Tiberio e Caio Gracco

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TIBERIO E CAIO GRACCO

Nei dieci anni che vanno dal 133 al 123 a.C. se ne videro, a Roma, di tutti i colori: terribili accuse di corruzione, magistrati deposti o uccisi, la città corsa da bande partigiane, uomini eminenti e potentissimi trovati morti nel proprio letto per cause misteriose e inaccertabili.

Il periodo venne segnato, all’inizio e alla fine, dal tribunato di due fratelli: Tiberio Gracco nel 133, Caio Gracco nel 123. Su di loro, la letteratura antica rimastaci è quasi concorde nel definirli da un lato onesti idealisti e dall’altro terribili “mestatori” che miravano alla tirannide, sebbene da alcune parti affiorino voci discordi e affievolite, ad essi favorevole. La critica moderna, ad esempio, a partire da Teodoro Mommsen, ha visto in loro gli iniziatori di quella serie di moti e di rivolgimenti che con logica inarrestabile portarono alla dittatura di Cesare e alla fine della repubblica oligarchica.

Nelle scuole, i Gracchi sono quasi sinonimo di rivoluzione, ma niente è più lontano dalla realtà di questa interpretazione. Per famiglia i Gracchi appartenevano a quella che si chiamava allora nobiltà plebea, e che potremmo oggi definire alta borghesia: la distinzione tra patrizi e plebei era infatti andata via via scomparendo e, nell’epoca di cui parliamo, ciò che contava non era esser patrizi o plebei, ma appartenere o meno alla nobilitas, cioè alla classe dirigente.

TIBERIO E CAIO GRACCO

Tiberio e Caio erano figli di Tiberio Sempronio Gracco, un uomo che aveva abilmente costruito la sua carriera politica barcamenandosi tra le correnti e contraendo un matrimonio fortunato. Esponente del partito conservatore, Tiberio nel 185, unico in tutto il collegio dei tribuni, aveva posto il veto all’arresto per peculato di Lucio Scipione Asiatico, fratello dell’Africano, il vincitore di Annibale: in tal modo egli aveva salvato dall’ignominia la più illustre e più potente famiglia di Roma e aveva gettato un amo nel partito avversario, di cui gli Scipioni erano gli esponenti più in vista e i capi riconosciuti.

Di lì a poco questa azione gli valse un’alleanza sancita dal matrimonio con Cornelia, figlia dell’Africano, donna di grande cultura e fornita di un’ingentissima dote. L’importanza di questo matrimonio risaltò ancora di più in seguito, perché l’Africano morì nel 183 lasciando un figlio maschio in cattive condizioni di salute che non partecipò alla vita politica e si dedicò agli studi. Privo di figli, per evitare l’estinguersi della casata, costui adottò uno dei giovani più promettenti di Roma, il figlio di Lucio Emilio Paolo (il conquistatore della Macedonia), il quale prese così il nome di Publio Cornelio Scipione Emiliano. L’Emiliano sposò poi Sempronia, sorella dei Gracchi e figlia di Cornelia, ricongiungendosi quindi con la discendenza di sangue dell’Africano.

In tal modo i giovani Tiberio e Caio si trovavano a essere, per parte di padre, vicini agli ideali e ai sentimenti della borghesia rurale romana, mentre dalla madre, nella cui educazione erano cresciuti, ereditavano l’impostazione culturale ellenizzante degli Scipioni, le loro tradizioni anticonformiste e la grande popolarità.

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LA CRISI DELLA REPUBBLICA DI ROMA

La crisi che attanagliava lo Stato giungeva proprio in quegli anni al suo culmine. Prima della Seconda Guerra Punica, Roma era ancora uno Stato in cui non vi erano grandissime differenze di vita e di ricchezza tra la classe dirigente e le classi medie: l’impiego degli schiavi nella lavorazione della terra non faceva concorrenza ai lavoratori liberi.

