L’incoronazione di Francesco Petrarca

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L’INCORONAZIONE DI FRANCESCO PETRARCA

Francesco Petrarca, per la complessità e la completezza del suo pensiero in cui sono evidenti le linee portanti del Medioevo che tramonta nonché la fiducia nuova nell’uomo e nella sua forza creatrice che furono le caratteristiche peculiari del Rinascimento, rappresenta con Dante e Boccaccio una delle figure di maggiore spicco della letteratura italiana del Trecento.

Nato ad Arezzo nel 1304 e trasferitosi poi col padre nel 1313 ad Avignone, dove visse per molti anni, studiò legge a Carpentras prima di fare ritorno a Bologna nel 1326. Qui, per caso o per scelta, strinse amicizia con i più illustri esponenti di casa Colonna e soprattutto col cardinale Giovanni, nel cui palazzo convenivano i più accreditati ingegni dell’epoca.

Fu proprio nella città francese che il giovane Petrarca, colto ed apprezzato poeta e letterato, incontrò Laura, la donna che egli amò per tutta la vita non dell’amore angelicato degli stilnovisti, bensì di quello più umano che fece nascere in lui l’eterno contrasto doloroso, malinconico ma mai drammatico, tra cielo e terra, che gli tormentò l’anima e che gli ispirò forse le pagine più alte della sua poesia.

Spirito inquieto, amante tuttavia della bellezza e della solitudine dei campi, avido di cultura, grande ammiratore del mondo classico, al cui confronto l’età medievale cominciava ad apparirgli rozza, il Petrarca intravide nell’epoca antica un mondo eroico e colto, ricco di umana saggezza, nel quale gli sarebbe piaciuto vivere, poiché nulla poteva oscurarne il fascino, nemmeno l’assenza del Cristianesimo. Con una siffatta ricchezza di sentire, col suo amore per lo stile limpido e la parola colta, il giovane poeta frequentò assiduamente il cardinale Giovanni Colonna, per il cui intervento riuscì ad entrare nelle grazie del padre Stefano, allorché questi si recò nel 1331 ad Avignone per convincere il Papa Benedetto XII a far ritorno a Roma.

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Roma, il nome magico che sempre fu il sogno del giovane Francesco: ai suoi occhi essa apparve davvero come la Città Eterna, senza tempo, che rappresentava la gloria e la fama del mondo classico tanto amato dagli uomini del Medioevo e che per il Petrarca costituiva il modello ideale a cui l’umanità sarebbe dovuta essere ricondotta.

Fu quindi col cuore di un esule che Petrarca, quando vi giunse nel 1337, guardò le vestigia della Roma che fu. I Colonna temevano che quel viaggio avrebbe colpito sfavorevolmente il poeta, che la visione dei miseri resti, paragonati all’antica ricchezza romana, lo avrebbe deluso e avrebbe rotto l’incanto che la città aveva assunto ai suoi occhi.

Non ci fu niente di più inesatto. Fu infatti con sguardo ammirato e ammaliato che il Petrarca si aggirò tra i grandi spazi e i monumenti solenni. Nella sua prima epistola, inviata da Roma al cardinale Giovanni, egli scrisse che la città gli era apparsa più grande di come l’avesse immaginata e i suoi resti più numerosi di quanto avesse mai pensato. Di certo, quindi, l’impressione fu grandiosa, e fu proprio da essa che ebbe inizio quell’incessante dialogo fra Petrarca e l’anima segreta di Roma da lui sempre amata e considerata come patria ideale, già prima della sua venuta nell’Urbe.

Petrarca rischiò grosso per amore della Città Eterna. Tra il 1335 e il 1336 si schierò apertamente a favore di Roma, che era stata abbandonata dal Papa, nelle due lunghe epistole poetiche a Benedetto XII, in cui egli paragonava la Città Eterna ad una matrona invecchiata anzitempo, travagliata da molti mali, sul cui viso però erano ancora evidenti i segni indelebili della gloria antica. Petrarca affermò senza remore come non fosse stata certo la vecchiaia precoce ad averla ridotta in tal guisa, bensì l’abbandono del capo della cristianità, che veniva invitato a tornare nella propria sede per salvare Roma.

Sempre e solo di Roma scrisse ancora al cardinale Colonna dopo il suo soggiorno nella città. Nella missiva si parlava dei suoi ricordi, del tempo trascorso presso le Terme di Diocleziano in contemplazione degli spazi e del silenzio, delle angosce che sparivano per incanto, così come si dissipava il pensiero delle tristi condizioni in cui versava la città.

Un fatto è certo: Francesco Petrarca lasciò Roma con il chiaro obiettivo di ritornarvi per cingere la corona d’alloro destinata ai poeti. Negli anni che seguirono la sua prima visita alla Città Eterna, quindi, Petrarca si impegnò per ampliare ulteriormente la sua già vasta cultura e per coltivare amicizie sempre più altolocate, spendibili per la realizzazione del suo sogno.

