Cristina di Svezia a Roma

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CRISTINA DI SVEZIA A ROMA

Una conversione al cattolicesimo clamorosa condusse a Roma, nel dicembre del 1655, la regina Cristina di Svezia.

Sarà però necessario indagare sui primi ventisette anni di vita di Cristina (fu a quell’età infatti che rinunciò al trono, ricevuto a sei anni dal padre Gustavo Adolfo, il mitico difensore del protestantesimo, morto nella battaglia di Lutzen nel 1632) per comprendere appieno la seconda parte della sua esistenza, e cioè gli oltre trenta anni vissuti prevalentemente a Roma, dal 1655 al giorno della sua morte, il 19 aprile 1689.

INFANZIA E ADOLESCENZA

Possiamo provare a scandagliare la vita travagliata di questa celebre donna partendo proprio dall’autobiografia incompiuta di Cristina di Svezia: “Nacqui coperta di peli dalla testa ai ginocchi. Ero tutta pelosa, avevo la voce bassa e forte, il che fece supporre alle donne assistenti al parto che fossi maschio. Inondarono tutto il palazzo di una gioia fallace che per qualche minuto ingannò lo stesso re…”.

Prosegue scendendo ancor più nel dettaglio della propria infanzia: “Il re aveva dato ordine che mi fosse impartita una educazione virile. Dichiarò tassativamente di non volere che mi fosse ispirata nessuna delle virtù del mio sesso, all’infuori della modestia e dell’onestà. Voleva che, in tutto il resto, fossi un principe, e che mi fosse insegnato tutto ciò che un giovane uomo deve sapere. I suoi disegni coincidevano meravigliosamente con le mie inclinazioni, poiché tutto ciò che le donne dicono e fanno ha sempre suscitato la mia antipatia. Inoltre ebbi un’incapacità insuperabile per tutti i lavori femminili. Non si riuscì mai a farmeli imparare”.

Le quattordici ore quotidiane di studio (filosofia, latino, teologia, tedesco, francese, strategia militare) e di diverse esercitazioni pratiche, dall’uso delle armi all’equitazione, sembrarono all’adolescente Cristina un evidente segno di riconoscimento del proprio status privilegiato, rispetto a quello che la stessa Cristina considerava “il popolo miserando delle donne”, posto in una evidente condizione di inferiorità che, d’altronde, la religione luterana rigorosamente confermava.

Da questo terreno, in tal modo seminato, germoglierà quel sentimento di indipendenza e ribellione che porterà successivamente alla conversione al cattolicesimo di Cristina di Svezia. Questo metaforico albero nacque e crebbe alimentato dal disprezzo del proprio sesso e di se stessa, che le si era installato nell’animo proprio a partire dalla rivelazione crudele di quella sua nascita villosa e mostruosa, quasi fosse un mostriciattolo pieno di peli. Da ciò nacque una vera e propria mancanza di carità verso se stessa: spesso fu proprio la stessa Cristina ad alimentare le voci circa una sua “difforme” natura ed un’identità sessuale controversa, come raccontano le cronache popolari parlando di quando, rovesciatasi la carrozza reale in un fosso nella campagna romana, Cristina finì a gambe all’aria urlando agli spettatori attoniti di “venire a verificare come la vostra regina sia un ermafrodito”.

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Questo suo conflitto interiore, psicologico e sessuale, Cristina credette di risolverlo con la conversione al cattolicesimo. Cercava una religione più tollerante, tant’è vero che i Gesuiti (come ad esempio il portoghese Antonio Macedo o il matematico Paolo Casati), inviati alla corte di Svezia sotto mentite spoglie dal cardinale Fabio Chigi (il futuro Papa Alessandro VII) affinchè persuadessero la regina della superiorità di Santa Romana Chiesa, ebbero il cammino spianato dalla stessa Cristina.

