I Nazareni a Roma

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I NAZARENI A ROMA

Roma è stata sempre, secolo dopo secolo, la meta ideale degli artisti di tutto il mondo. Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, però, essa assunse un doppio significato artistico, divenendo al contempo luogo apprezzato dall’ascendenza neoclassica ed al contempo panorama idilliaco anche per chi fosse legato ai nuovi stimoli del Romanticismo. Da una parte, quindi, c’erano tutti quegli artisti stranieri che rincorrevano l’aura della classicità perduta, sognando tra le rovine dei monumenti antichi e disegnando profili di statue e architetture nel nostalgico tentativo di far rivivere il candore della perduta armonia e bellezza; dall’altra parte, c’erano alcuni “artisti ribelli”, che non amavano affatto le convenzioni delle accademie, né le stanche copie da calchi antichi che queste imponevano rigidamente.

Verso la fine del Settecento, quindi, l’atmosfera di Roma iniziò quindi a mutare, arricchendosi di inquietudini e di leggeri brividi, proprio sulla scia di quell’idea romantica che in Europa stava prendendo piede e che accoglieva l’immagine mitica di un Medioevo intriso di forte religiosità, dove l’artista era anche un artigiano che lavorava nella sua bottega, in una perfetta fusione di vita e arte.

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Nei primi anni del XIX secolo, alcuni giovani pittori tedeschi, allievi dell’Accademia di Vienna, insofferenti alle regole fin troppo rigide e ferree che vigevano al suo interno, entrarono in contrasto con l’Accademia stessa, creando una delle prime vere “secessioni” della storia dell’arte. I loro nomi erano Overbeck, Pforr, Vogel, Hottinger, Sutter e Wintergerst, ed erano tutti poco più che ventenni. Da quel 10 luglio 1809, essi scelsero di denominarsi “i Confratelli di San Luca” (in onore al santo che la leggenda volle pittore e patrono delle corporazioni di artisti nel Medioevo) e si chiusero in uno sdegnoso isolamento, con la ferma volontà di far rinascere l’arte tedesca, recuperando a ritroso la spirituale purezza artistica degli antichi, da Giotto a Pinturicchio, da Durer al sommo Raffaello, divino pittore di Madonne. Soggetto della loro arte sarebbe stato il mondo religioso e le storie bibliche, e il punto di riferimento non solo artistico, ma anche morale, divenne il frate pittore Beato Angelico.

Nel giugno del 1810, quattro di questi artisti (Overbeck, Vogel, Pforr e Hottinger) partirono alla volta di Roma, non per un puro e semplice pellegrinaggio, ma alla ricerca di una patria spirituale dove intraprendere il cammino della nuova arte. Dopo aver abitato per un breve periodo a Villa Malta, i confratelli si stabilirono al convento abbandonato di Sant’Isidoro sul Pincio in cui, dopo l’occupazione francese, era rimasto solo il padre guardiano MacCormick, che si arrangiava dando in affitto le stanze del convento.

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Da quel momento il gruppo dei Confratelli di San Luca si fece decisamente notare fra le strade della Città Eterna, distinguendosi da tutti gli altri artisti stranieri che vi risiedevano per gli strani costumi. Abitavano infatti in celle, come monaci veri, conducendo una ascetica vita comunitaria, ed ogni sera si riunivano nel refettorio per mettere a confronto disegni e opere e per discutere sui loro programmi futuri. I soggetti religiosi delle loro tele si univano ad un revival del Medioevo (di cui fu promotore soprattutto Pforr, che ebbe tempra di grande pittore, ma non poté arrivare all’apice della maturità artistica a causa della sua precoce morte), che riportava in auge anche gli ideali puri della società cavalleresca.

Capo spirituale del gruppo fu Overbeck, che le cronache dell’epoca definivano “un giovane alto, snello e biondo, vestito con il costume tradizionale antico tedesco, con un volto trasognato, ingenuo, e un berretto nero di velluto sui riccioli castani svolazzanti”. Fu lui a prendere l’abitudine di farsi crescere i capelli dividendoli al centro con una riga, in chiara similitudine con la tradizionale iconografia di Cristo e procurando così al gruppo l’appellativo di “Nazareni”. Con i suoi confratelli, iniziò a passeggiare per le strade intorno a Piazza di Spagna, tutti con le loro lunghe chiome lisce, vestiti con grandi mantelli e accompagnati da cani mastini.

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Quando Pforr morì, le rigide regole monastiche dei Nazareni cominciarono però a sfilacciarsi: il convento di Sant’Isidoro fu abbandonato e come nuova dimora venne scelto Palazzo Guarnieri, abitazione di Johannes Veit, entrato nel gruppo come nuovo adepto, insieme ai fratelli Schadow e al giovanissimo Scheiffer von Leonhardshoff.

Il più grande sogno dei Nazareni era quello di resuscitare la tecnica dell’affresco e far rinascere l’antico connubio di arte e pubblico che era stato alla base della spiritualità medievale: avevano bisogno quindi di procurarsi una committenza che gli assicurasse un lavoro di grande prestigio. Questo divenne possibile con l’arrivo di Peter Cornelius, l’anima imprenditoriale del gruppo, che fece uscire i Nazareni dagli angusti confini del monastero e dette loro risonanza europea. Fu proprio lui, deciso a far rinascere l’arte tedesca sulla base di un forte sentimento patriottico-nazionale, a procurare ai Nazareni, nel 1816, la prima importante commissione: la decorazione di una sala di Palazzo Zuccari, residenza del console prussiano Bartholdy, con un ciclo di affreschi raffiguranti le Storie di San Giuseppe, opera in cui riecheggeranno gli stili del Perugino, del Pinturicchio e di Raffaello (gli affreschi furono purtroppo rimossi alla fine del XIX secolo e sono oggi esposti alla Nationalgalerie di Berlino).

Quest’opera garantì immediatamente ai Nazareni grande fama: per vedere i loro affreschi si affrontavano lunghe file e anche artisti neoclassici convinti, come Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen, tributarono grandi onori all’arte dei confratelli. Le loro opere raggiunsero, attraverso le riproduzioni ad incisione, la Germania e l’Inghilterra.

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La fama dei Nazareni si incrementò ulteriormente grazie ad una seconda fortunata committenza: la decorazione di tre padiglioni del giardino del Casino Massimo al Laterano, con scene tratte da Dante, Ariosto e Tasso. Gli affreschi impegneranno i confratelli per più di un decennio e durante la loro esecuzione inizierà la diaspora del gruppo: Cornelius fu il primo a lasciare Roma, convocato a Monaco dal principe ereditario Luigi di Baviera per decorare la Gliptoteca, seguito quasi immediatamente da Schnorr, che lo raggiunse una volta completata la stanza dell’Ariosto.

Nel 1829, l’unico dei Nazareni rimasto a Roma era Overbeck, che nell’immaginario popolare iniziava ad assumere le fattezze di un santone, sempre più spirituale e meditativo. La fama dei Nazareni iniziò però presto a scemare, travolta dall’ondata del Realismo, che travolse con l’urgenza della sua pittura storicista e patriottica ogni sogno di ritornare ad un utopico mondo spirituale e mistico.

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