Il Sor Capanna

Il Sor Capanna, Il Sor Capanna, Rome Guides

IL SOR CAPANNA

In sua memoria, purtroppo, non c’è nulla: né un monumento, né un busto, né una lapide a perpetua memoria. Soltanto una piazza oggi lo ricorda, al nono chilometro della Casilina, un angolo di Roma che non ha mai ascoltato lo strimpellio della sua chitarra, un distretto che probabilmente non sa nemmeno chi sia stato il sor Capanna e perché abbia meritato una targa civica col suo nome inciso.

Eppure il Sor Capanna una statua tutta per sé ce l’ha, solo che non è a Roma: seppur ciò possa apparire incredibile, per vederla è necessario recarsi nel Wyoming. Nel 1962, un romano di adozione, l’italo-americano Mr. Remington Olmsted, incaricò lo scultore Harry Jackson di eternare nel bronzo il Sor Capanna il più realisticamente possibile. Il lavoro fu compiuto: un Sor Capanna autentico in grandezza naturale con bombetta, occhiali, baffi, giacca, chitarra a tracolla, pantaloni sbrindellati e labbra socchiuse nell’atto di cantare. La Festa de Noantri del 1962 fu l’ottima occasione per vedere collocata la statua a Piazza dei Mercanti: ai familiari dello stornellatore, presi dalla commozione, sembrò di sognare a occhi aperti, e non mancarono brindisi a braccio, poesiole improvvisate e calorosi applausi.

Purtroppo la gioia però ebbe vita breve: il giorno successivo i vigili urbani, con in mano l’ordine dell’Assessore al Comune di Roma, intimarono ai coniugi Olmsted del ristorante “Meo Patacca” di rimuovere la statua e il piedistallo e di pagare una multa motivata dall’occupazione abusiva di suolo pubblico. Il New-York Times, il giorno dopo, pubblicò un lungo articolo sul Sor Capanna, mettendo in rilievo il continuo dramma della sua vita tutt’altro che facile ed aggiungendo che il cantastorie, perseguitato dai pizzardoni perché trovato a cantare senza regolare permesso in zone a lui proibite, fu più volte tratto in arresto. Sembra strano, ma pure dopo morto ebbe la stessa sorte con la propria effigie bronzea.

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Ma chi fu il Sor Capanna? Quali originali doti gli procurarono tanta popolarità perfino nelle terre d’oltreoceano?

L’ultimo dei grandi autentici cantastorie romani nacque nel cuore di Trastevere il 9 aprile 1865 da genitori anch’essi trasteverini: il padre Luigi faceva il pastarellaro e la madre Maria lavorava come sigaraia presso la Manifattura dei Tabacchi di Piazza Mastai. Frequentate le scuole elementari, Pietro Capanna lavorò al mattino nella macelleria di Via della Maddalena, mentre trascorreva i pomeriggi con gli amici, cantando le canzonette più in voga accompagnandosi con mandolino o con la chitarra nelle varie osterie romane. La sera, a casa, si dedicava completamente alla lettura dei romanzi di allora, restando sveglio anche tutta la notte.

Invaghitosi della bella trasteverina Augusta Sabatini, figlia di Pietro, il bibitaro di Via Arenula che fino al 1846 ebbe il compito di aprire al mattino e chiudere alla sera i cancelli del Ghetto, la portò all’altare nel 1891, nel bel mezzo di una grave crisi economica. Purtroppo, qui cominciò il dramma: colpito da una grave forma di congiuntivite, il Sor Capanna fu costretto a lasciare la macelleria, diventando uno dei 7.000 disoccupati riconosciuti con l’istituzione della Camera del Lavoro.

Le privazioni e la miseria si fecero più serie e preoccupanti con la nascita del primogenito Alberto, ma fu proprio per lui che Pietro non volle arrendersi, arrabattandosi con qualsiasi lavoro. La malasorte, però, era ancora in agguato: uno dei fabbricati in costruzione in Piazza San Cosimato, per il quale Pietro svolgeva mansioni di muratore, crollò di colpo, rischiando di travolgere anche il nostro eroe. La vista, poi, si andava sempre più spegnendo, nonostante le cure di ottimi oculisti. Furono quelli i giorni più duri di tutta la sua esistenza e sarebbe potuta andare ancora peggio se non ci fosse stato il quotidiano minestrone, sempre lo stesso, del bujaccaro di Via del Moro.

