Il trionfo di Marcantonio Colonna

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IL TRIONFO DI MARCANTONIO COLONNA

Un trionfatore, quasi fosse un antico console romano rievocato anche nel nome, Marcantonio.

Per i romani, abituati a veder trionfare tra e proprie mura solo imperatori e condottieri stranieri, fu un motivo d’orgoglio in quei giorni di dicembre del 1571 far festa a un loro concittadino, il rappresentante di una nobile famiglia romana, i Colonna di Paliano. Così Marcantonio II Colonna è passato nella memoria della città come un personaggio popolare, nell’esaltazione eroica dell’impresa gloriosa che aveva determinato appunto il trionfo: la vittoria a Lepanto contro i Turchi.

Aveva cominciato come “venturiero”, sulle tracce del padre Ascanio, a soli 19 anni, nel 1554, e si era fatto le ossa in battaglia partecipando all’assedio di Siena come comandante di 300 cavalleggeri, su nomina personale di Carlo V. Subito aveva mostrato coraggio e ardimento, distinguendosi nella battaglia di Buonconvento del 7 agosto, con tanto di lodi da parte di Cosimo de’ Medici e dell’imperatore. Il possesso di Paliano, però, se lo dovette sudare, come del resto suo padre Ascanio, capitano di ventura anche lui, che si era visto confiscare i propri territori da Papa Paolo III senza che Carlo V potesse intervenire, dati gli interessi che lo legavano al Pontefice. Li riebbe indietro con l’avvento di Giulio III, ma non se li godette a dovere, a causa della sua vita sregolata, tra continue liti con la moglie, debiti e cause con i creditori, tanto che nel 1554 scappò a Napoli, nominando erede la figlia Vittoria.

Marcantonio si precipitò immediatamente con i suoi cavalieri nella Campagna Romana per impadronirsi di quei feudi che riteneva suoi, ed il Papa sembrò tollerare la cosa, probabilmente riducendola a mere questioni di famiglia. E se Ascanio li avrebbe volentieri voluti difendere, magari arrivando anche a far fuori il figlio diseredato, il cardinal Paceco, che fungeva da viceré, risolse definitivamente la questione sbattendolo a Castel dell’Ovo, dove morì.

La questione dell’eredità, però, non finì qui: spuntò fuori, infatti, il marito di Vittoria, don Garcia di Toledo, che reclamava la parte della moglie. La questione fu sistemata “stragiudizialmente” con la vendita di alcune proprietà tra Capranica e Civita Lavinia, con quest’ultima vendita che fu una ferita al cuore per Marcantonio, poiché esso era stato il suo borgo natio.

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Anche le controversie con i Pontefici non accennavano a moderarsi: con la morte di Giulio III e l’avvento di Paolo IV, il 23 maggio 1555 cala una tenebrosa notte per il futuro eroe, che si vede confiscato Paliano e tutto il resto a vantaggio dei Carafa. In quel momento, nessuno avrebbe scommesso uno scudo sul riscatto di Marcantonio, costretto da una condizione di vita umiliante ad elemosinare perfino una casa a Marino dai suoi massari.

Per sua fortuna, con la salita al soglio pontificio di Pio IV, ci fu un lento recupero nella posizione di feudatario pontificio, seppur la situazione economica si mantenesse assai complessa, tra debiti ereditati dal padre e redditi perduti durante la confisca dei territori. Ripartì dal feudo di Tagliacozzo, che era poco redditizio perché sito in zone montane, ma che gli valse la rioccupazione della zona di Avezzano e del lago del Fucino e che gli permise di consolidare gradualmente la sua proprietà.

Il vero riscatto, però, gli venne dalla “ventura” per mare. Mentre era impegnato a rimettere in sesto il bilancio e riguadagnare i territori, si dedicò infatti all’industria dell’armamento navale, acquistando dai Borromeo tre navi (la Capitana, la Padrona e la Borromeo), recandosi con esse nel 1564, come racconta Prospero Colonna, “personalmente in quel regno, partecipando all’impresa del Peìon de la Gomera sulle coste dell’Algeria”. Ancora, nel 1569, le navi colonnesi parteciparono al trasporto delle truppe spagnole in Andalusia, dove si temeva uno sbarco turco.