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Nel settembre 1340, il desiderio del poeta sembrò divenire realtà. Gli pervennero infatti, contemporaneamente, due missive, una dal cancelliere dell’Università di Parigi e l’altra dal Senato Romano, che lo invitavano a ricevere la corona d’alloro, la stessa che aveva già circondato la fronte di Virgilio e che persino Dante Alighieri aveva sperato invano di avere.

Petrarca, ovviamente, optò per Roma: questa scelta fu chiaramente il coronamento di tutto un processo di “romanizzazione” maturato nel tempo, nonchè un evidente omaggio alla Città Eterna tradita dal Papa, per simboleggiare un atto di fiducia nella sua rinascita nonché nella sua missione di guida morale e civile del mondo.

Petrarca fu talmente legato a Roma da arrivare a fare richiesta di cittadinanza romana, affermando che a Roma ci fosse la parte più grande della sua ricchezza spirituale. Per raggiungere l’Urbe, il poeta volle seguire la più tradizionale delle vie. Si imbarcò quindi per Napoli, raggiungendo la reggia di Roberto d’Angiò, uomo colto, amante delle arti e autore di molti trattati, il quale per tre giorni lo sottopose agli esami di rito, concedendogli poi la licentia che gli permetteva di sostenere l’esame pubblico dinanzi ai docenti dello Studio napoletano, il cosiddetto conventus. Superata anche quest’ultima prova, il Petrarca era pronto per essere incoronato poeta.

Lo stesso Roberto d’Angiò avrebbe voluto officiare la cerimonia in Napoli, dove riposava il grande Virgilio, ma Petrarca nuovamente rifiutò, preferendo essere incoronato a Roma, in Campidoglio, luogo nel quale sperava di poter riportare “le muse fuggiasche”. Il sovrano, comprendendo le sue motivazioni, non si adombrò per la scelta fatta ed anzi volle donare per l’occasione al Petrarca il suo manto regale.

Così, l’8 aprile 1341, nel giorno di Pasqua, si celebrò a Roma un’incoronazione di enorme significato.

L’usanza di cingere con l’alloro la fronte dei poeti era derivata dai Greci: fu da essi, infatti, che i Romani la appresero, ma dalla fine dell’età imperiale essa era divenuta desueta. Alla fine del XIII secolo, però, essa era tornata in auge e uomini come Albertino Mussato e Prato il Convenevole, maestro del Petrarca, avevano ricevuto la tanto agognata corona.

Ora toccava a Francesco Petrarca.

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La cerimonia, secondo la cronaca di Lodovico di Bonconte Monaldeschi, la cui autenticità è però messa in discussione da svariati storici, fu di grande solennità. Il poeta con un manto da re, il Campidoglio decorato di arazzi preziosi e fiori, uomini illustri e dame eleganti, grande partecipazione di popolo e squilli di trombe, fecero da sfondo alla cerimonia. Poi, nella sala capitolina, si videro avanzare dodici giovani patrizi che recitavano versi del Petrarca in onore di Roma, e ad essi seguirono sei cittadini vestiti di verde che recavano in mano corone di svariati color.

Infine, giunse il senatore romano Orso d’Anguillara con la fronte cinta d’alloro. Non appena questi ebbe preso posto su uno scanno, un araldo chiamò per nome il Petrarca, il quale tenne un discorso che ebbe inizio con i versi del III Libro delle Georgiche, per proseguire con un elogio della poesia e dei suoi universali valori e concludere con un accenno all’amor di patria da cui era stato spinto ad accettare la corona per suscitare negli uomini l’amore sopito per l’arte, le scienze e la cultura.

Il sermone si concluse con la richiesta esplicita della corona d’alloro che Orso d’Anguillara poggiò sul capo del Petrarca, dicendo: “Prendi questo serto: è il premio della virtù”. Il popolo allora gridò “Viva il Campidoglio. Viva il poeta!”. Fu quindi consegnato il diploma di laurea col quale, sia per auctoritate nomine regis che per nostro populari nomine, il Petrarca venne nominato “magnum poetam et historicum” intendendo così di concedergli la facoltà di insegnare, disputare ed interpretare da sé le scritture degli antichi, di scrivere libri e di comporre poesie degne di fama perpetua. Seguì ancora l’unanime consenso di popolo che con un fragoroso applauso salutò il compimento del rito.

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Roma, in passato, aveva concesso l’alloro a Cesari e a poeti: ed ora ecco che il genio del Petrarca veniva insignito dello stesso simbolo sia in ricordo degli antichi vati, sia per il suo reverente amore per la città. Dopo la cerimonia, Francesco Petrarca si recò in San Pietro per deporre la corona sulla tomba del Principe degli Apostoli, e poi partecipò ad un sontuoso banchetto a Palazzo Colonna.

La fama, in realtà, non gli portò bene fin da subito: lasciando Roma il giorno successivo, infatti, Petrarca venne assalito e derubato da una banda di ladroni, finendo costretto a far ritorno in città, accolto con simpatia ed un pizzico di ironia dal popolo romano che, con una milizia cittadina armata, lo scortò fuori le mura, per permettergli di proseguire fino a Pisa, salutando il suo genio immortale.

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