Il brigantaggio nella Campagna Romana

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IL BRIGANTAGGIO NELLA CAMPAGNA ROMANA

Per i viaggiatori stranieri, i briganti che caratterizzavano la Campagna Romana avevano una sorta di fascino pittoresco, facendo parte di quel senso di avventura che il Grand Tour offriva a tutti coloro che volessero intraprendere il viaggio in Italia nella prima metà dell’Ottocento.

Da Bologna a Firenze, lungo gli Appennini, e poi in territorio pontificio dal Viterbese a Roma e dai Castelli alla Ciociaria, tra Frosinone e Terracina, lungo la via Appia fino a Napoli e poi fino al Meridione: i briganti erano letteralmente dappertutto, e proprio a causa della loro pericolosità costituivano l’elemento affascinante che questa sorta di “safari archeologico-monumentale” comportava, con tutta la suggestione che il romanticismo del viaggio era capace di sollecitare.

Era quindi un ingrediente del folklore locale, pubblicizzato da scrittori e artisti attraverso diari di viaggio e quadri d’ambiente, come ad esempio The Painter’s Adventures dell’americano Washington Irving, che descrive le disavventure di un artista fra i pericoli della Campagna Romana, oppure anche Italy a poem di Samuel Rogers, che dedica un intero capitolo ai briganti raccontando proprio un episodio di brigantaggio, frutto del viaggio compiuto dallo scrittore assieme a Byron e Shelley fra il 1824 e il 1830. Quest’ultima, in particolare, fu un’opera che fece letteralmente storia, tanto da venire pubblicata in due edizioni, del 1830 e del 1840, con incisioni di Thomas Stothard e Joseph William Turner, che disegnarono “dal vivo” a rischio della propria vita.

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Quello del brigantaggio era un fenomeno davvero folkloristico, così come la diffusione dei mendicanti per le strade della Città Eterna, che ad esso era indirettamente collegata.

Da un lato, una millenaria miseria, i soprusi dei nobili, le angherie del fisco e una giustizia inesistente che mitizzava l’immagine di certi fuorilegge, assimilabili a generosi riparatori dei torti subiti dai poveri e dagli inermi; dall’altro, la strumentalizzazione che si fece del brigantaggio da parte dei sovrani spodestati per tentare di riottenere il trono con appelli alle popolazioni, specialmente extraurbane, ad armarsi ed opporsi all’invasore, dallo Stato Pontificio ai confinanti Regno di Napoli e Granducato di Toscana. Ecco quindi le “squadracce degli scarpitti” dell’Abruzzo, armate di fucili da caccia, e le “masse della Terra di Lavoro” comandate da avanzi di galera, sovvenzionati dal cardinale Fabrizio Ruffo alla riconquista di Napoli con Fra Diavolo.

Così, nella prima metà dell’Ottocento, la Campagna Romana a nord e sud della capitale pontificia era battuta da numerose bande provenienti principalmente dal Viterbese e dal Frusinate. Assalivano le corriere, rapinavano e sequestravano nobili, commercianti e turisti per chiedere forti riscatti, distruggevano interi raccolti per intimidazione, depredavano mandrie, stupravano donne. Era un autentico terrore, organizzato in modo ammirevole, come scrive Jones Barker Thomas in una nota ad una sua litografia che illustra un covo di briganti a Sperlonga nello splendido volume “Un an à Rome et dans ses environs”, pubblicato a Parigi nel 1823:

“I briganti italiani hanno trovato un modo per far soldi senza uccidere le loro vittime: comunicano ai parenti delle persone sequestrate il destino che le attende e poi chiedono un riscatto più o meno considerevole, unico modo perché tornino a vivere in libertà. Se il denaro non viene consegnato quando e dove essi hanno stabilito, i sequestrati vengono uccisi. Questo sistema, che riesce quasi sempre, diventa una salvaguardia per i briganti: se vengono ricercati dalle guardie, si scatena la loro crudeltà con certe persone sequestrate. Questi malviventi sono ben noti: possiedono quasi tutti una casa, un terreno e delle mandrie, che lasciano alla sorveglianza della loro sposa, mentre si dedicano al brigantaggio come per una vera e propria vocazione”.