Papa Pio V iniziò a rivalutare le capacità di Marcantonio Colonna, che il 20 marzo 1569 venne finalmente investito del titolo di principe di Paliano: il titolo non costituiva solo una mera onorificenza, ma significava il possesso dell’ampia zona tra Genazzano, Olevano, Collepardo, Sgurgola e Ripi nella valle del Sacco. Inoltre, a sud, Marcantonio possedeva Nettuno, Astura, Rocca di Papa, Sonnino, Ceccano e Anticoli Corrado. Questo vasto territorio, ovviamente, non poteva essere vigilato con un semplice drappello di 300 cavalleggeri, ma contava ora su un esercito di 3.000 fanti e 800 cavalieri. Marcantonio era ormai un condottiero a tutti gli effetti, e il Papa sapeva di poter contare su di lui.

Così, quando nel 1569 la flotta turca attaccò Cipro e Pio V lanciò all’Europa cristiana l’invito alla crociata, Marcantonio divenne il fido ammiraglio pontificio. Nominato generale di Santa Romana Chiesa, sarebbe dovuto essere lui, a giudizio del Papa, a guidare la flotta cristiana formata da Venezia, Spagna e alcuni principi italiani nella Lega Santa firmata nel febbraio del 1571. Pio V, però, non la ebbe vinta: come recita l’articolo 17 della Lega, infatti, “Don Giovanni d’Austria sia Capitano Generale della lega di terra e di mare e, nel caso di impedimento o di assenza, ne faccia le veci Marcantonio Colonna”.

L’alternativa, insomma. Ciò nonostante, il suo ruolo fu essenziale, anche a causa dei dissensi continui fra Sebastiano Venier, ammiraglio veneziano, ed i luogotenenti spagnoli di don Giovanni.

Marcantonio ebbe quindi ruolo di paciere, fino all’arrivo del gran giorno: 7 ottobre del 1571, Golfo di Lepanto.

La flotta cristiana aveva al centro la Reale di Spagna con Don Giovanni, alla destra la Capitana di Marcantonio e alla sinistra l’ammiraglia veneziana di Venier. Il piano di battaglia era stato elaborato da tutti e tre in pacifico accordo, grazie all’abilità diplomatica del principe romano, che nello scontro dimostrò tutto il suo valore: “dopo aver sottomesso una nave nemica, Marcantonio, instancabile, andò in soccorso delle navi ausiliarie cristiane, che erano venute a trovarsi in una situazione pericolosa”. Quel giorno stesso l’ammiraglio pontificio potè far trasmettere a Pio V l’annuncio tanto atteso: “Piaciuto alla bontà e gran misericordia di Dio esaudire le calde e sante preghiere della S.S.V.V. perché oggi 7 ottobre, festa del Signore, Sua Divina Maestà ha voluto dare vittoria nelle esaltazioni della vera fede”.

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A quel punto, il Papa gli decretò il trionfo. Marcantonio non lo avrebbe voluto, un po’ per falsa modestia, un po’ per timore per la ritorsione da parte della Spagna, che avrebbe considerato la cosa un’offesa al suo campione Don Giovanni, ma Pio V non volle sentire ragioni. Il trionfo si svolse il 4 dicembre con enorme fasto: il trionfatore procedeva “sopra un cavallo ambiante di bianco mantello, donatogli poc’anzi da san Pio, con una sella ricoperta di tocca d’oro, gualdrappa di seta porporina, trapunta di passamani e frangette ad oro; il pettorale, il morso, le briglie ricoperte e sfioccate a porpora ed a oro. Ai piè stivaletti bianchi, incerati a lustro, calze cangianti di rosso e di giallo, brache rigonfie alla spagnuola a molti listoni di teletta d’argento e di sera morella, giubba di tocca d’oro, cappa di seta nera trinata ad oro e soppannata di pelli zibelline, cappello di velluto nero, e la piuma bianca a un gran bottone di perle ricchissimo”.

