Roma Liberty

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ROMA LIBERTY

Corre l’anno di grazia 1900: comincia un nuovo secolo, il più difficile nella storia della Città Eterna, tutta tesa nel ruolo di Capitale di un regno appena nato. Cresce la popolazione, scompaiono i parchi delle ville gentilizie che avevano incantato Goethe e Stendhal, sostituiti da una serie di quartieri dove le sagome massicce dei ministeri si alternano alle grazie più delicate dei villini residenziali: nasce la Roma moderna.

A guardare le piante urbanistiche dell’epoca, si rimane veramente impressionati: nell’arco di quarant’anni, dal 1870 al 1910, si costruiscono centinaia di edifici, che abbracciano il nucleo originario della città pontificia, custodito per secoli dalle Mura Aureliane.

Come si sviluppa, nel dettaglio, l’architettura di Roma Capitale? Quali sono i monumenti e gli edifici che portano nella Città Eterna i linguaggi rivoluzionari delle avanguardie artistiche europee? E soprattutto, in che modo il Liberty riesce ad attecchire in un panorama artistico eterogeneo ed in alcuni casi un po’ ossificato, cercando di svecchiarlo ed innovarlo?

Trascuriamo per questo articolo il Quartiere Coppedè che, per struttura e personalità del suo creatore, meriterà un articolo a sé stante, e dedichiamoci ad altri esempi meno noti ma altrettanto mirabili. Nel caso in cui vogliate visitare il Quartiere Coppedè con Rome Guides, basterà contattarci via mail per andare alla scoperta delle curiosità elaborate dallo stravagante architetto Gino Coppedè.

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LO STILE LIBERTY

Festose ghirlande di fiori e frutta che si rincorrono ad impreziosire il profilo dei cornicioni, esili steli di fiori dal sapore vagamente surreale e valve ondulate di conchiglie ad ornamento delle finestre, cancelli ed inferriate in cui i nastri metallici si intrecciano e si arricciano come fili d’erba mossi dal vento.

Tra la fine del XIX secolo e gli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale l’architettura, sotto la spinta delle possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico, compie un grande sforzo di rinnovamento. In polemica con lo storicismo ufficiale che riveste le città di edifici solenni, atti a sottolineare l’autorità dello Stato, si vuole un’architettura viva, capace di riflettere la nuova realtà di una città dinamica, moderna e, se possibile, elegante. Il nuovo stile (Modern Style in Inghilterra, Jugendstil in Germania, Art Nouveau in Francia) si diffonde con la forza coinvolgente di una moda che investe, oltre all’architettura, tutto il settore dell’arredamento e perfino l’arte del gioiello.

Anche l’Italia ne è contagiata. A diffonderne il gusto è un mobiliere di origine inglese, il signor Liberty, sicché da noi si parla senz’altro di stile Liberty, detto anche “Floreale” dall’insistenza con cui si fa ricorso a motivi ornamentali desunti dal mondo vegetale.

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A Roma, tuttavia, la nuova tendenza si fa strada con qualche difficoltà. Le preesistenze tradizionali sono troppo radicate per consentirne un’elaborazione autonoma e la mancanza di coesione tra le varie esperienze personali fa sì che queste, a differenza di quanto avviene oltralpe, non si organizzino mai in una maniera artistica dai connotati ben precisi.

Il punto di riferimento più prossimo, almeno agli inizi, appare il Medioevo, quei puri “Secoli Bui” a cui con tanto interesse guardavano preraffaelliti e nazareni. I precedenti della vicenda romana del Liberty vanno però soprattutto ricercati nell’influenza esercitata sui nostri progettisti dal soggiorno in città di George Street, impegnato con William Morris ed Edward Burne-Jones nella costruzione e decorazione delle chiese di aspetto medioevale di San Paolo Dentro le Mura, lungo Via Nazionale, e di All Saints lungo Via del Babbuino. È proprio a questi modelli, infatti, che si richiama l’architetto Tullio Passarelli che, nel disegnare le chiese di Santa Teresa al Corso d’Italia e di San Camillo lungo Via Piemonte, ripropone senza significative varianti la tipica facciata romanica, con prospetto a capanna, rosone e protiro in corrispondenza della nave centrale.