Il sistema sociale su cui si reggevano lo Stato e il suo esercito si traduceva in un sistema politico (detto sistema centuriato) in base al quale erano obbligati a pagare tasse e a prestare servizio militare soltanto i cittadini che avevano un reddito superiore a una determinata cifra. Gli altri erano esenti da tasse e da obblighi militari, ma avevano anche dei diritti politici limitati: non votavano cioè nelle elezioni dei principali magistrati, ma solo in quelle in cui venivano eletti ì magistrati minori.

A questo scopo, ogni cinque anni, con il censimento, i cittadini venivano divisi, secondo la ricchezza, in cinque classi dì reddito, e quanto il reddito era maggiore tanto erano maggiori i loro oneri militari e i loro diritti politici. Con questo sistema politico-sociale-militare (ogni classe di reddito forniva un certo numero di centurie che formavano le legioni) Roma aveva soggiogato l’Italia e si affacciava come grande potenza nel Mediterraneo.

L’Italia però non apparteneva tutta ai Romani, ma era in gran parte ancora costituita da piccoli e medi Stati indipendenti: latini, umbri, osci, etruschi e greci, alleati di Roma. L’esercito con cui ì romani combattevano era quindi composto da cittadini e alleati e, agli occhi degli stranieri, Roma e l’Italia apparivano come uno Stato federale. La concordia e l’efficienza di questa compagine dipendevano soprattutto dalla capacità di mantenere una comunanza di interessi e soprattutto di evitare una troppo stridente disparità di diritti tra Romani e alleati.

Prima della famosa Seconda Guerra contro Cartagine, queste condizioni in linea di massima poterono considerarsi realizzate, ma negli anni seguenti, e specialmente quando, nei primi decenni del II secolo a.C., l’espansione nel Mediterraneo fece di Roma una potenza enormemente ricca, l’equilibrio si incrinò.

LA CRISI DELL’ESERCITO

Innanzitutto, l’equilibrio si incrinò all’interno di Roma. Fino ad allora, infatti, gli eserciti si reclutavano per poco più di metà dell’anno, mentre nell’altra porzione i soldati, stanziati in zone operative vicine, tornavano ai loro campi a coltivare la terra. In questo modo sopravviveva il ceto medio, che era il fondamento della leva militare.

Quando però divenne necessario trattenere gli eserciti per anni in zone operative lontane e senza possibilità di ricambio, accadde che le classi ricche, disponendo di schiavi (divenuti sempre più numerosi in seguito alle guerre di conquista), continuarono a mantenere e persino ad ingrandire le proprie aziende agricole, mentre le classi medie che non disponevano di schiavi e che curavano personalmente le loro terre si trovarono in gravi difficoltà economiche. Il loro reddito diminuì, molti vendettero e a mano a mano si declassarono uscendo dalle liste centuriate e aumentando le schiere dei proletari.

Verso la metà del secolo, come dimostrato dai censimenti, si ebbe quindi una paurosa diminuzione del numero dei cittadini soggetti a obblighi militari. Questo fenomeno fu talmente evidente da destare la massima preoccupazione: quando Scipione Emiliano reclutò l’esercito per reprimere la ribellione di Numanzia, in Spagna, non si riuscì a reperire, In base al sistema delle classi di reddito, un numero di soldati sufficiente e fu necessario arruolare un grande numero di volontari stipendiati.

Inoltre, l’abbassamento del reddito minimo necessario per prestare servizio militare faceva sì che i soldati non fossero più in grado, come prima, di armarsi a proprie spese, cosicchè lo Stato dovette prevedere lo stanziamento di grandi somme di denaro per la formazione e il mantenimento di un esercito che si avviava a essere di tipo “professionale”.

Tiberio, combattendo nell’esercito dell’Emiliano a Cartagine e partecipando alla spedizione spagnola prima che il comando fosse affidato a Scipione, si era reso conto della decadenza della disciplina e dell’efficienza delle truppe, composte ormai in gran parte di soldati poverissimi che pensavano soltanto ai donativi e alle rapine. Recandosi in Spagna, Tiberio aveva attraversato l’Etruria e aveva visto i campi, una volta fiorenti ed al suo tempo ormai abbandonati, mentre le vaste terre dei ricchi erano coltivate solo da manodopera servile.

