Il Sacco dei Lanzichenecchi

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IL SACCO DEI LANZICHENECCHI

Ancora all’inizio del XX secolo, quando i bambini protestavano di fronte ad una decisione genitoriale, venivano rimbrottati con un sonoro avvertimento: “Zitto che, se ti sente Bocio Barbone, sei fritto!”. Bocio Borbone, l’orco spaventabambini, tramandava il ricordo leggendario del conestabile di Borbone, il comandante in capo delle truppe imperiali, che nel 1527 avevano scatenato il Sacco di Roma.

Si tratta di un avvenimento che rappresentò un decisivo punto di rottura nella storia di Roma dal punto di vista sociale, economico, artistico, linguistico, religioso e culturale. Il Sacco da un lato devastò e distrusse, ma dall’altro accelerò il cambiamento nel dialetto parlato, nelle tradizioni popolari, nella mentalità collettiva, nella produzione artistica, nonché nelle strutture sociali, economiche e politiche della Città Eterna. Non per nulla il lucido storiografo e politologo italiano Francesco Guicciardini si rese immediatamente conto che quel Sacco di Roma segnava la fine di un’epoca, tanto che lo stesso Gregorovius nel XIX secolo chiuse la sua monumentale Storia di Roma nel Medioevo proprio con gli avvenimenti connessi col Sacco.

LE PREMESSE DEL SACCO

Ma cosa è esattamente questo Sacco? Quando e come avvenne?

Le guerre d’Italia si stavano avviando alla conclusione dopo la grande sconfitta francese a Pavia (1525). Carlo V, mentre impostava il predominio spagnolo nella penisola, accarezzava l’idea di un concilio di riforma della Chiesa, per limitare il potere temporale del Papa e della Curia romana. Ormai Lutero aveva messo in moto un meccanismo di protesta religiosa, destinato ad autoriprodursi, ed in tutta Italia i vari cenacoli culturali e artistici erano pervasi da incontrollabili inquietudini religiose: ricorreva spesso il motivo della distruzione di Roma, dove i Papi e i chierici venivano dediti al potere, al lusso e alla lussuria. Spiccava, fra le molteplici, la voce del senese Brandano da Quercegrossa, che predicava il castigo di Dio su Roma “per colpa di Clemente VII, il papa bastardo e sodomita”.

Proprio Papa Clemente VII, erede di casa de’ Medici, credeva da parte sua di poter ancora applicare gli schemi classici della diplomazia italiana, ma ormai il sistema d’equilibrio politico tra gli stati e staterelli italiani era andato definitivamente in frantumi dopo l’impatto con gli stati nazionali, francese e spagnolo.

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Per combattere la strapotenza europea di Carlo V, si era formata la Lega di Cognac (Inghilterra, Francia, Chiesa, Venezia, Milano), che si rivelò ben presto un capolavoro di ambiguità e inefficienza, con lo stesso Francesco Maria della Rovere, capitano generale della Lega, a diffidare del Papa, colpevole di appartenere a quella famiglia dei Medici che aveva tentato di togliergli il ducato di Urbino.

Negli ultimi decenni, però, non era cambiato soltanto il quadro politico, ma anche e soprattutto l’arte della guerra: il ruolo fondamentale nelle battaglie non spettava più alla cavalleria, ma alla fanteria (celebre quella spagnola) e alle armi da fuoco. A questo mutamento tecnico corrispose nella mentalità militare il passaggio dalla “buona guerra” cavalleresca del Quattrocento alla “cattiva guerra” del Cinquecento, dove prevaleva il comportamento crudele e spietato dei fanti, sempre affamati di cibo, oro e sesso.

Nel novembre del 1526 alle truppe spagnole in Lombardia si affiancarono 10.000 Lanzichenecchi (Landsknechts), guidati dal Frundsberg, un vecchio e famoso condottiero: diecimila fanti indisciplinati, spietati, malpagati e per la maggior parte luterani convinti, come raccontato dalla leggenda secondo cui essi trasportassero alcuni lacci cremisi per impiccare i cardinali, accompagnati da uno speciale, tutto in oro, riservato al Papa!

