Il processo di Arnaldo Graziosi

Il processo di Arnaldo Graziosi, Il processo di Arnaldo Graziosi, Rome Guides

IL PROCESSO DI ARNALDO GRAZIOSI

Pensate a quanti giallisti si siano dilettati sul cosiddetto “mistero della camera chiusa”: come può aver fatto l’assassino a compiere l’omicidio, se porte e finestre erano sbarrate? E che dire del classico dilemma fra omicidio e suicidio, che ha caratterizzato racconti e romanzi thriller per decenni.

Beh, nessuno certo ha mai elaborato una soluzione più curiosa e in qualche modo più disarmante nella sua semplicità, di quella che il maestro pianista Arnaldo Graziosi propose al Commissario di PS di Fiuggi per spiegargli come mai sua moglie giacesse esanime sul letto, con una pallottola nel cervello.

“Di sicuro s’è sparata stanotte. Vede, ieri sera siamo venuti tranquilli a dormire, e stamane quando mi sono svegliato ho trovato lei morta e, sul comodino, un suo biglietto col quale si è scusata del suo gesto”.

“Mi perdoni, ma lei, che era lì accanto, non ha sentito il colpo?”, gli chiede banalmente il Commissario.

“No, per niente. O forse…Ecco, ho fatto un brutto sogno, nel quale c’era in effetti un rumore, come quello di un treno. Forse è accaduto in quel momento. Comunque, come dicevo, dormivo”.

È proprio questa incredibile spiegazione, paradossalmente, a convincere gli inquirenti, che si dicono: “se fosse stato lui, si sarebbe inventato qualcosa di meno assurdo e del resto, per uccidere la moglie, avrebbe trovato qualche sistema meno compromettente”. Roma, e con essa l’Italia intera, si spacca come sempre in due partiti, innocentisti e colpevolisti. Primo tra gli innocentisti è proprio il Commissario, che prende atto che il biglietto (Quando leggerete queste righe il mio martirio sarà finito. Per mia figlia, per quelli che mi amano, devo andarmene…) era stato scritto di pugno della signora e che confida come Graziosi gli sia sembrato decisamente attendibile, considerata la sua ammissione senza remore circa i frequenti litigi con la moglie.

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Primo tra i colpevolisti è invece il Brigadiere dei Carabinieri che sopraggiunge e subito rileva che la signora mostra un volto disteso (“come di chi sia stato colto nel sonno”, scrive nel suo rapporto): è impossibile, a suo dire, suicidarsi con una faccia così tranquilla. Dall’albergatore apprende poi che il maestro Graziosi, affacciatosi alla finestra per annunciare a lui, che stava in giardino, di esser rimasto vedovo, appariva ben pettinato: secondo il Brigadiere, è impossibile alzarsi dal letto ben pettinato, e solo un assassino potrebbe pensare a pettinarsi dopo aver scoperto nel proprio letto un cadavere.

Il Brigadiere, a quel punto, dà l’ordine di pedinare Graziosi, che viene visto fare una telefonata da un posto pubblico, dicendo testualmente “Si è ammazzata. Tornerò domani. Ciao”. Rapide indagini attestano che egli lo abbia detto ad una giovane collega di pianoforte, il cui diario intimo risulterà tutto un grido d’amore per lui, con frasi del tipo “Ti voglio soltanto per me. Sono pazza d’amore e di desiderio”.

IL PROCESSO

Quando, all’inizio del 1947, il processo si apre a Frosinone, ai classici ingredienti “lui-lei-l’altra” da romanzo d’appendice si aggiungono colpi di scena a ripetizione, molti dei quali contraddittori, sicché tanto gli innocentisti quanto i colpevolisti ne traggono conferma per i propri pregiudizi. La stessa fisionomia di Arnaldo Graziosi risulta ambigua, con un cronista che lo definisce “un profilo grossolano e corrucciato, con una smorfia rilassata da uomo senza scrupoli né rimorsi” ed un altro che lo racconta come “con lo sguardo limpido e franco, il sorriso di un ragazzo contrariato”: letteralmente, Dottor Jekyll e Mister Hyde nella stessa persona.