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LA LEX AGRARIA

Fu proprio durante questo viaggio, come scrisse suo fratello Caio in un suo libro, che Tiberio concepì la prima idea della sua Lex Agraria.

Spinto da queste osservazioni e da un’esatta analisi della realtà romana, Tiberio individuò infatti il nodo della crisi nella decadenza dei ceti medi e quindi nella impossibilità di mantenere il sistema centuriato che era alla base del reclutamento militare, e ne trasse un progetto di riforma abbastanza semplicistico ma potenzialmente efficace. Il suo scopo era quello di far funzionare il sistema centuriato, e quindi la riforma doveva mirare a ricostituire i ceti medi in modo che ci fosse un numero sufficiente di cittadini con un reddito sufficiente per essere soggetti alla leva.

A tal fine, Tiberio Gracco decise di distribuire il terreno demaniale ai poveri. Le terre di proprietà pubblica erano per la maggior parte affittate a lunghissimo termine (spesso anche trasmissibili agli eredi) a cittadini romani e a città o a singoli alleati: l’unico vincolo era costituito da una serie di leggi che vietavano di affittare alla stessa famiglia più di una certa misura di terreno, per evitare la formazione del latifondo. Queste leggi erano però sistematicamente violate e ormai quasi cadute in desuetudine.

Presentatosi per la carica di tribuno per l’anno 133, Tiberio, subito dopo la sua elezione, propose una legge agraria che richiamasse in vigore gli antichi limiti e vincoli e che destinasse le terre così recuperate a una distribuzione pubblica in piccoli lotti trasmissibili agli eredi e inalienabili.

Tiberio ottenne inizialmente l’appoggio di alcuni tra i personaggi più in vista e più illuminati del Senato: la sua legge, infatti, non toccava la proprietà privata, ma solo l’occupazione abusiva di terreno pubblico. Tuttavia essa andò a cozzare contro una montagna di interessi, suscitando un enorme vespaio e un grande numero di oppositori.

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Nei giorni riservati alla discussione pubblica della legge nel comizio e nel foro, Tiberio Gracco sfoderò il meglio della sua eloquenza, che a detta dei suoi contemporanei faceva commuovere le folle. Brani dei suoi discorsi sono riportati da Plutarco: “Le fiere che abitano l’Italia hanno ciascuna una tana, un covile in cui riposare; coloro che per l’Italia combattono e muoiono, non hanno che l’aria, la luce, e nient’altro. Senza casa, senza fissa dimora, vagano con la moglie e i figli; i comandanti li ingannano, questi soldati, quando nelle battaglie li esortano a difendere dagli assalti del nemico il proprio focolare e la tomba degli avi, poiché nessuno di questi Romani, e sono moltissimi, ha il suo altare familiare, nessuno ha un sepolcro avito; ma combattono e muoiono per difendere l’altrui ricchezza, il lusso altrui, e vengono chiamati padroni del mondo, mentre non hanno una sola zolla di terra che sia loro”.

Non trovando argomenti che facessero presa sufficiente sull’elettorato e disperando ormai di riuscire, gli avversari di questa legge indussero Marco Ottavio, uno dei tribuni colleghi di Tiberio, a opporre il veto (cosa che avrebbe bloccato tutta la procedura). Tiberio reagì facendo revocare dal popolo il mandato al tribuno e deponendolo dalla carica, cosa mai avvenuta prima in Roma e sicuramente “anticostituzionale”: in tal modo egli rischiava moltissimo, perché non solo violava apertamente la legge, ma introducendo nel sistema politico romano alcuni principi della prassi costituzionale greca si esponeva all’accusa di mirare a un potere personale, quasi a un colpo di Stato di tipo tirannico.