L’accanimento con cui poneva loro domande sulla morale sessuale cattolica (“Il peccato della carne è davvero il più grave? L’atto solitario è da condannare sempre?”) mostrava chiaramente quale fosse uno dei pensieri fissi della regina, che spesso si lasciava andare ad amori molteplici e contemporanei, che le malelingue dell’epoca definivano sia maschili che femminili, con nobili aristocrativi e dame di compagnia. L’esperto Gesuita Paolo Casati la rassicurava continuamente, affermando che la Chiesa Cattolica alleggerisse i rimorsi attraverso il benefico e pio strumento della penitenza, al contrario delle fede luterana che, per di più, condannava Cristina anche per la sua inclinazione al lusso e al dispendio, nonché per il gusto delle sontuose cerimonie e per l’idea di mantenere a corte uomini di cultura come Cartesio.

Lacerata dal suo dilemma interiore (la principessa Murat, tre secoli dopo, la definì “la regina androgina”) e costretta fin dal compimento del suo settimo compleanno a seguire la rigida etichetta regale, Cristina di Svezia imboccò la strada della conversione-abdicazione, anche se scelse di mantenere segreta la prima fino a quando non ebbe contrattato nel dettaglio le condizioni economiche della seconda. Quel che è certo è che Cristina, pur avendo abdicato al trono il 6 giugno del 1654 per diventare cattolica, mantenne poi spesso un comportamento oltraggioso nei confronti di quella fede che aveva pagato così a caro prezzo, quasi che schernendone i riti potesse in qualche modo placare il proprio rimorso nell’aver tradito la fede della propria famiglia e specificamente di suo padre, quel Gustavo Adolfo di cui si sarebbe sempre sentita orfana.

LA FASTOSA ACCOGLIENZA

Tutte queste contraddizioni vennero riversate, in modo talvolta doloroso ed irriverente, sullo sfolgorante palcoscenico barocco della Roma papalina, nella seconda metà del XVII secolo.

Le accoglienze riservate alla “grande convertita” (che Papa Alessandro VII voleva trasformare in un esempio ed in un modello per ricondurre al cattolicesimo le popolazioni del Nord-Europa) furono straordinarie: due cerimonie, nel 1655, condussero Cristina nel cuore di Roma, attraverso un rutilare e sfavillare di cortei cardinalizi, omaggi di principi della più antica nobiltà capitolina, ricevimenti al Ninfeo di Villa Giulia, banchetti e discorsi a Piazza del Popolo, trombe e fanfare, con duemila soldati del Papa appostati per la città ad osservare lei intenta a cavalcare il destriero offertogli in dono da Alessandro VII, con l’ausilio di un cocchio dalle finiture d’argento cesellate dal Bernini.

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La giornata del 23 dicembre, quella che la vede per la prima volta in San Pietro, si conclude con una festa a Palazzo Farnese, la cui facciata troppo severa viene per l’occasione ricoperta da un’altra, più sfarzosa e “barocca”, dipinta dallo stesso Bernini.

È in realtà il 25 dicembre, ossia il giorno di Natale, che avviene qualcosa che farà scattare in Cristina una sorta di risentimento: viene infatti invitata a fare colazione col Papa in Quirinale, ma viene costretta a sedersi ad una tavola posta accanto a quella di Alessandro VII e di un gradino più bassa, per segnalare la sua inferiorità di donna. Sarà forse a causa di questo evento che, nonostante i preziosi regali che il pontefice le fa pervenire, presto Cristina ne mette a dura prova la pazienza con le sue esibite sguaiataggini: ad un certo punto, dopo una messa in San Giovanni in Laterano disturbata dalle sonore risate e chiacchiere della ex regina, Alessandro VII ritiene opportuno regalarle un semplice rosario di legno, ammonendola con la frase: “Per imparare la semplicità non è mai troppo presto”.

IL PRIMO SOGGIORNO ROMANO

Sempre sul filo delle contraddizioni si dipanano i tre tumultuosi soggiorni romani di colei che comunque viene già soprannominata dal popolo “la padrona di Roma”.

