Il Museo dell’Arte Sanitaria di Roma

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IL MUSEO DELL’ARTE SANITARIA DI ROMA

Entrando in questo magico luogo, ci si trova avvolti da molteplici lucide bacheche, nelle quali appaiono esposti e precisamente classificati oggetti, strumenti, reperti, documenti autentici e precise copie. È un lungo itinerario, che racconta come medicina, chirurgia e farmacologia riuscirono finalmente ad allontanarsi dall’ambito originario della magia, riscattandosi al punto da ottenere il meritato ruolo di scienze a tutti gli effetti.

Ci si trova nei locali annessi ad uno fra i più antichi e gloriosi ospedali romani, il Santo Spirito, legato alla storia del pontefice Innocenzo III, il Papa che ebbe in tutela il fanciullo Federico di Svevia. Il Santo Padre, dopo il 1198, trasferì a Roma alcuni Cavalieri dell’Ordine di Santo Spirito di Montpellier e, con breve firmato l’1 dicembre 1201 in Anagni, scelse la chiesa di Santa Maria in Sassia come luogo adatto a ricevere malati e bisognosi, dotandola di proprietà e rendite.

Nacque così l’Ospedale di Santo Spirito, che già nel 1204, ossia meno di tre anni dopo la sua fondazione, venne arricchito dalle entrate della chiesa di Writtle nel territorio di Londra, che Giovanni Senza Terra assegnò al nuovo istituto romano.

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Alla fine del Medioevo, l’ospedale poteva ospitare circa trecento infermi e assistere, nelle sue corsie e nei suoi ambulatori, circa mille ammalati: all’epoca, molti ordini religiosi eleggevano i malati a figurazione terrena di Gesù Cristo, fino al punto che alcune abbazie francesi esigevano che abate fosse un lebbroso. I primordi gloriosi dell’Istituto purtroppo decaddero già alla fine del XIV secolo, e nel 1414 l’Ospedale fu costretto a sospendere l’assistenza, essendo restato depauperato di ogni rendita. La rapida ripresa della funzione caritativa dell’ospedale si legò agli interventi di Papa Eugenio IV (1431-1447), che restaurò gli edifici cadenti e costruì, per le donne ammalate, affidate fino ad allora a infermieri maschi, un altro ospedale retto da suore presso il Camposanto Teutonico.

Nel XV secolo all’ospedale venne anche annesso un brefotrofio, per provvedere a difendere i neonati contro il corrente uso di soppressione e infanticidio.

All’ospedale, la cui perfetta funzionalità fu lodata dallo stesso Lutero, vennero annessi fin dal Medioevo i locali nei quali i frati ospitalieri provvedevano a preparare i farmaci, gli aromata, i vari tipi di elisir, le materie prime per i clisteri, per la cura delle ferite, per la terapia delle piaghe purulente. È proprio questo antico nucleo, in gran parte disperso, a fungere da fondamenta per l’attuale Museo dell’Arte Sanitaria che, pur ricchissimo di remote testimonianze, fu inaugurato soltanto nel 1933 e ideato dai professori Pietro Capparoni e Giovanni Carbonelli, con notevoli contributi del generale Mariano Borgatti. Un museo purtroppo troppo spesso chiuso per mancanza di fondi, che meriterebbe invece un’apertura costante con interessanti visite guidate.

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Attraverso gli oggetti esposti, infatti, è possibile ricostruire una precisa storia documentale soprattutto dell’arte chirurgica, dalla rude strumentazione tardomedioevale fin alle epoche più recenti. Di fronte agli stupefatti occhi dei visitatoi, gli oggetti esposti parlano il singolare linguaggio delle curiosità, simile ad una seicentesca wunderkammer stracolma di oggetti strordinari.

La Sala Flaiani, ad esempio, è un impietoso campionario di mostruosità anatomiche, di quelle deformazioni natali o morbose che costituiscono l’oggetto della teratologia, la disciplina che studia le malformazioni e le anomalie animali e vegetali. Si tratta di preparazioni anatomo-patologiche e di modelli in cera, che risalgono alla seconda metà del XVIII secolo: alterazioni dello scheletro e dei vasi, residui di malattie oggi fortunatamente sparite o rarissime, lesioni delle ossa craniche dovute alle cosiddette gomme sifilitiche.