Nonostante tutto, in mezzo ai tumulti, la legge passò e furono formate delle commissioni plenipotenziarie di tre membri per la ricognizione e il recupero della terra da distribuire. Gli oppositori naturali della legge erano quelli che occupavano abusivamente il terreno pubblico, i quali lamentavano soprattutto di aver preso, generazioni prima, terre incolte e di dover ora restituire terre messe a coltura e che erano costate investimenti e lavoro.

Di fronte a queste difficoltà e opposizioni, le commissioni orientarono il proprio lavoro soprattutto verso le terre che erano state concesse in occupazione agli Stati alleati, i quali non avevano modo di far sentire la loro voce sulla scena politica di Roma. Gli alleati, dato il molto tempo ormai passato, non avevano modo di dimostrare, documenti alla mano, che quelle terre erano state loro concesse al momento della stipulazione dei trattati, e quindi si videro spesso privati di assegnazioni legittime; non ebbero neppure la consolazione di partecipare alla redistribuzione dei lotti, perché la legge di Tiberio prevedeva questo vantaggio solo per i cittadini romani.

Ne sorse un gran malcontento che incrinò ancora di più i rapporti tra i Romani e gli Italici.

LA VIOLENTA OPPOSIZIONE E LA MORTE

I conservatori e la maggior parte dell’aristocrazia romana ebbero buon gioco nell’accusare Tiberio di violare i diritti degli alleati e dei latini, ma egli, forte delle garanzie che la legge conferiva alla sua carica di tribuno, continuò imperterrito la sua azione, proponendo altre leggi minori che avevano lo scopo di render più funzionale e attuabile la sua riforma.

Si giunse così allo spirare dell’anno di carica e Tiberio, temendo che, con il suo allontanamento, la sua opera sarebbe stata vanificata, decise di ripresentare la propria candidatura al tribunato, cosa non prevista e contraria alle consuetudini. Questa decisione illegale mise in imbarazzo i pochi sostenitori che gli erano rimasti in Senato, tra i quali il console Mucio Scevola, che venne persino invitato dal Senato a intervenire con le armi.

Viste inutili le esortazioni ai consoli affinché schiacciassero con le armi l’assemblea popolare, i senatori decisero di passare alle vie di fatto ponendosi essi stessi al di fuori della legalità. Si riunirono nel tempio della Fides e, chiamati a raccolta ognuno i propri amici e clienti, formarono un piccolo esercito col quale assalirono i sostenitori di Tiberio mentre le votazioni erano ancora in Corso.

Tiberio Gracco fu ucciso con un colpo di sedile alla testa e gran parte dei suoi seguaci perirono nei tumulti che durarono l’intera giornata. Di notte i loro cadaveri furono buttati nel Tevere e nei giorni seguenti si istituì in fretta e furia una commissione di inchiesta, presieduta dal più violenti reazionari, per perseguitare ed eliminare dalla scena politica quelli che si erano mostrati favorevoli a Tiberio.

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IL POST MORTEM

Gli anni successivi alla morte di Tiberio furono dominati dal terrore per l’attività di queste commissioni, che oltre tutto erano state composte con molti vizi di forma e quindi non erano legittime. Ciò nonostante, le commissioni agrarie continuarono il loro lavoro, sia pure cercando di ledere il meno possibile gli interessi dei grandi occupatori di agro pubblico.

Nel frattempo era terminata la guerra di Scipione in Spagna e l’Emiliano aveva avuto il trionfo per la distruzione di Numanzia. Grande era in Roma l’aspettativa intorno all’atteggiamento che egli avrebbe assunto sulla vicenda del cognato, ma Scipione deluse i partigiani dei Gracchi: egli si schierò infatti con i detrattori di Tiberio, dichiarando che se quest’ultimo aveva attentato alla sicurezza dello Stato, allora era stato giustamente ucciso.

