Gli Espressionisti

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GLI ESPRESSIONISTI

Il regime nazista cercò in tutti i modi di cancellare dalla memoria dei tedeschi quell’arte nuovissima che, nata a Dresda con la Brücke nel 1905, si era poi diffusa a macchia d’olio in tutta la Germania, diventando, dopo la fine della Grande Guerra, quasi un’arte di stato.

A Hitler, però, gli espressionisti proprio non piacevano. Sembra di sentire la voce del gerarca Adolf Ziegler che, inaugurando a Monaco nel 1937 la tragica esposizione su quella che il regime aveva definito “arte degenerata”, aveva urlato: “La mostra contiene solo una frazione di ciò che è stato acquistato con i risparmi messi faticosamente da parte dal popolo tedesco, ed esposto come arte da un gran numero di musei in tutta la Germania. Attorno a voi potete vedere i frutti mostruosi della follia, dell’impudenza, dell’inettitudine e della pura degenerazione. Ciò che offre questa esposizione ispira orrore e disgusto in tutti noi”. Il Fuhrer in persona aveva d’altronde dettato la linea, riferendosi sprezzante già a partire dal 1933 nei confronti della nuova arte tedesca: “Più una cosa è stupida e più sembra realmente nuova. Perché le epoche precedenti non permettevano a ogni sciocco di insultare i propri contemporanei con gli aborti del suo cervello malato?”.

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Da quel momento, le mostre contrarie all’arte espressionista si erano moltiplicate e già i titoli, strillati ai quattro venti, non promettevano nulla di buono: Camera degli orrori, Dipinti della cultura bolscevica, L’arte al servizio della disgregazione, Arte che non proveniva dalla nostra anima e, naturalmente, L’eterno ebreo prepararono il terreno per la mostra sull’arte degenerata che, girando per le principali città tedesche, mise la pietra tombale su una delle esperienze più innovative e luminose dell’arte tedesca di tutti i tempi.

L’ENTUSIASMO AMERICANO…

Eppure appena due anni prima che Hitler salisse al potere l’arte moderna tedesca stava vivendo un periodo effervescente. Un giovane americano, Alfred Barr, primo e storico direttore di quel Moma di New York fondato nel 1929, presentando nel 1931 una mostra dedicata alla pittura e alla scultura tedesca aveva candidamente ammesso che i musei americani erano ancora molto indietro rispetto alle istituzioni pubbliche così capillarmente diffuse in Germania. L’arte tedesca, scrisse nel catalogo, “viene sovvenzionata con straordinaria generosità a livello sia pubblico che privato. E i direttori dei musei hanno il coraggio, la lungimiranza e la competenza di acquistare le opere dell’avanguardia artistica molto prima che l’opinione pubblica li costringa a farlo”.

La mostra, curata dallo stesso Barr, ottenne un successo clamoroso per quei tempi segnati dalla Grande depressione: i 123 dipinti esposti, opera di ventuno artisti, furono visti da 27mila visitatori, numeri ancora superiori rispetto alla mostra dedicata a Toulouse-Lautrec.

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…E LA DISTRUZIONE TEDESCA

Sei anni dopo, la campagna nazista contro l’espressionismo e tutta l’arte che il regime considerava decadente era al culmine. Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, li stroncò senza appello: quelle tele, disse, offendevano il sentimento nazionale tedesco perché “distruggono o mutilano la forma naturale, o si distinguono per la carenza di un’adeguata abilità artigianale”.

Per Hitler, gli espressionisti erano poveri infelici, portatori di disturbi visivi: “Vedono le corporature del nostro popolo come se fossero deficienti degeneri. Fanno i prati blu, i cieli verdi, le nuvole giallo zolfo”. Essi invece vedevano molto lontano, e rappresentavano semplicemente la modernità. Il giorno dopo che Hitler aveva pronunciato queste parole, l’artista Max Beckmann, grande protagonista di quella stagione e oggi stella luminosa del mercato collezionistico, emigrò in Olanda.

UN “MOVIMENTO” INESISTENTE

Un movimento espressionista, in realtà, non è mai esistito, e pochissimi artisti si riferivano a se stessi definendosi come espressionisti: il termine è stato in realtà usato soprattutto dagli storici per racchiudere tutte le sfaccettature che hanno caratterizzato l’arte tedesca antiaccademica tra il 1905 e i primi anni Trenta. Lo usò per primo, nel 1911, Wilhelm Worringer, ma addirittura riferendolo alla pittura di Cézanne, van Gogh e Matisse alle cui rivoluzioni, come alle invenzioni di pittori come Munch ed Ensor, i pittori tedeschi devono molto. L’anno dopo qualche altro studioso definì espressioniste le tele di Kandinskij, esposte alla galleria Der Sturm di Berlino.

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Progressivamente, poi, sono confluiti nell’Espressionismo singoli artisti tedeschi che talvolta mostravano tra loro affinità molto sfumate. A Berlino si sviluppò la Nuova Secessione di Ludwig Meidner, a Francoforte emerse il grande talento del già citato Max Beckmann, mentre ad una mostra organizzata a Mannheim nel 1925 si fa risalire la nascita della Nuova Oggettività, che riuniva la cronaca spietata di un mondo in disfacimento di Otto Dix e l’aggressiva satira politica e sociale di George Grosz. Si tratta di una serie di opere che fecero bella mostra di sé nella mostra sull’Espressionismo Tedesco, tenutasi nel Vittoriano, a Roma, nel 2002.  

Il definitivo seme della novità venne poi piantato a Dresda da un gruppo di artisti giovanissimi, di età compresa tra i 21 e i 25 anni: chiamarono il gruppo che avevano fondato Die Brücke (Il Ponte), ispirandosi a una frase di Nietzsche in cui il filosofo, che spopolava nella Germania d’inizio Novecento, riconosceva all’umanità il potenziale di rappresentare un ponte verso un futuro più perfetto. Fu proprio Nietzsche, d’altronde, che coniò una delle frasi più importanti per la poetica espressionista: “La verità è brutta. Noi usiamo l’arte per non morire di verità”.

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