Il primo ha un inizio davvero regale a Palazzo Farnese, dove Cristina è ospite di Ranuccio II di Parma, che per onorarla fa scolpire lo stemma dell’ex regina sulla facciata. Intanto la nobiltà romana fa a gara per festeggiare e gratificare l’eccellente convertita: i Pamphili, gli Orsini, i Barberini, i Pallavicini ed ovviamente i Chigi, parenti del Papa, la inondano di libri preziosi, opere d’arte, cavalli e carrozze, vino e cibi costosi. Le malelingue affermano che il vecchio cardinale Colonna si innamori perdutamente di lei, a dispetto della sua certo non scintillante bellezza fisica, e la copra di gemme, tra le quali uno smeraldo enorme del valore di quindicimila ducati.

Le collezioni preziose che già Cristina aveva raccolto in Svezia si accrescono di eccezionali contributi: dal Tintoretto al Veronese, da Tiziano al Caravaggio, oltre a manoscritti rarissimi ed antiche monete. I mercoledì culturali dell’ex regina la piazzano al centro della vita mondana, letteraria ed artistica di Roma: nel pieno dei suoi trent’anni, eretta su una poltrona sopraelevata assai somigliante a un trono, circondata da luogotenenti e uomini d’arme, Cristina di Svezia ascolta “con le narici frementi, lo sguardo dolce, le labbra dischiuse” (così raccontano letteralmente i suoi contemporanei) i castrati napoletani che eseguono infinite variazioni su un’aria di Francesco Cavalli.

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A tanto splendore, però, corrisponde il rovescio della medaglia. Dopo alcuni mesi, Palazzo Farnese diventa, secondo i cronisti dell’epoca, “un’autentica spelonca di ladri”, a causa delle azioni compiute proprio dai luogotenenti di Cristina, che installano sale da gioco e bische clandestine nei locali al pianterreno del palazzo, progettando di utilizzarne le stanze di servizio per prostituirvi ricercatissimi castrati. In aggiunta a ciò, come raccontano i pettegolezzi dell’epoca, i cuochi rivendono le pentole di rame dell’immensa cucina, le cameriere staccano le tende dorate ed i palafrenieri smontano le carrozze per rivenderle pezzo a pezzo ai rigattieri.

Non è però questo a far interrompere questo primo soggiorno, quanto le cannonate sparate contro Villa Medici (una delle palle decorerebbe ancor oggi la fontana natistante, visibile in foto), secondo alcuni per punire un amante troppo pavido, secondo altri perché invisa all’ex regina in quanto sede del “partito spagnolo” dei cardinali del Sacro Collegio. In questa occasione, il cardinale Decio Azzolini, di cui Cristina si è innamorata perdutamente, adopera tutto il suo fascino e la sua prudenza per indurla a partire con il suo seguito su quattro galere messe a sua disposizione dall’allarmato pontefice.

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IL SECONDO SOGGIORNO ROMANO

L’indomabile Cristina ritorna a Roma, per la seconda volta, alla metà di maggio del 1658. Il secondo periodo del suo soggiorno romano è segnato dal sorgere e consolidarsi dell’unico vero grande amore della sua vita: quello per il cardinale Azzolini, che si trasformerà poi, col trascorrere degli anni, nell’unica solidale amicizia su cui l’ex regina abbia mai potuto contare. Di tre anni maggiore di lei, il cardinale marchigiano era un bellissimo uomo, esperto diplomatico, collezionista illuminato, poeta e musicista, con la fama di “dandy” ante litteram. Sapeva bene di piacere, e se ne approfittava: secondo le cronache dell’epoca, oggetto delle galanterie del cardinale erano stati fino ad allora alcuni castrati della Cappella Sistina, due pescivendole di Trastevere, un bel manipolo di dame e cortigiane e persino un paio di guardie svizzere. Come intuibile, i gusti del cardinale erano egualitari e non discriminatori, né per sesso né per ceto sociale.