Subito si accesero scaramucce oratorie tra Scipione e Caio Gracco, il fratello minore di Tiberio, appena diventato senatore. Scipione riuscì a impedire l’approvazione di una legge che rendeva possibile l’iterazione del tribunato. Le popolazioni italiche, scontente e preoccupate per il lavoro delle commissioni agrarie, chiesero pubblicamente l’intervento dell’Emiliano in loro favore; Scipione, sapendo quanto fosse importante la concordia fra Romani e Italici (anche considerando il peso militare degli alleati), accolse questo invito e propose un emendamento alla legge di Tiberio, in quale al quale il potere di giudicare quali fossero i terreni soggetti ad esproprio passava dalle commissioni agrarie ai consoli.

L’emendamento fu approvato, ma in tal modo Scipione si attirò l’odio del popolo romano e la gratitudine degli italici. Fu a quel punto che egli decise di affrontare il popolo con un discorso e di spiegare le sue ragioni: ritiratosi nella sua stanza con l’occorrente per scrivere, però, il mattino dopo fu trovato morto. Le voci che immediatamente si sparpagliarono per Roma si intrecciavano fra loro: la morte, basilarmente, veniva imputata ai partigiani dei Gracchi, e tutti erano sospettati, da Cornelia, a Sempronia fino agli amici di Caio Gracco.

L’ASCESA DI CAIO GRACCO

La morte di Scipione segnò una svolta radicale nell’elaborazione del proprio programma politico da parte del giovane Caio Gracco. Egli infatti si accorse ben presto dell’inutilità e del pericolo di opporsi alle rivendicazioni degli italici, e ne divenne a poco a poco il sostenitore.

Nel 125 Marco Fulvio Flacco, console e amico di Caio, propose di estendere i diritti della cittadinanza romana a tutti gli alleati. Naturalmente la proposta venne respinta, ma stava prendendo forma il programma di Gracco di saldare le rivendicazioni del proletariato romano a quelle delle popolazioni italiche in modo da attuare una profonda rivoluzione nell’assetto politico, procurandosi a questo scopo anche l’alleanza di alcuni gruppi molto potenti della società romana.

Elaborato e studiato questo programma, Caio si presentò alle elezioni nel 123 a.C., dieci anni dopo suo fratello, e fu eletto tribuno. Iniziò la sua attività col proporre leggi apparentemente poco significative ma in realtà piuttosto importanti, che riguardavano il funzionamento dei tribunali per i giudizi capitali, i rimborsi di armamento e mantenimento ai soldati di leva, le distribuzioni di vettovaglie a prezzo politico. Richiamò poi in vigore la Lex Agraria del fratello e diede nuovo impulso ai lavori delle commissioni che sonnecchiavano da sette o otto anni.

Dopo alcuni mesi, passò finalmente ai provvedimenti di maggiore portata: riuscì a estromettere i senatori dai tribunali che giudicavano l’operato dei governatori delle province, eleggendo i membri della classe equestre a giudici di questi tribunali e spezzando in tal modo la continua omertà tra senatori giudicati e senatori giudicanti.

Verso la fine dell’anno propose, insieme ad altri provvedimenti, la fondazione di un gran numero di colonie, tra cui una in Africa, sul territorio della distrutta Cartagine. In questo modo il suo intervento a favore dei proletari diventava veramente consistente, poiché anche i latini e gli alleati avevano il diritto di partecipare a queste colonizzazioni, e quale coronamento venne la proposta di estendere anche ad essi i diritti di voto e di cittadinanza.

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LA FINE DI CAIO GRACCO

Nel frattempo Caio Gracco era stato rieletto al tribunato per la seconda volta senza una grave opposizione. La proposta di estendere i diritti agli italici rischiava di alienargli la simpatia dei gruppi popolari che dominavano le elezioni, e proprio su questo fece leva il Senato sostenendo un altro tribuno a far concorrenza a Gracco con leggi puramente demagogiche.

