Marozia

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MAROZIA

Spesso, parlando dei “secoli bui” del Medioevo, ci si sofferma anche e soprattutto sulla difficile condizione della donna in quei secoli. Ora, trascurando il fatto che prima e dopo di allora lo status femminile non fosse chissà quanto profondamente diverso e felice, con tale asserzione non si considera il fatto che proprio nel Medioevo rifulgono nomi di donne che, in parte per le circostanze ma anche e soprattutto per la loro stessa natura, furono in grado di affermare il proprio (spesso dispotico) volere e di imporre “virilmente” la propria ambizione agli uomini che le circondavano.

Fra queste, nella vita dell’Urbe, si distinse Marozia, la figlia di Teofilatto, aristocratico del X secolo, magister militum e senatore romano, che in quella fase storica fu letteralmente il dominatore della politica e dell’economia cittadina. Marozia, nata probabilmente fra l’890 e l’891, appare alla critica odierna come una delle più complesse figure politiche di quell’epoca, che vantava altri maestosi esponenti del gentil sesso come l’imperatrice Adelaide (consorte di Ottone I) e Teofane (moglie di Ottone II).

Marozia divenne celebre anzitutto per i suoi tre consecutivi matrimoni, il più importante dei quali fu certamente il primo, contratto con Alberico di Spoleto e volto a stringere un’indissolubile alleanza fra la casata spoletana e quella romana. Conseguenza di tale legame nuziale fu l’ingresso a Roma, nel 904, di Papa Sergio III, in precedenza eletto al soglio pontificio, poi cacciato ed ora riammesso nella Città Eterna solo in quanto alleato del suddetto Alberico.

Da questo matrimonio Marozia ebbe cinque figli: Alberico II, Costantino, Sergio (che divenne vescovo di Nepi), una figlia che le fonti citano con nome incerto (forse Berta) ed infine Giovanni, poi divenuto Papa col nome di Giovanni XI, contro cui si scagliò Liutprando attribuendone la paternità a Sergio III che, sotto gli occhi di Alberico di Spoleto, avrebbe intrattenuto una vergognosa tresca con l’intraprendente Marozia.

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Sugli amori illeciti di Marozia si è sempre molto discusso, e ci sono stati alcuni studiosi che hanno cercato di “edulcorarne il peccato”, basandosi sul fatto che le nozze della figlia di Teofilatto con Alberico I vennero in realtà celebrate proprio da Papa Sergio III, ossia colui che secondo le malelingue le avrebbe infangate. Certo che, sebbene nessuno sia ovviamente in grado di dare in proposito una versione definitiva, la tradizione era già all’epoca molto consolidata; nella migliore delle ipotesi, e solo per rispettare il buon nome di Alberico, possiamo provare ad immaginare che il legame fra Marozia e Sergio II possa essere sorto solo dopo la morte di Alberico, che avvenne nel 924.

In ogni caso, quel che è chiaro è che, dopo il decesso del suo consorte, la già potente Marozia volle consolidare ancor più il proprio sposando nel 927 il marchese di Toscana Guido, da cui nacquero altri figli.

Con la morte di Papa Sergio III e l’elezione al soglio pontificio di Giovanni X, la Chiesa rinvigorì la propria vena politica, rinnovando l’intesa con Bisanzio e sconfiggendo sul fiume Garigliano i Saraceni, da tempo pericolosamente annidatisi presso le foci del corso d’acqua. Fu proprio dopo la morte di Teofilatto che il Papa, convinto della propria autorità, ritenne di poter effettuare una politica “personalistica” che prescindesse dagli interessi dei nobili romani e della stessa Marozia; a tal proposito, egli scelse quindi di stringere un’alleanza con il fratello del marchese Guido, Ugo di Provenza, uomo ardito e privo di scrupoli, candidato alla successione imperiale. Nacque da qui un violento conflitto, nel quale le milizie toscane trovarono un punto di riferimento nell’aristocrazia romana e specificamente proprio in Marozia, che si trovò inaspettatamente a diventare l’anima stessa della rivolta.

Prima ed illustre vittima della violenza sarà Pietro, fratello e sostenitore di Papa Giovanni X, ucciso in Laterano sotto gli occhi attoniti del Pontefice, destinato a sua volta ad essere imprigionato e assassinato (soffocato con un cuscino) con la connivenza e la copertura della stessa Marozia, divenuta in breve tempo la dominatrice incontrastata della politica cittadina, fredda oppositrice della politica papale e contraria al rafforzamento del Regno italico.

Per usare le parole dello scrittore Benedetto di Sant’Andrea del Soratte, che fu testimone degli eventi appena descritti, “con la morte del Papa Roma cadde in manu feminae”. L’ambiziosa Marozia collocò infatti sul soglio di Pietro dapprima Papa Leone VI (928-929), quindi Papa Stefano VII (929-931) ed infine persino il proprio figlio Giovanni XI (931-936), che non era solo probabile frutto degli illeciti amori con Papa Sergio II, ma che i cronisti medievali definirono “amministratore senza alcuna energia e privo di ogni apprezzabile dote”.

Marozia, nel frattempo, scatenò ancor più la propria sete di potere con una serie di intrighi amorosi degni di una telenovela. Rimasta vedova per la seconda volta, in seguito alla morte del marchese di Toscana, ella concesse infatti la sua mano al precedentemente contrastato re Ugo di Provenza, rimasto anch’egli vedovo nello stesso periodo. Il nuovo legame di Marozia non nasceva certamente sotto buoni auspici, anche in conseguenza del fatto che Guido e Ugo fossero stati fratelli: la nuova unione era infatti vietata dal diritto canonico, essendo considerata alla stregua di un rapporto incestuoso. Marozia tuttavia non si arrese e, pur di arrampicarsi socialmente fino al ruolo di probabile Imperatrice, fece astutamente circolare per Roma la voce che Guido e Ugo fossero stati “fratres suppositicii”, cioè falsamente considerati entrambi come figli di Adalberto II di Toscana, da cui in realtà la consorte Berta non avrebbe avuto eredi.