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I rischi maggiori naturalmente erano per le donne, perché quelle che cadevano nelle mani dei banditi non avevano più alcun futuro nella società: venivano infatti spesso violentate, tenute prigioniere sugli inaccessibili luoghi montani ed obbligate a convivere con un bandito. Talvolta capitava persino che una donna catturata, conscia del fatto di essere ormai “svergognata” per un eventuale ritorno tra la gente civile, finisse per accasarsi in modo definitivo con il suo bandito, diventando la moglie del brigante e mettendo su famiglia, quale compagna più o meno diretta delle avventure del marito, spesso armata anche lei fino ai denti.

Parlando di artisti italiani, fu Bartolomeo Pinelli, probabilmente l’illustratore più sensibile all’universo dei briganti pontifici, ad immortalare veri e propri quadretti familiari dal vivo quando si avventurò nelle zone malfamate, attratto com’era dai “fatti di quei malandrini” giudicati invece da altri cronisti come “un’onta dell’umanità”. Renato Pacini, biografo del Pinelli, racconta con dovizia di particolari le sue avventure romantiche:

“Fu questo per lui un periodo di avventurosa vita. In mezzo ai boschi, per le balze ed i dirupi, dormendo nelle grotte e mangiando alla frugale mensa dei suoi ospiti, il Pinelli passava beatamente le sue giornate, disegnando costumi per lui poco familiari e ritraendo tipi caratteristici di uomini pronti a tutte le fatiche, a tutti gli agguati, a tutte le audacie”.

Frutto di quell’avventura sono le molteplici incisioni ed i tre album di acqueforti, due dei quali caratterizzati da ampie didascalie quale spiegazione dei “diversi fatti di briganti” lasciati proprio dal Pinelli, in grado di illustrare una fattispecie complicata come quella del brigantaggio, collegando l’arte delle immagini ad un aspetto letterario e quasi didascalico. Quelli di Bartolomeo Pinelli sembrano davvero fumetti ante-litteram, con i titoli delle acqueforti ad esaltarne il linguaggio modernissimo.

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Andrea Baldini Giojeliere di Roma fugge con altri suoi compagni dai Briganti, mentre questi si battevano con li Carabinieri, vestiti alla Cacciatora.

Un Colonnello Tedesco arrestato da Massaroni è portato sulla Montagna e costretto a scrivere un biglietto di duemila scudi, per essere posto in libertà.

Una Giovine Ballerina mentre andava a Napoli viene rapita a Portello da Massaroni, il quale ritenuta seco quindici giorni fu rilasciata in libertà.

Il Marchese Brignola di Genova, portato sulle Montagne da Massaroni capo brigante, è tenuto per quattro giorni fino che furono portati duemila scudi per riscattarlo.

Massaroni con li suoi Compagni sono sorpresi dalla forza, mentre erano in Monticelli, facendo un Festino di allegria.

Essendo stati uccisi li Compagni di Massaroni, ed il medesimo ferito a morte, vien preso dalla forza e condotto alle Carceri, il quale dopo due giorni morì e la sua testa fu portata in Napoli.

Ecco alcuni dei titoli ideati da Bartolomeo Pinelli per i propri lavori. Chi è, però questo Massaroni che viene più volte citato?

Alessandro Massaroni è uno dei famosi briganti che compiono malefatte tra il 1814 e il 1822 nella zona a ridosso di Terracina, collaborando con il generale Carascosi per opporsi al ritorno di re Ferdinando sul trono di Napoli: trenta soldi al giorno, uniforme con grado di capitano e quartier generale a Monticelli di Fondi. Una ferita mal curata gli è fatale; accerchiato dagli austriaci viene sopraffatto, come raccontato dallo stesso Pinelli nei suoi lavori.

Un altro brigante che ha fatto storia a Bassiano e Sonnino, tra il 1813 e il 1814, è Pasquale Iambucci. Nel suo paese natale, Vallecorsa, ha compiuto la strage delle autorità municipali, colpevoli a suo dire della deportazione dei suoi parenti nelle isole del Mediterraneo. Iambucci ottiene persino l’amnistia grazia al ritorno di Papa Pio VII a Roma, ma il governatore, monsignor Ugolini, al quale il bandito ha in precedenza tagliato un dito per rubargli un anello, in barba alla suddetta amnistia lo arresta con tutta la banda e lo fucila a Frosinone.