Naturalmente, la giovane pianista viene condotta alla sbarra. Graziosi ha assicurato di averle telefonato soltanto per disdire un appuntamento, ma gli inquirenti gli fanno rilevare che al telefono avrebbe detto soltanto “Si è ammazzata”, quasi che l’interlocutrice già sapesse di chi le parlava. Lui ribatte prontamente che la ragazza gli avrebbe gentilmente chiesto come stesse sua moglie, mentre la giovane collega di pianoforte ribadisce che tra lei ed il maestro non ci sono stati che il lavoro ed una leale amicizia. Le leggono, dal suo diario, frasi come “Ti invio un po’ dei baci che si sono accumulati durante la tua assenza” oppure “Tu sei l’unico mio cliente sul banco del mio mercato d’amore”, ma lei afferma che l’amore sia totalmente platonico, riservato solo alle pagine del suo quaderno.  

Ghignano i colpevolisti nel leggere tali espressioni, ma sono gli innocentisti a fare baldoria quando, con aria sdegnata, la fanciulla si dichiara pronta ed anzi ansiosa di sottoporsi a visita ginecologica, per dimostrare la propria illibatezza. Indubbiamente un bel colpo, che toglie il fiato a chi indica in Graziosi un adultero, un uxoricida desideroso di liberarsi dai ceppi coniugali. I colpevolisti però si scatenano, basandosi su un’altra fase del diario: “Oggi sono andata dalle monache a ritirare il tovagliato. Come vedi, mi preparo senza indugio”. Indipendentemente dall’aver consumato l’amore, dunque, la fanciulla si preparava forse al matrimonio?

In verità, ancor più che i rapporti tra il pianista e la collega, sono quelli tra lui e sua moglie che si rivelano estremamente intriganti, esplodendo come titoli a sensazione sui giornali. La coppia, infatti, si rivela solo apparentemente come una canonica famiglia della media borghesia: Graziosi stesso rivela abissi di nequizia, angosce tenebrose, sconvolgenti patemi d’animo. È lui che racconta come, diplomatosi ventinovenne con dieci e lode, avesse sposato Maria Cappa, di tre anni più giovane, dopo averla conosciuta al Conservatorio. L’aveva sposata malgrado…

Malgrado cosa? Tutta Roma sobbalza e si interroga.

IL MORBO GALLICO

Malgrado, poco prima delle nozze, “una sera di pioggia, che ci riparammo sotto un’arcata del Colosseo, lei mi avesse confessato d’essersi una volta data, in un attimo di smarrimento, ad un uomo conosciuto a Ladispoli sulla spiaggia. Da signore, neanche chiesi chi fosse colui che le rubò il fiore”. La folla dei lettori è equamente divisa tra chi per questo lo ammira e chi lo deride, e a Roma non si parla d’altro.

Le rivelazioni più esplosive, però, devono ancora venire. “Qualche tempo dopo le nozze, quello che in lei pareva uno sfogo primaverile si rivelò una manifestazione della sifilide”, malattia all’epoca considerata non solo un rischio terribile, ma anche una sorta di “castigo divino” per i peccati sessuali. Già solo questo crea enorme scandalo, ma ancor di più ne produce la successiva dichiarazione del Graziosi, che aggiunge di prendere in seria considerazione di essere stato lui a trasmettere alla consorte il contagio, “quale conseguenza di qualche amorazzo giovanile”. E di nuovo cinquanta e cinquanta, guelfi contro ghibellini, bianchi contro neri: che animo nobile, commentano gli uni, che stupido egoista, commentano gli altri.

Siamo al culmine dell’emozione? No, affatto, la scena madre è un’altra, in perfetto stile telenovela sudamericana. Come racconta un comprensibilmente molto teso imputato, un giorno Maria, tornando da Ladispoli, “mostra gli occhi scavati da una segreta angoscia e, dopo lancinanti esitazioni, scoppia in lacrime e mi informa che il suo seduttore è morto, ucciso dalla stessa infezione che ora affligge noi”. Da quel giorno, stando alla deposizione dell’imputato, i rapporti tra i due coniugi mutano: lui si disamora della donna alla quale aveva perdonato il tradimento ma non può perdonare d’averne tratto la sifilide e di averla persino trasmessa alla figlia. Lui viene colpito da una glaciale indifferenza, lei si fa cupa, erosa dal senso di colpa.

LA GITA A FIUGGI

Un giorno però, all’improvviso, lei gli propone di fare una gita a Fiuggi, proposta che lui gentilmente accetta, benché proprio l’indomani abbia in programma un concerto con la collega pianista. Graziosi si lascia andare ad un’ipotesi investigativa: “Alla stazione mi accorsi di aver dimenticato i documenti. Volle andare a prenderli lei. E fu allora, credo, che si mise nella borsetta la pistola. Perché la pistola? Così, l’avevo comprata perché mia madre temeva per i propri gioielli”. Ora tutto è chiaro, commentano gli innocentisti: con quell’arma la donna del peccato, non reggendo ai rimorsi, quella notte si giustizia.