Fu proprio in quel momento, allorquando il Sor Capanna aveva toccato il fondo, che cominciò ad elaborare un’idea ardita: il canto, ossia l’hobby di un tempo, avrebbe potuto rappresentare, se sfruttato seriamente, la sua ciambella di salvataggio. Poteva provare a guadagnarsi da vivere girando per le osterie, cantando e strimpellando per rallegrare gli avventori con i motivi di moda.

Ci voleva solo una buona occasione, e per una volta il fato gli fu propizio.

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All’Osteria dei Fienili un suonatore ambulante di organetto chiamato Umberto, ma meglio noto come Pommidoro, gli propose di lavorare insieme. Tra un bicchiere e l’altro nacquero così le basi per un lavoro in coppia che lasciava assaporare lusinghieri guadagni. Sette furono i primi baiocchi intascati, vale a dire settanta centesimi di lira, interamente spesi per acquistare un chilo di rigatoni al sugo, per la gioia di Pietro e Augusta.

Poco alla volta, i due “musicanti romani” riuscirono a farsi un nome dentro e fuori le osterie, con il pubblico quasi sempre composto di donne sognatrici, militari, anziani, studenti fuori scuola e perditempo di ogni ceto e di ogni età. Tutte le cose belle sono però destinate a finire presto, e lo stesso accadde a questa sorta di società artistica: Pommidoro, decisamente avido di denaro, approfittando della quasi totale cecità del compagno di lavoro, lo ingannava continuamente circa l’ammontare di denaro raccolto ad ogni giro del cappello. Il Sor Capanna, a quel punto, decise di mettersi in proprio, divenendo un pungente cantore di strada e raggiungendo in alcuni suoi momenti un’autentica forza poetica.

Quando, nel 1894, si vide esordire la figura del Sor Capanna, la Città Eterna ammirò un nuovo tipo di “romano”: fu una maschera mai esistita prima, che però non ebbe mai fattezze così esasperate da trasformarsi in caricatura. Già sulla trentina, volle presentarsi al pubblico acchittato in maniera semplice ma elegante: bombetta, occhiali neri (per necessità), chitarra, colletto e cravatta, calzoni sbrindellati, giacca di alpaca con tasche a toppa stracariche di canzonette e scarpe da maratoneta. Oggi, sarebbe impossibile immaginare il Sor Capanna senza questo abbigliamento.

Cominciò sfruttando un repertorio simile a quello degli antichi cantastorie, ma sentendosi come spirito più vicino a Gaetano Santangelo, il popolarissimo burattinaio degli inizi del XIX secolo, ribattezzato dai romani Ghetanaccio: sulla sua scia trovò ispirazione nei fatti del giorno per evidenziare le prepotenze altrui, le cattiverie degli approfittatori, dei privilegiati, dei detentori del potere non in grado di comprendere e alleviare le miserie umane.

La satira graffiante del Sor Capanna, però, prese la forma dello stornello, e dovette il successo alla capacità di sintetizzare il fatto di rilievo e di puntualizzare in brevi strofe problemi di difficile immediata soluzione. Sebbene, a causa di varie vicissitudini, ben poco sia rimasto della vastissima produzione del favoloso cantastorie, alcune delle sue opere sono giunte fino a noi grazie alla tradizione orale.

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Verso la fine dell’800, ad esempio, Roma fu scossa da una pesantissima crisi edilizia, e i muratori furono ridotti alla disoccupazione. Dinanzi a un così increscioso crollo, il Sor Capanna non restò insensibile e cantò con un profondo velo di amarezza:

Vent’anni fa, mannaggia la paletta,

li muratori annaveno in carrozza;

adesso ch’è finita la paghetta

nu’ je ce scappa più manco la stozza.

Magna più no sciacquatore

che no un mastro muratore

e quer ch’è duro

je tocca annà a dormì puro a lo scuro.

Tuttavia il Sor Capanna era pur sempre un inguaribile ottimista, convinto che le cose sarebbero cambiate allo scoccare del 1 gennaio 1900. Era solo questione di tempo, e questa tesi divenne oggetto di un celebre stornello:

Sentite che ve dice er sor Capanna

ch’er millenovecento s’avvicina:

ritorneremo ar tempo de la manna,

a uffa ce daranno la farina.

Ma speramo ar Novecento

fenirà questo tormento;

cor bon lavoro

rifiorirà sto secolo dell’oro.

L’inguaribile ottimismo del Sor Capanna, però, non corrispose alla realtà dei fatti, con Roma sempre più stretta nella morsa delle agitazioni sociali, della miseria e della fame. Il nostro eroe, però, riuscì lo stesso a scherzarci sopra per risollevare gli spiriti:

E cor progresso che ciavemo adesso

le crespe l’emo fatte su la panza;

ciavemo li colori com’er gesso:

e questo è pe virtù dell’abbonnanza.

