Felice Casorati

Felice Casorati, Felice Casorati, Rome Guides

FELICE CASORATI

Alla Mostra su Klimt, presso il Museo di Roma, è stata esposta anche La Preghiera, realizzata da Felice Casorati. L’opera tende a passare in secondo piano nell’ambito dell’esame della mostra temporanea, ma è opportuno dedicare poche parole a questo maestro del Novecento.

Felice Casorati è stato definito dalla critica “il poeta delle mute cose immobili, per la sua capacità di dipingere forme pure e volumi plastici scolpendoli con la luce.

Senza mai abbandonare la figurazione, Felice Casorati ha combattuto per tutta la vita una guerra privata contro il realismo: “Realismo vuol dire descrittivismo, e ogni espressione umana più si avvicina all’oggettività dei dati più perde fascino”, aveva più volte sentenziato, mentre non nascondeva la propria venerazione per Piero della Francesca, Masaccio e Paolo Uccello, grandi visionari della pittura antica.

Felice Casorati, Felice Casorati, Rome Guides

Non era un caso. Il suo amore per l’arte del passato veniva da lontano. Giovanissimo, aveva passato giornate intere nei musei di Napoli, Roma e Firenze a studiare le invenzioni di Leonardo e Botticelli, Mantegna e Giorgione, Michelangelo e Tiziano. Aggiornato su tutte le novità contemporanee, anche nella maturità Casorati continuò a guardare soprattutto all’arte antica, e in un tempo di rivoluzioni avanguardistiche lo dichiarava apertamente: “Certo preferisco il buon gusto, l’abilità, anche l’ordine perfetto, la naturalezza cosciente degli antichi all’enigmatico gioco di cabale e indovinelli colorati di certi moderni. E non per questo sono un archeologo o un arcaista”.

Così la nitidezza glaciale delle linee e il ritorno trionfale della prospettiva di Piero della Francesca si ritrovano nelle inquietanti scene silenziose, prive di qualsiasi accento sentimentale ed abitate da figure immerse in una solitudine senza scampo, dipinte da Casorati tra la fine degli anni Dieci e i primi anni Venti del Novecento. Nei primi capolavori realizzati tra il 1918 e il 1919, appena approdato a Torino dopo il suicidio del padre, sono le fughe prospettiche delle piastrelle dei pavimenti a rimandare agli interni austeri della classica pittura fiamminga seicentesca.

I quadri di Casorati di quegli anni sembrano una traduzione pittorica letterale della definizione di realismo: “Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo, e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, attraverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta”.

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È però il giovanissimo giornalista Piero Gobetti che, analizzando la poetica di Casorati in un articolo pubblicato nel 1921 sulla rivista torinese L’Ordine nuovo, ne coglie tutta la rarefatta complessità: “Casorati tende a esprimere il senso del mistero come vuoto, come assenza paurosa d’un centro vitale animatore, onde ogni cosa è fatta irreale e indeterminata, e per un’apparente contraddizione l’espressione di questa indeterminatezza diventa rigidità poderosa e schiacciante di forme, solidità assoluta d’architettura, alla quale la luce toglie le sfumature per lasciar netta la materia”.

Dieci anni dopo, presentando le sue opere nel catalogo della prima Quadriennale romana, Casorati chiarirà personalmente le sue posizioni teoriche: “Poiché la mia pittura nasce dall’interno e mai trova origine nella mutevole impressione, è ben naturale che queste forme statiche, e non le mobili immagini della passione, si trovino nelle mie figure. Così, mentre è tendenza generale della pittura contemporanea la ricerca dell’espressione attraverso il colore e il segno, io sento invece piuttosto il valore della forma, dei piani, dei volumi ottenuto per mezzo di un colore tonale non realistico”.

Fu alla Biennale del 1912 che Casorati impresse la prima svolta alla sua produzione. Quando cambiò strada, lasciando il certo per l’incerto, aveva appena 29 anni. L’anno dopo mise il cambiamento nero su bianco. Due anni prima, nel 1910, Felice Casorati aveva scoperto Klimt alla nona edizione della rassegna veneziana, anticipata di un anno per non coincidere con l’Esposizione di Roma del 1911. Con toni lirici, lo stesso Felice Casorati disse: “Sono diventato un visionario, un sognatore e non dipingo più che le immagini che vedo nei sogni, le notti stellate, gli esseri invisibili, gli spiriti puri, le allucinazioni. Vorrei avere sempre la febbre alta e delirare! Tutto io voglio purché non sia di questa vita meschina, frivola, goffa, puerile. Tutto purché sia fuori delle cose vere, della natura materiale, del mondo degli uomini, ma sia soltanto soffio, luce e tenebra”.

Felice Casorati, Felice Casorati, Rome Guides

Difese la natura morta, ma solo perché la frutta, le uova, le scodelle e le semplici cose della vita quotidiana gli offrivano l’opportunità di raccontare tutti i sentimenti dell’uomo: “Pentolini bianchi, azzurri, rossi, scodelle aperte alla luce come fiori, frutta, palpitanti di vita e oggetti tutti, dai più umili ai più ricchi, voi siete i modelli più docili e più esigenti degli artisti, voi potete servire alle più belle e più libere architetture, voi potete dare le luci e le ombre più impreviste e più profonde. Per vostra mano si possono esprimere tutti i sentimenti, dai più semplici ai più complessi. Nei momenti più disperati della mia vita io ho potuto riconciliarmi con la pittura dipingendo umilmente una scodella, un uovo, una pera”.

Lentamente, fino alla sua morte a Torino il 1 marzo 1963, Felice Casorati prese le distanze dalla superficie della realtà, per cercare i valori profondi della vita. Riuscì a farlo fino all’ultimo, anche quando, nel secondo dopoguerra, la sua pittura diventò più lineare e semplificata e sempre meno descrittiva. Del resto, poco prima di morire disse: “I miei non sono quadri, sono irrealtà dipinte senza bravura, ma con bastante commozione”.

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