Francesco Maria della Rovere tergiversò nelle operazioni militari, senza impedire il passaggio del Po. Nell’inverno tra il 1526 ed il 1527 le varie truppe imperiali si attardarono quindi nella pianura padana, senza paga e senza approvvigionamenti: fu una situazione drammatica, di cui fece le spese la popolazione stanziata nell’odierna Emilia-Romagna. Nel marzo 1527, con i Lanzichenecchi affamati e turbolenti, Frundsberg venne messo fuori gioco da un ictus; i mercenari iniziarono a procedere dapprima verso Firenze e quindi verso Roma, saccheggiando i territori attraversati e fomentati dall’odio nei confronti del Papato e della città di Roma, la grande meretrice che aveva corrotto la purezza originaria della Chiesa evangelica.

Da Siena, le truppe imperiali si slanciarono verso Roma a marce forzate, alla media eccezionale di 24 miglia al giorno. Quest’orda affamata, dopo aver saccheggiato Montefiascone, arrivò il 2 maggio a Viterbo, risparmiando la città solo perché i Cavalieri di Rodi, schierati in assetto da battaglia, offrirono loro il vitto indispensabile; il 4 maggio venne saccheggiata Ronciglione, mentre il 5 maggio l’orda famelica giunse a Ponte Milvio, accampandosi attorno a Roma.

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I LANZICHENECCHI A ROMA

All’alba del 6 maggio venne dato il segnale dell’assalto, diretto specificamente contro la Città Leonina. Il già citato Borbone, comandante delle truppe imperiali, morì in seguito a un colpo d’arma da fuoco, che Benvenuto Cellini, straordinario orafo e scultore ma decisamente “esagerato” nel vantarsi, dichiarerà di aver sparato dal proprio archibugio.

L’assalto parve respinto, ma dalle parti delle Mura Gianicolensi gli spagnoli penetrarono dalla finestrella incustodita di una cantina ricavata nelle mura. A qual punto, scoppiò l’inferno, caratterizzato dall’evidente impreparazione e incapacità dei comandanti pontifici e da un popolo romano che, per quanto combattesse valorosamente, si dimostrò male armato ed ancor peggio guidato.

Fino al febbraio 1528, per lunghi mesi a Roma dominarono le leggi dell’arbitrio, della violenza, della rapina, del sadismo e dell’odio religioso. Clemente VII si rifugiò in fretta e furia all’interno di Castel Sant’Angelo attraverso il Passetto (“corridore de Borgo”, come lo soprannominavano i Romani) e la Guardia Svizzera si fece massacrare per permettere al Santo Padre di scampare al massacro; almeno tremila abitanti (cardinali, ambasciatori, cortigiani, cittadini, donne e bambini) seguono il suo esempio, ma si dovette fare una cinica cernita, e molti si ritrovarono chiusi fuori del ponte levatoio, costretti a chiedere ospitalità nei palazzi degli ambasciatori, dei cardinali e dei nobili filoimperiali.

LA TRAGEDIA

Gli invasori cambiarono di colpo strategia, riversandosi dal Borgo Vaticano in città e nel rione di Trastevere: di colpo, dal massacro dei difensori si passò alla strage degli inermi, in cui non si rispettavano neppure gli asili religiosi.

Dalla mezzanotte del 6 maggio cominciò a Roma un periodo di tregenda: vennero uccisi 6.000 abitanti, tutta la città venne saccheggiata, molte case furono incendiate, svariati palazzi nobiliari furono assaltati e depredati. Qualche proprietario riuscì a salvare se stesso ed i propri familiari pagando somme esorbitanti: il palazzo di Isabella Gonzaga, ad esempio, dove si rifugiarono svariati nobili e ricchi cittadini, venne riscattato con 130.000 ducati d’oro, mentre il cardinale Della Valle pagò molte migliaia di ducati d’oro per salvare la vita a parecchi “ospiti”, ma con uno strumento notarile fissò analiticamente la taglia che ogni singolo rifugiato avrebbe dovuto rifondergli, dai 1.200 ducati del Patriarca di Santa Croce ai 400 ducati dell’Arcivescovo di Sorrento.

Tutti i palazzi che non pagarono un riscatto vennero espugnati, depredati e semidemoliti. Ancora peggiori furono gli avvenimenti che colpirono chiese e conventi, dove si erano nascosti molti cittadini con i loro averi e le loro famiglie, sperando nel rispetto dell’asilo religioso; in una furia omicida senza pari, i Lanzichenecchi rapinarono, uccisero e violentarono, arrivando persino a torturare ove necessario per estorcere eventuali tesori nascosti.