Sempre nella stessa sala si conserva una raffinata macchina lignea che fungeva da strumento di preparazione e polverizzazione della corteccia di china, il primo potente antimalarico che i Gesuiti avevano importato dalla Cina e del quale detenevano il monopolio.

Una delle altre sale racconta un altro monopolio che accompagna la strana storia delle malattie: si tratta delle cosiddette “terre sigillate”, che svariati ordini religiosi, primi fra tutti i Cavalieri di Malta, cedevano in sacchetti garantiti dal proprio sigillo. Cotali “terre” altro non erano che polveri raccolte in zone che, nella tradizione medioevale, erano esenti da serpenti velenosi e che pertanto erano appositamente utilizzate al fine di curare le morsicature di serpente. Malta aveva questo privilegio poiché, nella narrazione degli Atti degli Apostoli, San Paolo, sbarcato nell’isola e aggredito da una vipera, restò esente dal veleno.

Proprio la vipera era componente essenziale nell’antica preparazione di una medicina universale, la teriaca, della quale il Museo dell’Arte Sanitaria di Roma conserva alcuni notevoli esemplari in grandi vasi (sebbene gli esempi più belli si trovi, grazie al lavoro dei Frati Carmelitani, nella stupenda Farmacia di Santa Maria della Scala in Trastevere.

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Nella Sala Capparoni del museo, i visitatori possono tornare indietro nel tempo, ammirando molti ex voto anatomici etruschi, greci e romani, per comprendere come fin dall’antichità i problemi di salute venissero spesso risolti sul piano della magia e della religione, con ex voto dedicatori offerti alle divinità per ottenere la guarigione di morbi di specifiche parti del corpo, o per ringraziare le divinità per averla ottenuta, in una linea magico-devozionale che è continuata per secoli nella tradizione religiosa di svariati santuari cristiani.

Il Museo mostra svariate simili commistioni fra magia e medicina, come ad esempio una corona ferrea che si metteva sul capo del sofferente di emicrania per alleviare il male o un corno di liocorno che valeva come antidoto universale contro ogni male. Le stesse terapie erano accompagnate, fino al XVI secolo, da formule esorcistiche e “superstizioni” religiose, come ben dimostrato nel Museo dai cosiddetti “brevi”, ossia i sacchetti nei quali venivano messe immaginette sacre ed erbe mediche e che andavano appesi al collo.

Impressionanti sono poi gli oggetti che, nella Sala Carbonelli, documentano usi medico-chirurgici ancora correnti in epoche non molto distanti dalla nostra. Nelle teche si conservano, tra gli altri oggetti, un ceppo che veniva usato per legare gli ammalati ritenuti pazzi ed una serie di strumenti, primitivi e rozzi, che erano usati in ostetricia o per gli aborti terapeutici. Una curiosità notevole è anche una sorta di grande siringa, che, riempita di acqua benedetta, serviva a spruzzare il feto ancora vivo e ottenerne il battesimo, quando vi era rischio di morte imminente.

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Proprio nella stessa Sala Carbonelli è stata ricostruita, con uno sforzo di notevole fedeltà ai modelli originari, un’antica farmacia, contigua ad un’officina alchemica per la trasformazione dei metalli vili in oro. Si spiega, così, la presenza quindi di un calco della cosiddetta Porta Magica dei giardini di Piazza Vittorio Emanuele II, su cui una sequela di segni alchemici e di simboli astrologici conterrebbero il mistero cifrato della pietra filosofale. Dal soffitto di questo laboratorio alchimistico pende un caimano mummificato, che fu spesso usato in antiche terapie, proprio perché alla diversità zoologica erano comunemente attribuite virtù mediche straordinarie.

Un ultimo accenno alla Biblioteca del Museo, che raccoglie ancor oggi oltre diecimila tra opuscoli, libri e manoscritti: un patrimonio eccezionale per la storia dell’arte sanitaria, che si aggiunge a quanto appena raccontato per comporre un museo purtroppo dimenticato e nascosto, quasi inesistente nella corrente topografica dei musei romani, ma certamente meritevole di maggiore risalto.

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