Costui, di nome Marco Livio Druso, propose la fondazione di un gran numero di colonie, ma con una totale chiusura verso gli italici, e riuscì in questo modo a portar via molti partigiani a Gracco, il quale non poté farsi eleggere per la terza volta al tribunato. Partì quindi insieme a Fulvio Flacco per Cartagine a organizzare la nuova colonia, ma anche questa azione diede modo agli oppositori di metterli in cattiva luce, sfruttando la superstizione popolare e l’infausto nome di Cartagine. Subito vennero avanzate proposte perchè la fondazione venisse abrogata.

Fulvio e Caio Gracco furono quindi costretti a tornare a Roma per sostenere il proprio operato, ma le cose non andarono esattamente come previsto, come indicatoci dal giurista Appiano: “Già il popolo si era riunito e Fulvio aveva iniziato a parlare intorno a questi argomenti, quando Gracco arrivava sul Campidoglio, circondato dai suoi accoliti, come da una guardia del corpo. Turbato, forse, dalla coscienza della straordinarietà dei propri progetti, si scostò dalla riunione dell’assemblea e si recò a passeggiare nel portico, sorvegliando gli avvenimenti. Un cittadino, Antullio, che stava sacrificando nel portico, scortolo così turbato, gli afferrò la mano e lo pregò di risparmiare la patria, sia che avesse saputo qualcosa, sia che sospettasse, sia che fosse altrimenti spinto a parlargli. Gracco, ancor più turbato, e titubante, quasi sorpreso in flagrante, lo guardò torvo. Allora uno dei presenti, sebbene nessun segnale od ordine fosse stato dato, arguendo dal solo sguardo truce di Gracco ad Antullio che era giunto il momento e pensando di ingraziarsi Gracco, se per primo avesse dato inizio all’azione, trasse il pugnale ed uccise Antullio. Si levò un urlo, e alla vista del cadavere tutti scesero giù dal tempio, per timore di una simile fine. Gracco e Fulvio corsero verso le loro case, ed i loro partigiani ve li accompagnarono. Il resto del popolo, quasi nell’attesa di una qualche disgrazia, occupò dalla mezzanotte il Foro. Opimio, quello dei consoli che era in città, ordinò ad alcuni armati di riunirsi all’alba sul Campidoglio e convocò il Senato”.

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Appiano prosegue nel suo racconto, narrandoci le ultime ore di vita di Caio Gracco.

“Il Senato chiamò Gracco e Flacco a discolparsi, ma quelli, in armi, corsero sull’ Aventino. Mentre di corsa attraversano la città, chiamavano i servi a libertà, ma di costoro nessuno dava loro retta. Gracco e Flacco, allora, con quanti erano intorno a loro, occupato il tempio di Diana lo fortificano, e mandano al Senato il figlio di Flacco, Quinto, chiedendo di arrivare ad un accordo e di vivere in concordia. Il Senato rispose comandando loro di recarsi alla Curia, dopo deposte le armi, per esporre quel che volevano: in caso contrario di non mandare più alcuno. Ma essi inviarono di nuovo Quinto, ed il console Opimio, in base alla precedente dichiarazione, lo arrestò, e fece marciare i suoi armati contro i Graccani. Gracco attraverso il ponte di legno fuggi al di là del fiume, con un solo servo, al quale, mentre stava per essere preso, offrì la gola. Flacco fu preso e ucciso. Alcuni portarono ad Opimio le teste di Gracco e di Flacco, ed il console diede loro un peso corrispondente d’oro. Il popolo distrusse le case dei due rivoluzionari, ed Opimio, catturati i loro seguaci, li fece gettare in carcere e comandò di strangolarli. A Quinto, figlio di Flacco, concedette di morire come voleva”.

Moriva così il secondo dei “gioielli” di Cornelia, incapace di vedere realizzata la sua (forse utopica) rivoluzione agraria già iniziata dal fratello: in ogni caso, Tiberio e Caio Gracco rappresentarono, con il loro sacrificio, uno dei momenti essenziali per la comprensione del decadimento della Repubblica di Roma Antica.  

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