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Le ribalderie di altri briganti, come Giuseppe De Cesaris e Michele Feodi, sono caratterizzate da losche manovre politiche, compromessi e tradimenti tra le file stesse dei loro compagni. Caso esemplare è quello di Luigi Masocco, che si mette al servizio del commissario governativo di Prossedi “spergiurando di sterminare tutti i suoi vecchi amici della montagna”. Questi ultimi si vendicano del traditore in un’imboscata, ma tradimento chiama sempre tradimento, e quindi Michele Feodi viene ucciso nella piazza di Pastena grazie alla soffiata di un contadino alla guardia civica. De Cesaris, dal canto suo, per vendicare i suoi parenti fatti uccidere dal commissario governativo di Prossedi, compie un massacro dietro l’altro nelle ville circostanti il paese, finché le guardie lo scovano tra le montagne e lo finiscono a fucilate.

Il brigante che però ha certamente fatto epoca è senz’altro Gasbarrone o Gasperone, al secolo Antonio Gasparoni di Sonnino, capo di una grande banda che tiene il campo tra Frascati, Cori e Segni fino al 1825, quando il governo pontificio mette fine alle sue imprese con l’inganno, attuando un comportamento che causa una certa nomina di ignominia alla giustizia pontificia. Il vicario di Sezze, monsignor Pellegrini, ha un abboccamento con Gasperone nella chiesa della Madonna della Pietà presso Sonnino: promette l’amnistia per l’Anno Santo del 1825 a lui e tutti i suoi masnadieri. Gasperone riesce a convocarne sette; tutti e otto vengono condotti a Roma, ma non ricevono la grazia, venendo invece rinchiusi a Castel Sant’Angelo.

Il vicario non finisce qui il suo perfido inganno, promettendo alle mogli di due banditi arrestati di scarcerarli con Gasperone, se riusciranno a convincere il resto della banda ad arrendersi. E quelle, illuse e con tanto di ricompensa in denaro, ci riescono. Tutta la banda finisce così in carcere: da Roma i briganti sono trasferiti a Civitavecchia, quindi a Spoleto e infine a Civita Castellana, dove resteranno rinchiusi fino al 1870, quando verrà accolta la supplica di grazia al Re d’Italia per i sopravvissuti. Tra loro c’è anche Gasperone, che muore qualche anno dopo ad Abbiategrasso.

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Nel Viterbese, dove i briganti compiono le loro imprese spesso sconfinando nella Maremma Toscana, si esaltano altri loschi figuri, caratterizzati da un forte astio verso la religione, tanto da essere soprannominati “mangiapreti”, perché la Chiesa è ritenuta colpevole della miseria che costringe certa gente a darsi al brigantaggio. Sono, in tal senso, completamente diversi da quelli che agiscono al sud di Roma, che invece ostentano anche un bigottismo esasperato, tanto da riempirsi le tasche di immagini sacre a protezione delle proprie ribalderie.

Nel Lazio Settentrionale spiccano Luigi Nocchia e Antonio Chiappa, briganti di Gradoli, in attività nel Viterbese tra il 1799 e il 1808, con particolare predilezione per l’uccisione di frati e preti, per il solo gusto di sopprimere un membro della Chiesa e di profanare il sacro. Finiranno per odiarsi fra loro, travolti da quella stessa istintiva voglia di uccidere, sparandosi a vicenda, con Chiappa a morire e Nocchia a finire in prigione, ferito gravemente. Pochi giorni dopo, le loro teste finiscono sulla porta principale di Gradoli, con grande gioia dei concittadini.

I briganti più noti dell’Alto Lazio sono però le cosiddette “Belve di Valentano”, dai soprannomi curiosi e sinistri: Fumetta, Bustrenga e Marintacca. Grandi razziatori di bestiame, spadroneggiano sotto il pontificato di Gregorio XVI, destando sgomento e raccapriccio per la sorte riservata alle loro vittime: castrazione per gli uomini e stupro con sevizie per le donne.

Il primo a morire è il capo, Fumetta: ucciso con una fucilata, viene trasportato su una catretta della Nettezza Urbana a Fontana del Giglio e sepolto nella calce viva. Marintacca viene eliminato vicino Bolsena dal compagno Bustrenga, che ha avuto dai gendarmi pontifici la garanzia dell’amnistia come ricompensa; consegna il cadavere del compagno con il volto sfigurato, ma anche lui non finisce bene, perchè a San Michele in Teverina anonimi sicari gli fracassano il cranio con una scarica di legnate.

Finisce così il breve racconto del brigantaggio laziale, con finali spesso più simili a vere e proprie faide familiari che ben si addicono ai banditi.

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