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A dispetto del tentativo di Marozia, la morale romana dell’epoca respinse comunque quel legame, suggellato quasi in aperto disprezzo di ogni legge divina ed umana. Fu un grave errore strategico, che mise Marozia in una posizione assai critica nell’ambito delle proprie alleanze e nell’occhio del ciclone dei cittadini dell’Urbe. Esaminando oggi a mente fredda tale scelta, essa appare la decisione di una mente un po’ obnubilata, che in pochi mesi si alienò le simpatie dei Romani, delle casate nobiliari, del figlio Giovanni XI e soprattutto dell’altro rampollo Alberico II il quale, convinto che il terzo matrimonio della madre stesse segnando la rovina completa della propria famiglia, scelse di agire in modo decisamente violento.

In occasione della ricorrenza nuziale, celebrata nel 932 con incredibile fasto in quel Castel Sant’Angelo che nel frattempo era divenuto la residenza di Marozia, Alberico II indusse alla ribellione i Romani, che ebbero presto ragione con le armi del piccolo drappello di avversari posti al servizio del sovrano provenzale. A quel punto, la vicenda diventa quasi leggendaria, con svariate versioni a sovrapporsi: secondo alcuni cronisti, Ugo di Provenza schiaffeggiò Alberico II colpevole di essersi rifiutato di porgergli l’acqua profumata prima del banchetto, mentre secondo altri si arrivò addirittura ad un tentativo di accecamento, per liberarsi di un personaggio scomodo e di un possibile pericoloso erede.

Qualsiasi fu l’affronto ricevuto, svariati cronisti sono concordi nel citare il discorso pronunciato a quel punto da Alberico II: “La dignità della città di Roma è stata portata a tal grado di stoltezza, da prestare obbedienza al governo delle meretrici. Cosa vi è infatti di più vergognoso e scandaloso se non che proprio per l’incesto di una donna ceda in rovina l’intera cittadinanza romana? Cosa c’è di più turpe se non che quelli un giorno schiavi dei Romani, ossia i Borgognoni, comandino su Roma? E se Ugo ha colpito me che sono suo figliastro, subito dopo averlo accolto come ospite, come si comporterà nei vostri riguardi con l’andar del tempo? Forse non conoscete la voracità e la superbia dei Borgognoni?”. ,

Subito dopo queste parole, le campane delle chiese cittadine iniziarono a suonare a stormo: i Romani presero le armi, levando grida di guerra, ed assalirono Castel Sant’Angelo sbarrando le porte dell’Urbe ai Borgognoni. Per Marozia fu una grave sconfitta, che dimostrò come ella avesse ormai perduto il senso politico che l’aveva accompagnata all’inizio della sua carriera. Abbacinata dalla sete di potere, Marozia giunse a sfidare i familiari e gli antichi alleati.

La rivoluzione scoppiò come un fuoco improvviso e Ugo, vista la malaparata, fuggì dal Castello in modo decisamente disonorevole, calandosi dagli spalti con una corda e abbandonando la consorte che, dimenticata da tutti e in particolare dal figlio Alberico II, finì prigioniera esattamente così come avvenne alla sua illustre vittima precedente, ossia Papa Giovanni X.

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Da questo punto della trama, le tracce di Marozia diventano assai flebili. Forse visse in detenzione, vigilata del potente figlio per cinque anni, fra il 932 e il 937, anno in cui sicuramente ella risultò morta, poco più che quarantenne. Fallì così completamente il disegno della nobile figlia di Teofilatto che, sposando prima Guido e poi Ugo, mirò non solo a cingere la corona regale ma anche ad impossessarsi della penisola italiana e a diventare imperatrice. Il suo piano era davvero imponente e forse, se esso fosse stato sorretto da una mente politica più sottile e meno rozza, avrebbe anche avuto qualche chance di riuscita: quello che Marozia non comprese fu che i Romani non l’avrebbero mai lasciata libera di servirsi della loro Città Eterna per interessi politici a cui erano nel migliore dei casi disinteressati, e nel peggiore avversi.

L’altro grande difetto, nella strategia di Marozia, fu che ella pensò di poter contare su un Pontefice di grande forza, dettaglio che invece si rivelò fallace. Il figlio infatti, ossia Papa Giovanni XI, all’inizio la sostenne ma poi, una volta compreso il fallimento della strategia materna, la abbandonò al suo destino, cercando di non venire allontanato dalla guida della Chiesa, cosa che invece puntualmente avvenne con il fratello Alberico II che rimase così arbitro incontrastato della politica romana.

L’altro sostegno venuto meno a Marozia fu l’alleanza con Costantinopoli, da lei cercata proprio per essere più libera di portare avanti quella sua politica occidentale che sperò inutilmente di realizzare favorendo l’elezione del figlio, Romano Lecapeno, addirittura a patriarca di Costantinopoli.

Fu invece proprio Alberico, forte di una più solida consapevolezza politica, a conquistare durevolmente Roma e a riuscire pertanto laddove la sventurata genitrice fallì miseramente. Forse, più che per la sua “pornocrazia”, Marozia avrebbe meritato di essere conosciuta per il suo clamoroso tentativo di conquista del potere, desideroso di trasformare di nuovo l’Urbe nel centro dell’Occidente e nel perno della politica imperiale.

La sua condotta lasciva, invece, fu la misura della travagliata coscienza morale e politica dei tempi medievali, che lasciò Roma immersa ancora per un po’ nella coltre di una notte lugubre e profonda.

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