrande maggioranza del tempo si trascorreva all’aperto, magari nel bel mezzo dei mercati, oppure godendosi i giochi di piazza, in particolare in periodo di Carnevale. Il motivo di questo desiderio di evasione era ovvio: come già accennato, eccezion fatta per le sontuose residenze patrizie, le abitazioni dei romani erano piccole e fatiscenti, fredde d’inverno e afose d’estate.

Immaginate quanti piedi, quanti calzari, quanti sandali calpestassero strade e sentieri della città, che all’epoca non erano certo pavimentate a dovere: le vie, spesso disselciate e polverose, si trasformavano in veri torrenti in caso di pioggia, diventando la perfetta dimostrazione della dissoluzione dell’antica perfezione stradale dell’Antica Roma, bel rappresentata dal brocardo “tutte le strade portano a Roma”. Aggiungendo a ciò la calca che si creava negli Anni Giubilari, con migliaia di pellegrini ad affollare la malridotta città, si potrà ben comprendere come in tali occasioni le condizioni igienico-sanitarie collassassero in tempi brevissimi.

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IGIENE E GIUSTIZIA

A proposito di sanità, gli ospizi (fra i quali primeggiava quello del Santo Spirito) erano appena sufficienti in momenti normali e del tutto inadeguati durante gli Anni Santi, così come nelle emergenze scaturite da epidemie e pestilenze. Roma, salvatasi miracolosamente dalla furibonda epidemia di peste del 1348 che uccise un terzo degli abitanti di Firenze, fu colpita nel XV secolo da numerose pestilenze, che misero ancor più a repentaglio la sopravvivenza cittadina.

Si moriva di malattia, ma si moriva anche per mano della giustizia. Impiccagioni e giudizi capitali, puntualmente pubblicizzati affinché servissero d’esempio alla popolazione, si celebravano solitamente di fronte a moltitudini di persone, scegliendo con cura i luoghi più adatti alla loro celebrazione: il Campidoglio, San Giovanni in Laterano, Porta del Popolo (mantenutasi luogo di supplizi per i politici fino al XIX secolo) e Campo de’ Fiori, luogo prediletto per l’esecuzione capitale dei nemici del Papa e della fede, come imparò a sue spese Giordano Bruno, messo al rogo nel 1600.

Anche Castel Sant’ Angelo era un luogo deputato alle esecuzioni capitali, sia sui piazzali interni sia sul battuto del corpo principale: anche in questo caso, però, i cadaveri venivano appesi ai torrioni laterali o al Ponte degli Angeli, affinchè la morte dei più facinorosi servisse d’esempio ad altri che volessero seguirli sulla via della ribellione.

La vita quotidiana a Roma nel XV secolo, insomma, si sviluppava fra luci e ombre: da un lato, c’erano spinte che conferivano al volto della città una maggiore presenza scenica, ma dall’altro c’erano controspinte che sembrano ricacciarla verso le tenebre delle epoche precedenti. In queste montagne russe politiche e sociali, Roma mostrava gli accenni di quell’inarrestabile sviluppo destinato a protenderla verso la meritata gloria, al fine di potersi riappropriare del glorioso appellativo di Caput Mundi.

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