Ma l’accusa insorge: quali rimorsi! Maria Cappa era così poco angosciata, nel suo candore, che aveva progettato di comprarsi, di lì a pochi giorni, una nuova pelliccia. E la lettera d’addio? La spiegazione sembra poter essere fornita dalla madre di lei, la signora Desolina, la quale, freddamente determinata a mandare all’ergastolo l’assassino di sua figlia, declama: “Signor Presidente, quella ed altre lettere gliele fece scrivere lui, che si era affiliato ad una terribile cellula antibolscevica e che un giorno le spiegò che per riacquistare la libertà doveva consegnare all’organizzazione qualche lettera della moglie scritta in un gergo convenzionale. È stato lui a dettargliela, quella lettera, tant’è vero che non è neanche firmata, Maria è soltanto l’ultima parola del testo”.

Anche la difesa, a questo punto, si gioca i propri assi nella manica. Per dimostrare che l’imputato sia un uomo perbene, gli avvocati sbandierano proprio le lettere di sua moglie da fidanzata, in cui si ritrae un uomo romantico, ottocentesco, che invita la ragazza a far la comunione in San Pietro. Anzi, la difesa mostra proprio il differente tono delle lettere della moglie prima e dopo l’adulterio, nelle cui lettere si percepisce “una feroce ed insaziabile irrequietezza sessuale”.  

Insomma, lei lo avrebbe bramato, sedotto e infettato, finché il senso dell’orribile colpa l’ha costretta a giustiziarsi.

Nessun evento prima di questo processo scatena un così morboso interesse di un pubblico sterminato, se non forse il Giro d’Italia. Al Palazzo di Giustizia si rappresenta una classica storia d’amore e morte, d’intrigo e di mistero, con ingredienti di sicuro successo, come il fascino dell’imputato, le misteriose personalità della vittima e della terza incomoda, la compassione che induceva la povera bambina, il morbo gallico, le contraddizioni tra i testimoni e gli appelli alle indagini scientifiche.

LE ARRINGHE FINALI

L’arringa della Pubblica Accusa, a giudizio dei colpevolisti, inchioda l’imputato. A giudizio degli innocentisti, quella della Difesa ne conferma l’innocenza. Nella sua estrema dichiarazione, sollecitatagli dal Presidente, Graziosi si mostra quasi commovente, chiudendo con le parole “Credetemi, non ho tolto la mamma alla mia bambina. Cicerone aveva insegnato bene, le mamme ed i bambini sono efficacissimi in una perorazione.

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Otto ore dopo risulta, dal verdetto, che Graziosi dovrà restare in carcere per i successivi 24 anni. I cronisti riferiscono che il maestro appare incredulo e stordito. I suoi sostenitori premono sulle transenne, tendendogli le mani, testimoniandogli fiducia e protestando contro l’errore giudiziario.

In realtà, anche la Cassazione non avrà dubbi, decretando che “prove logiche e giuridicamente ineccepibili” hanno portato a confermare la sentenza. Arnaldo Graziosi, però, non ci sta, e riesce a scappare dal carcere di Frosinone con due altri detenuti, venendo catturato di nuovo sui monti della Ciociaria, tramortito da fame e freddo, mentre già i quotidiani escono in edizioni straordinarie con clamorosi titoli sulla “vana caccia”.

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LA GRAZIA

Anni dopo, ecco l’ultima puntata di questa interminabile telenovela. Cresciuta con la nonna materna, la figlia di Arnaldo Graziosi e di Maria Cappa riesce ad ottenere dai nonni paterni la “non opposizione alla grazia”, che nell’agosto del 1959 restituisce alla libertà uno dei più famosi pianisti del nostro dopoguerra. Graziosi torna nuovamente agli onori delle cronache, con puntuale rievocazione della sua vicenda, in occasione della prima di un suo concerto al Sistina, per le nozze della figlia e soprattutto per le sue seconde nozze con una donna spagnola che, naturalmente, lo ritiene innocente.

Oggi, la sua storia è dispersa nelle sabbie del tempo, ma basta ancor oggi ricercare su Google il suo nome per ritrovare antichi ritagli di giornale e spezzoni video che raccontano la storia di quella camera chiusa, la numero 22 dell’Hotel Flora di Fiuggi, con il perfetto panorama della società romana di quegli anni.

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