Il cardinale Azzolini seppe conquistare Cristina con la sua perizia, essendone assai valido consigliere, riordinandone le disastrate finanze, affiancandole amministratori onesti ed integerrimi, e rispondendo sempre con grazia alle infiammate lettere di lei: “Voi avete ogni potere su di me. Approverò sempre ciò che fate e che mi dite. Io non sono né di marmo né di acciaio, e voi sareste terribilmente crudele a credere cambiati i miei sentimenti verso di voi”.

IL TERZO SOGGIORNO ROMANO

Dopo un secondo esilio, Cristina torna a Roma una terza volta, per risiedervi definitivamente, dopo la definitiva separazione dal cardinal Azzolini, dal 1669 fino alla morte.

È il periodo centrale del suo regno romano, finalmente installato nel Palazzo Riario (oggi Corsini) alla Lungara, l’unico nel cuore di Roma che può vantare un parco lussureggiante colmo di piante rare (sede attuale dell’Orto Botanico), che sale da Trastevere fino al Gianicolo. È infatti in questo parco che Cristina si gioca come carta vincente nella competizione con l’altra “regina di Roma”, più giovane, più ricca ed infinitamente più bella di lei: Maria Mancini, nipote del cardinal Mazzarino, amante di Luigi XIV e moglie irrequieta e seducente del principe Colonna.

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Ormai, però, Cristina di Svezia sembra aver abbandonato il gusto per le sfide mondane e le sue velleità politiche, preferendo lasciarsi conquistare dalla passione per il sapere che già aveva segnato ardentemente la sua adolescenza. Torna così a Platone ed al sogno di creare un’Accademia Platonica che già aveva accarezzato quando era regina di Svezia, e di cui Cartesio aveva steso per lei, pochi giorni prima di morire, lo Statuto. Già a Palazzo Farnese, Cristina aveva allestito una sorta di “prova generale” di tale accademia, indicendo una serie di sessioni filosofiche in cui, dopo le composizioni d’obbligo in onore del Papa, si affrontavano svariati argomenti.

È però solo nel 1674, a Palazzo Riario, che nasce l’autentica Accademia Reale: tra i fondatori ci sono monsignor Angelo della Noce, arcivescovo di Rossano, padre Nicolò Pallavicini, esperto in eloquenza, lo scrittore e filosofo principe Stefano Pignatelli, nonché molti filosofi e poeti.

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È solo un anno dopo la morte di Cristina che nasce l’Accademia dell’Arcadia, che dovrebbe giustamente considerarsi erede e conseguenza diretta del suo sogno, sebbene non nominalmente fondata da lei. Proprio questa Accademia cancella, seppur solo in parte, gli ultimi mesi di vita di Cristina di Svezia, in cui il duplice atteggiamento della ex regina verso le donne detona con gran fragore: nel suo continuo dicotomico rapporto di amore e odio verso il gentil sesso, il sentimento di Cristina si accende un’ultima volta per la bella cantante Angelica, rifugiatasi sotto la sua protezione a Palazzo Riario. Secondo alcuni studiosi, è proprio il tentato stupro della giovane cantante da parte del cardinal Vanini a portare Cristina, già gravemente malata, alla morte il 19 aprile 1689.

Il testamento, in cui Cristina nomina il cardinale Azzolini suo erede universale, racconta di un animo certamente più generoso di quanto la storia in vita non abbia raccontato: vi si legge la raccomandazione al cardinale delle “povere rifugiate”, nonché l’assunzione a proprio carico delle settantacinque artiste del teatro Tor di Nona, da lei creato, e che rimasero disoccupate da un giorno all’altro a causa di un editto pontificio che tornava a vietare alle donne di esibirsi in un palcoscenico. Un ultimo atto di ribellione nei confronti di un Papa e di una religione che Cristina abbracciò con la sua celebre conversione, ma alla quale intimamente non si abbandonò mai del tutto.

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