Così addobbato procedette seguito da “brigate di uomini scelti tra gli artieri di Roma, fabbri, magnani, legnaiuoli, pellicciai, ed altrettali sino a 27 maestranze, compresi uno squadrone di 1360 archibugieri, un secondo di 1500 picchieri ed un terzo di 1130 moschettieri, tutti pomposamente vestiti di velluto e di seta a vaghi colori, sotto bellissime insegne”.

Dietro venivano i prigionieri “che appresso alla bandiera ottomana rovesciata allo ingiù seguivano in due turme; tutti legati con le mani dietro alle spalle, e tutti avvinghiati da due catene di ferro, che dai polsi dell’uno entrando tra i polsi dell’altro scorrevano a fare di loro due grosse brancate di quasi 100 turchi per ciascuna”.

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E ancora, tutti in pompa magna, venivano i due Sindaci di Roma, lo scriba del Senato, i Marescialli del Popolo tra gli stendardi di tutti i rioni, i rappresentanti delle dodici nobili casate, il Senatore di Roma, i Conservatori, i paggi, nel bel mezzo di una tumultuosa calca del popolo. “E dovendo il glorioso campione in tal modo procedere, dalla Porta Capena alla Via Trionfale ed al Foro Romano, per salire sul Campidoglio e passare al Vaticano, facendo cammino per questi luoghi di eterna rinomanza, ove stanno ancora dopo tanti secoli le meravigliose moli poste a segno della romana grandezza, rivedeva non solo lo splendore delle arti antiche, e le memorie dei Prischi eroi, ma novelle leggiadrie, e più liete leggende intitolate al suo nome”.

Dal Campidoglio rintoccava la campana Patarina, alla quale faceva eco lo sparo degli archibugi, mentre sul ponte del palazzo Senatorio troneggiava la scritta: FIORISCE ANCORA LA VIRTÙ, ARDE L’AMORE, SOVRANA È LA PIETÀ, SPICCA IL ROMAN VALORE.

Dopo il grandioso ricevimento offertogli dai magistrati cittadini, il trionfatore procedette per piazza degli Altieri, via dei Cesarini, la zona dei Banchi fino a Ponte Sant’Angelo, mentre il castello “spiegati i vessilli, sbombardò da ogni parte tutte le artiglierie grosse e minute, con tanto ordine, e strepitoso echeggiamento sulle ripe del Tevere, che non si potrebbe facilmente raccontare”.

Marcantonio Colonna entrò a San Pietro al canto del Te Deum, ma “nell’uscir dalla chiesa erano là due camerieri del Papa presti a torserlo in mezzo, e a condurlo su nel pubblico concistoro dei Cardinali, alla presenza del Pontefice. Laddove essendo egli stato da tutti piacevolmente ricevuto, ebbe poi dal Papa meravigliose dimostrazioni di stima e di gratitudine, con parole di sì grande benevolenza e tanto calde di affetto, che i risguardanti ne stupivano”.

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La festa proseguì ininterrottamente per otto giorni, e culminò il giorno 13 all’Aracoeli, con discorsi e funzioni religiose alla presenza del Senato e di tutti gli ordini della città. Proprio in quella chiesa restò eternata la memoria del suo trionfo: il Senato volle infatti dedicare a quel campione della romanità il soffitto ligneo a lacunari policromi in una grande profusione d’oro tra simboli navali.

Marcantonio Colonna ancora oggi seguita ad essere l’emblematico campione del trionfo, il cittadino esaltato dai concittadini. Da quel momento, peraltro, la storia di Marcantonio Colonna si allontana dalla Città Eterna: nel 1577 diventa infatti Viceré di Sicilia, governando con tale abilità da essere convocato in Spagna da Filippo come suo ministro. Ma appena vi arriva, nel 1584, muore.

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