Le maschere del Carnevale Romano

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LE MASCHERE DEL CARNEVALE ROMANO

Partendo dal principio che le maschere rappresentino i difetti, i vizi, le debolezze, le manie, le fissazioni ed i travestimenti dell’umanità, esse presentano in Italia più o meno le medesime caratteristiche, differenziandosi però per costume ed eloquio, a seconda delle differenti aree culturali e città, con peculiarità che dipendono dall’ambiente, dall’indole della gente, dalla cultura e dalla psicologia popolare.

Talvolta le maschere sono “fisse”, con i caratteri essenziali loro propri che diventano progressivamente costanti nel tempo, indipendentemente dalla zona “di competenza”, senza risultare strettamente connesse ad una specifica città e presentando anzi varianti minime: si vedano, ad esempio, il Pantalone veneziano e il Don Pasquale romano, cioè la maschera del benestante un po’ tonto.

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Roma ha avuto maschere che possono essere definite per così dire “proprie”, ma anche maschere varianti di altri personaggi preesistenti o convissuti in altre località. Il Norcino, ad esempio, potrebbe assomigliare allo Zanni, ma quest’ultimo è un contadino sciocco (o per meglio dire il colonus dei latini, l’equivalente del nostro “clown”) senza essere, come nel caso della maschera della Capitale, necessariamente un salumaio o un “ammazzaporco”.

All’epoca di Leone X si ebbe una fervida ripresa teatrale a Roma, basata prevalentemente sulle farse dei Norcini romaneschi, dei Rozzi di Siena e degli Zanni veneziani e bergamaschi; nelle recite si mescolavano il volgare e il romanesco, con un’evidente prevalenza di personaggi villani e burini, tra i quali per l’appunto aveva particolare risalto il Norcino, paesano emigrato in città, avente origine dal prototipo del salumaio venuto da Norcia e sarcasticamente canzonato a Roma.

Non meno delle farse del Norcino, parlate anche in ciociaro, erano in voga le cosiddette “Zingaresche”, dove predominava il personaggio della Zingara. La Zingaresca non è scritta in romanesco, ma nella parlata degli zingari fatta dai Romani, ed è cantata da comici romaneschi, spesso improvvisati, nelle feste di Carnevale. La maschera della Zingara non può certo essere considerata tipicamente romana perché, rispecchiando un personaggio che non mette confini alla propria mobilità, ispira anche altri travestimenti da festa; nel Carnevale Romano, però, essa si incontrava con particolare frequenza, esibendosi in profezie cantate, in balli (Zingarelle) e in scenette da strada. Il personaggio trovò successivamente posto anche nella commedia, che prese per l’appunto il nome di Zingaresca.

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Altra maschera tipica romana era Don Pasquale, blasonato ma tontolone, in grado di esprimersi con inutili perifrasi, svolazzi, preziosità e sgrammaticature, e spesso preso in giro da una Servetta romanesca e gentile. A tale maschera si collegava anche il Pippetto, giovanotto signorile e balordo, che null’altro era che un Don Pasquale da giovane.

Più giovane di Don Pasquale, ma ad esso facilmente assimilabile, è il Cassandrino romano, maschera nata dal cinquecentesco Cassandro senese: padre nobile, gonzo e sentenzioso, che ama atteggiarsi a grande saggio. Mentre però il toscano Cassandro è un personaggio serio, sempre ingannato e gabbato, “grullo assai, perché è cornuto e non s’accorge mai”, il romano Cassandrino è ridicolo per il suo eloquio morbido e sinuoso, e soprattutto per le sue debolezze d’amore: incipriato e ben portante, è sempre pronto a cadere ai piedi di una bella donna. Il popolo romano vede in lui il prelato donnaiolo.

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Tra le maschere fisse non si può dimenticare il Pulcinella romano, imitazione di quello napoletano classico, venuto di moda a Roma fin dal principio del Seicento, con le esibizioni di Andrea Calcese e di Silvio Fiorillo. Fu il teatro dei burattini a contribuire in maniera decisiva a rendere popolare la maschera, e Pulcinella regnò nei teatri, nei balli privati, nelle feste in piazza, nelle mascherate di Carnevale e nelle Fiere permanenti di Piazza Navona, dove non mancava mai il “casotto dei pupi”, con Pulcinella sempre pronto a tirare bastonate.