Ogni passo sbavijamo

perché noi poco magnamo; certi momenti

l’anima ce la reggemo co li denti.

Ora, obiettivamente il Sor Capanna non può essere incluso fra i veri e propri poeti dialettali romaneschi, ma è pur vero che la sua bravura ed i suoi versi semplici e spontanei hanno comunque un posto nella storia del folklore romanesco, assicurandogli una fama invidiabile e probabilmente del tutto inaspettata, che gli dette strada libera verso la conquista delle simpatie e dell’ammirazione della gente di ogni ceto e condizione.

La brevità del suo stornello riuscì a denunciare i vizi della società con un verseggiare sempre bene accetto, anche se a volte licenzioso, tanto da procurargli anche delle noie con la forza pubblica, come accadde per lo stornello inerente la Fontana delle Naiadi a Piazza Esedra:

C’è a Piazza delle Terme un funtanone

co quattro donne ignude a pecorone

pe fa mejo venì la tentazzione

a chi vorebbe facce er pomicione.

Ma c’è In mezzo un omo ardito

che funziona da marito;

sto coso strano

annaffia a tutte quante er deretano.

Riguardo alle donne, gli stornelli gli venivano suggeriti dalla loro condizione sociale e talvolta persino dalle strane acconciature proposte dalla moda del momento, con il Sor Capanna che sfotteva il civettuolo universo femminile:

Ieri sull’autobbusse assai gremito

staveno in piedi tre belle signore;

un giovenotto sverto, morto ardito,

s’arzò subbito in piedi pe fa onore.

E je disse, in forma urbana,

“Cedo er posto a la più anziana”’.

Nun ce se crede,

nessuna de le tre se mise a sede.

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Dopo lo scioglimento della società con Pommidoro, il Sor Capanna si accompagnò con altri tipi originalissimi e anch’essi sempre in bolletta: si alternarono quindi al suo fianco Cesare Palombini, con la moglie Teresa Alcibiade, e Francesca Pappagallo, e poi Gallo Galli (detto Galletto), Pepparello de li Monti, er Comparetto e Ottavio Porreca. A carnevale si impegnavano tutti assieme come compagnia della commedia dell’arte, accompagnati in giro da Alessandro l’acquacetosaro, che procurava il carro guidato da un povero asino sempre affamato, battezzato con un nome d’arte che era tutto un programma: Digiunè. Sul carro prendevano posto il Conte (er Sor Capanna agghindato settecentescamente con parrucca a boccoli e accessori vari, compresi due scarpini neri da prete, con fibbie luccicanti, e grossi anelli resi preziosi dalle gemme incastonate: pomi da comodino), con al suo fianco la Contessa (Galletto) in polacca rossa e gonna nera, il Marchese (Pepparello) ed i servitori (Teresa, Cesare e Francesca) che fungevano da ugole d’oro. Tutta Roma accorreva per divertirsi a prezzi popolari.

Anche la Grande Guerra dette motivo al Sor Capanna di dire la sua. “Cecco Peppe”, l’Imperatore austriaco, non godeva certo in Italia di simpatia e di stima, per cui il Sor Capanna riusciva a placare in parte l’odio del suo pubblico mettendo alla berlina il terribile nemico, prevedendo per lui una fine da accattone:

L’affari de la guera vanno male

e male assai va pure Cecco Peppe;

ho letto l’antro giorno sur giornale

che se tiè in piedi solo co le zeppe.

Purtroppo, il Sor Capanna visse i suoi ultimi anni in tono minore, con la vecchiaia che fece pesare i propri acciacchi. Il campanello d’allarme suonò improvvisamente nel 1920, durante una stornellata nello spiazzo della Colonna Traiana: il Sor Capanna si accasciò sulla strada davanti al suo pubblico, schiacciando la chitarra. Lo riportarono a casa in carrozza, ma le sue condizioni resero urgente il ricovero al Policlinico, dove in un primo momento venne riconosciuto sofferente di bronchite asmatica. Poco dopo, però, una nuova diagnosi sentenziò impietosamente: paralisi progressiva.

Di giorno in giorno, in quel letto di ospedale, il Sor Capanna sentì avvicinarsi inesorabilmente “commare secca”, che aveva scelto l’autunno per l’ultimo: “Mo cascheno le foje e io me ne vado”, sussurrò alla moglie Augusta, rimasta accanto a lui fino in fondo.

Era il 21 ottobre 1921.

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