GALLERIA SCIARRA

La prima tappa di questo viaggio all’insegna dello stile Liberty comincia dalla Galleria Sciarra (via Minghetti 10), un elegante passeggio coperto realizzato dall’architetto Giulio de Angelis nel 1883 per conto di un mecenate illuminato, il principe Maffeo Sciarra, sponsor della prima rivista mondana della capitale, quella Cronaca Bizantina diretta da un giovane letterato emergente, Gabriele D’Annunzio.

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Del gruppo di intellettuali che si muove intorno alla rivista fa parte il pittore Giuseppe Cellini: è proprio lui a decorare le pareti della Galleria con un curioso ciclo di affreschi dedicato all’immagine della donna borghese della fine del XIX secolo. Le pitture, terminate nel 1888, rappresentano le virtù femminili delle “signore di buona famiglia”: curiosamente, un’immagine del tutto opposta alla femme fatale tanto cara allo stesso D’Annunzio.

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ERNESTO BASILE

Da questo singolare salotto urbano, dove le suggestioni pompeiane si mescolano a languori preraffaelliti, passiamo alle architetture floreali del siciliano Ernesto Basile, che fa da trait d’union tra l’Europa Liberty e una città ancora imprigionata nelle maglie dello stile pesante e manierato della burocrazia capitolina.

Basile arriva nella capitale all’inizio del secolo, e comincia lentamente una sorta di battaglia personale per affermare le forme ornamentali dell’Art Nouveau, già pienamente accettate dai committenti siciliani dell’architetto, tra cui spicca la potente famiglia Florio.

La prima opera romana di Basile è proprio il Villino Florio, un elegante edificio posto all’angolo tra via Abruzzi e via Sardegna, realizzato dall’architetto nel 1902, proprio nel cuore del nuovo quartiere residenziale sorto intorno a Via Veneto dopo la distruzione di quella Villa Ludovisi che scatenò le vibranti proteste di Henry James. La palazzina, che riprende l’antica tipologia del palazzo fiorentino rinascimentale, è una specie di manifesto dello stile floreale tanto caro a Basile: le leggiadre decorazioni vegetali avvolgono con snelle volute i pilastri di marmo del cancello, impreziosito dalle eleganti ringhiere di ferro battuto dove si aprono grandi fiori dai petali delicati, e si attorcigliano intorno alle cornici delle finestre, che ravvivano l’austera mole dell’edificio.

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A qualche isolato di distanza, in via Quintino Sella, ecco un’altra originale opera dell’architetto, ossia la villa costruita nel 1903 per Antonio Starabba marchese di Rudinì, patrizio siciliano ricco e colto, che era staro sindaco di Palermo e presidente del Consiglio tra il 1891 e il 1892. Anche in questo caso, dietro alla struttura ancora neorinascimentale della palazzina, si scoprono gli inserti floreali di Basile, inseriti nell’architettura senza però in alcun modo turbare la solidità alto borghese dell’immobile. Anche qui, rami e fronde intrecciate si ritrovano un po’ ovunque: le semicolonne del portico d’ingresso hanno capitelli composti da un unico mazzo di foglie, le mensole delle finestre sono ravvivate da una fila di sottili steli di fiori, mentre robusti rami abbelliscono il cornicione.

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L’anno dopo, Giovanni Giolitti affida a Basile i lavori di ampliamento del Palazzo di Montecitorio, caratterizzato da clamorose carenze strutturali che lo rendono inadatto alla sua funzione ufficiale: finalmente il Liberty entra a far parte del volto politico e formale della città. Così, la Camera dei Deputati ha un nuovo volto, più fantasioso della fronte barocca disegnata da Bernini. La facciata eseguita dall’artista siciliano, che domina piazza del Parlamento, è ancora una volta incentrata sulla fusione tra rinascimento e floreale, in un miscuglio eccentrico e fantasioso appesantito da una decorazione definita da Paolo Portoghesi, con una punta di ironia, “croccante”.

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IL VILLINO ASTENGO

Dopo aver messo radici sulla facciata del Parlamento, i delicati fiori del Liberty crescono rapidamente in altri quartieri. All’ombra della sinagoga ebraica, costruita da Armanni e Costa nel 1904 in un bizzarro stile “neo assiro-babilonese” sull’area dell’antico Ghetto, troviamo l’elegante Villino Astengo (lungotevere Cenci) costruito da Ezio Garroni, altro architetto sensibile alle seduzioni del gusto floreale, per conto della ricca famiglia Astengo. Caratterizzato da un look del tutto moderno, questo edificio combina una serie di soluzioni davvero originali: memorie del barocco borrominiano con suggestioni tratte da un vocabolario stilistico molto ampio, che va dall’ornamento in pieno stile Art Nouveau fino a motivi geometrici vicini al gusto della secessione viennese.