Altri classici protagonisti del Carnevale lungo Via del Corso erano il Dottor Gambalunga, il ciarlatano che tanto piaceva a Giuseppe Gioacchino Belli, il Don Pirlone falso e bacchettone, ed il Cerretano, variante del ciarlatano ma proveniente da Cerreto (Umbria).

La regola base era una sola: “Chi prende maschera è obbligato ad avere la risposta pronta quando l’altro lo attacca”, scriveva Jerome Lalande nel suo Vovage d’un Francais en Italie (1769). “Niente è più piacevole di assistere ai battibecchi delle maschere. Si danno brevi scenette che valgono più di una intera commedia… Le maschere più diffuse sono quelle dei Pulcinella e le loro dispute finiscono a manate di confetti” (che però erano quasi sempre di gesso). Gli scherzi erano talvolta decisamente pesanti, come raccontato dalla definizione del Tommaso Garzoni diede del comico dell’arte nella sua Piazza Universale, trattato del XVI secolo: “Negli atti sono incivili, nei gesti ruffianissimi a spada tratta, nelle parole sfacciati come le meretrici pubbliche, nelle invenzioni furfantissimi a tutta botta, e dove qualche volta potrebbero coprire la cosa destramente, gli par d’esser nulla se sbardellatamente non la dicono o non la fingono a lor modo in tutto”.

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Continuando il nostro viaggio nel variegato universo delle maschere romane troviamo ovviamente Meo Patacca, che incarna la venerazione romana per la bravura naturale, anche se spavalda, mentre Marco Pepe, satira della vigliaccheria, è il suo antagonista attaccabrighe e fanfarone.

Il Bravo coincide solo in parte con Meo Patacca: egli è infatti “capotruppa della gente sgherra”, nerboruto e temuto, con la sua arma che non è la spada ma il coltello, magari avuto in dono dalla fidanzata.

Dallo sgherro nasce Rugantino. Di tutte le maschere romane resta oggi la più popolare, da un lato perché è creazione abbastanza recente, dall’altro perché il suo nome viene spesso alla ribalta, per recenti spettacoli teatrali e, sebbene in modo più indiretto, per la testata di un giornale che fu diretto da Giggi Zanazzo (che amava mascherarsi, a carnevale, proprio da Rugantino). Il nome viene da “ruganza”, cioè arroganza: erede dei capitani spacconi e provocatori, linguacciuti e insolenti, ma in fondo gran vigliacchi, Rugantino “cerca rogna, je puzza de campà, je rode”. Non sa frenare la lingua tanto che ha per motto: “Meglio perde ’n’amico che ’na battuta”. Sua caratteristica è l’insolenza e la minaccia, eppure è un falso manesco, promette di darle e ne prende, consolandosi però asserendo che “gliene ha dette tante”.

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Rugantino è, senza alcun dubbio, la caricatura del bullo romanesco. Belli lo descrisse così: “Maschera assai in voga a Roma, il cui carattere consiste nell’insulto e nella timidità”. Gaetano Santangelo, detto Ghetanaccio, rese popolarissima la maschera di Rugantino nel teatro dei burattini: le sue battute in romanesco esprimevano sarcasmo, arguzia e strafottenza. Una volta fu chiamato a Palazzo Farnese dall’ Ambasciatore di Francia, il quale però si raccomandò con decisione: “Niente vassallate o atti di spregio con la bocca”. Ghetanaccio rispose con aria innocente: “Eccellenza, pé le vassallate non dubbiti, ma ssi lei me leva puro le pernacchie, allora m’aruvina. Me permetti armeno de farne una soltanto?”. “Vada per una, ma una sola”, acconsentì l’Ambasciatore. Per il finale, ce lo consentirete, dovrete andare a leggere il nostro articolo sul blog dedicato proprio a questa storia.

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Lo stesso Ettore Petrolini, grande maschera egli stesso, ideatore di istrioniche creature come Fortunello, Mustafà e Picchio il Bullo, si ispirò a molte maschere: fu Pulcinella nel Cantastorie, fu il Bullo in Chicchignola, impersonò il Ghetanaccio della commedia di Augusto Jandolo e Sganarello del Medico per forza. Il suo massimo, però, lo raggiunse quando interpretò il Sor Capanna, cantando stornellate a braccio e portando sul palcoscenico, accanto a lui, anche il vero Sor Capanna: a detta di tutti, superò di gran lunga persino l’originale.

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