I Luterani, poi, mostrarono un sadico divertimento nel torturare e sgozzare preti e frati, nel violentare le monache sugli altari, nel mettere in scena parodie liturgiche come messe nere o finte processioni. Codici, pergamene, bolle pontificie e strumenti notarili servirono ai mercenari per fare le lettiere ai cavalli e ai muli, mentre in ogni angolo della Città Eterna andavano perdute opere d’arte d’ogni genere.

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FUORI CONTROLLO

Il Sacco non si arrestò dopo i rituali tre giorni: ormai i mercenari erano sfuggiti di mano ai loro capi, e le violenze arrivarono persino ad aggravarsi quando, al seguito dei Colonna (filoimperiali e nemici di Clemente VII), entrarono in Roma i famelici “villani” dei Castelli Romani, che si dimostrarono persino più spietati dei Lanzichenecchi.

La Basilica di San Pietro e quasi tutte le altre chiese di Roma divennero le osterie e le case di tolleranza preferite dai Lanzichenecchi. Molti cardinali, vescovi ed alti prelati vennero percossi e torturati, perché pagassero enormi riscatti, sebbene talvolta essi venissero giustiziati anche dopo aver pagato il riscatto, e persino più di uno, come accadde al Vescovo di Potenza, che venne ucciso dopo aver pagato tre riscatti.

Il popolo, che ovviamente non poteva permettersi di pagare alcun riscatto, soffriva ovviamente più degli altri ceti: dovunque donne e ragazze, perfino bambine di dieci anni, venivano violentate di fronte ai loro familiari, ed in quest’attività si sviluppava una vera e propria “classifica di sadismo”, con frasi come “sono cattivi i Tedeschi, peggiori gli Italiani e pessimi gli Spagnoli”, che non disdegnavano di sodomizzare anche i ragazzi.

IL RESOCONTO FINALE

Il saccheggio vero e proprio durò otto giorni, durante i quali i mercenari depredarono ricchezze immense in monete, gioielli, argenteria, arazzi e quadri.

Il 22 maggio, sedici giorni dopo l’inizio del Sacco, il Capitano Generale della Lega arrivò in soccorso fino ad Isola, a nove miglia da Roma; resosi conto, però, di avere a disposizione soltanto 15.000 fanti, decise di allontanarsi da Roma, abbandonando il Papa e la città al loro destino.

Dopo altri errori politici e diplomatici, Clemente VII si arrese il 5 giugno, aprendo le porte di Castel Sant’Angelo ai mercenari spagnoli e tedeschi, che si arricchirono spogliando il papa e i cardinali di ogni avere. Clemente VII si impegnò a pagare 400.000 ducati e, per poter saldare la prima rata, fece fondere la propria tiara. Sembrò a tutti l’inizio della fine.

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Il fato, però, forse nella persona del Signore Onnipotente, aveva però altri piani per la Città Eterna. A giugno giunse a Roma la peste, che iniziò a falcidiare i Lanzichenecchi affiancandosi ad una tremenda carestia: di fronte ad una situazione emergenziale, i mercenari si allontanarono da Roma, avviandosi verso l’Umbria e, tanto per mantenersi in esercizio, espugnando Narni, uccidendo un migliaio tra uomini e donne e mettendo a ferro e fuoco l’intera cittadina.

Molti, in Europa, considerarono il Sacco di Roma come un giusto castigo di Dio. Il solo Carlo V, forse ipocritamente, indossò il lutto per la disgrazia del centro della Cristianità, mentre i Luterani esultavano, perché vedevano in quest’evento il segno della volontà divina, che voleva distruggere la “Nuova Babilonia”.

A Roma tra stragi, peste e carestia scomparve gran parte dei meno di sessantamila abitanti, presenti immediatamente prima del Sacco, e vennero distrutte più di 13.000 case, con danni per oltre quindici milioni di ducati. Tra l’altro, i mercenari impestarono di sifilide quasi tutte le donne violentate, ed in quel periodo il “morbo gallico” fu particolarmente virulento, perché c’era stato l’innesto con le spirochete provenienti dal Nuovo Mondo.

Il 17 febbraio 1528, oltre 12.000 mercenari lasciarono definitivamente la città, trascinandosi via grandi ricchezze (sebbene molte fossero state incredibilmente già sperperate): tra le reliquie portate via, secondo la tradizione, c’era anche il sacro prepuzio di Gesù Bambino, poi venne poi abbandonato a Calcata poiché considerato senza alcun valore.

Forse aveva proprio ragione Giuseppe Gioacchino Belli, quando scriveva che “de certi tempi nun ce sta più religgione”.

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