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Nascosto dal fogliame dei platani, ad uno sguardo ravvicinato rivela la sobria eleganza delle sue decorazioni. Ecco i cornicioni composti da fasci di rose, le finestre ad arco i sottolineate da lunette dipinte con astratte geometrie colorate, le esili colonnine dai raffinati capitelli vegetali, il piccolo terrazzino triangolare dalla sagoma simile alla prua di una nave floreale. Infine, i quattro affreschi d’angolo, eseguiti dal pittore Giuseppe Zina e legati alla professione dei proprietari, i fratelli Astengo: La Giustizia e la Legge ricordano l’avvocato Giulio Astengo, mentre la Scienza e la Verità celebrano Carlo, senatore del Regno.

VILLA CAGIATI

Di villa in villa, l’itinerario Liberty prosegue nel quartiere Prati, e precisamente al numero 3 di Piazza della Libertà, dove nel 1903 Garibaldi Burba costruisce un villino per la famiglia Cagiati, mescolando Art Nouveau e medioevo per creare un esempio davvero curioso di revival artistico. Villa Cagiati è una sorta di manifesto di una nuova concezione dell’architettura, basata sulla felice contrapposizione tra le superfici intonacate e la ricchezza delle decorazioni, che trasformano la casa in un edificio fantastico, con un vero tripudio di citazioni, attinte a piene mani dalla storia dell’arte. Si va dagli affreschi botticelliani nelle lunette delle finestre, eseguiti dal Galimberti, dove si alternano rami fioriti a volti di giovani fanciulle, alle ringhiere di ferro battuto di Mazzucotelli che simulano piante di vite, per arrivare ai bizzarri bracieri, di gusto orientale, che troneggiano ai lati dell’ingresso.

In cima alla torretta centrale spicca il programma artistico dell’architetto, scritto in latino: “In arte libertas – in vitium ducit – si caret arte”, un vero e proprio richiamo al controllo della libertà creativa.

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ETTORE XIMENES

Dal quartiere Prati ci spostiamo verso il Nomentano, dove un originale scultore siciliano, Ettore Ximenes, crea uno degli edifici più curiosi della Roma moderna: il villino che domina, con la sua sagoma così particolare, il cuore di Piazza Galeno.

Proprio allo scoccare del nuovo secolo, Ettore Ximenes lascia Palermo, dove aveva cominciato giovanissimo una brillante carriera di scultore, per raggiungere la Capitale. Assai sensibile alle languide raffinatezze dell’Art Nouveau, lo scultore vuole abitare in una casa d’artista, dove poter vivere e lavorare: per realizzare i suoi sogni, si fa aiutare da due amici, l’architetto Luciano Paterna Baldizzi e l’ingegner Mirabelli, e dà vita ad una geniale opera di fantasia, vicina alle creazioni di Antonio Gaudì, affollate di forme mostruose come le antiche cattedrali gotiche.

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Visto da lontano, sembra quasi un castello delle fate, pieno di decorazioni curiose: tra logge, camini, torrette, palme ed arabeschi (tipici dell’architettura arabeggiante del medioevo sicialino tanto caro allo stesso Basile), ecco comparire la cosiddetta “Ara dell’Arte”, il lungo fregio dove sono scolpiti, ai lati di un altare fiammeggiante, decine di personaggi vestiti con abiti dalle fogge curiose, legati ad epoche diverse, antiche e moderne. Sono gli artisti di tutti i tempi, ognuno ritratto alla perfezione: guardandoli attentamente, si riconoscono molti personaggi famosi, avvolti in lunghe toghe, mantelli rinascimentali o frivole marsine del Settecento.

Questa non è però che una delle tante bizzarrie del villino: ci sono le finestre in stile tardogotico, secondo le migliori tradizioni del Quattrocento siciliano, abbellite da un elegante fregio di maiolica, decorato con motivi floreali. Più in alto, ecco la loggia sorvegliata da due snelle figure femminili, il cornicione decorato da rami di aranci carichi di frutti, i camini dalle sagome grottesche, il tutto accompagnato da una serie infinita di animali arrampicati su mensole e balconi, dalle scimmiette ai pappagalli, che aggiungono un ulteriore tocco di esotismo all’insieme.

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