I terremoti di Roma

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I TERREMOTI DI ROMA

Alle due di notte del 14 gennaio 1703 i cittadini romani si svegliarono di soprassalto, mentre tremendi tonfi e grida di terrore scuotevano la città. La gente scese per strada terrorizzata, con alcuni che lamentavano l’arrivo della fine del mondo: in realtà, si trattò soltanto di un terremoto, ma fu uno dei più violenti che colpirono Roma nella lunghissima storia della Città Eterna.

Due giorni dopo, mentre si stavano contando le vittime a migliaia e si iniziavano a controllare i danni, ecco un nuovo sciame sismico, con nuove scosse ancora più violente. L’ultima scossa avvenne il 3 febbraio, fino ad una calma che parve ai cittadini romani solo come la quiete prima di un’ulteriore tempesta, che si verificò in realtà solo nel 1712 attraverso un altro, seppur assai più debole, scossone tellurico.

Quello del 1703 viene ricordato ancora oggi non solo come uno dei terremoti più disastrosi per la città di Roma, ma anche come uno degli eventi sismici più importanti dell’Italia centrale. Come era già avvenuto in precedenza, a farne le spese furono soprattutto le casupole dei quartieri popolari, ma ovviamente si accertarono gravi danni anche ai monumenti, in particolare a quelli dell’Antica Roma, con segni sul Colosseo e sugli acquedotti e con il crollo di alcune colonne del Foro Romano.

Ora, se è vero che gli edifici dell’Antica Roma subirono danni gravi e talvolta irreparabili da questo terremoto, così come avvenuto in casi talvolta ancora più eclatanti anche da eventi sismici passati, c’è da precisare per amore di obiettività che fu proprio il terremoto del 1703 a favorire l’asportazione di un corposo quantitativo di blocchi marmorei che servirono ad Alessandro Specchi per l’edificazione del Porto di Ripetta (oggi scomparso per la costruzione dei muraglioni sul Tevere).

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I TERREMOTI NELLA ROMA ANTICA

Lo studio della storia della sismicità di Roma risulta di particolare interesse per l’importante funzione svolta dalla città nel corso di oltre due millenni, ma soprattutto per la considerevole concentrazione dei monumenti imperiali presenti nella sua area urbana.

Erano gli Annales dei Pontefici, utilizzati dagli storiografi latini maggiormente interessati alla registrazione dei prodigi, a riferire il susseguirsi delle calamità, ma le date dei sismi non possono essere considerate precise alla singola giornata, poiché negli Annales si tendeva a raggruppare per analogia gli avvenimenti che si addicevano a determinati momenti storici, seguendo gli interessi dei vari gruppi politici o religiosi.

Nell’Antica Roma, il fenomeno della sismicità era legato alla procuratio prodigiorum, la pratica religiosa con cui si cercava di interpretare gli eventi naturali come se fossero veri e propri avvertimenti divini. Nella cultura romana, la sensibilità riguardo ai sommovimenti tellurici discendeva, così come altre arti divinatorie (legate ad auguri, aruspici o fulguratores), dalla cosiddetta Disciplina Etrusca, l’insieme di riti e prescrizioni che i Romani consideravano alla base dell’agrimensura e delle divisioni territoriali.

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Spesso i divinatori ritenevano che il terremoto comparisse, così come avveniva in generale per i prodigi più temibili, nei momenti di particolare instabilità dell’assetto politico-sociale, come guerre, crisi, rivolte o invasioni barbariche, ma si credeva anche che particolari periodi dell’anno fossero particolarmente soggetti all’attività sismica: Seneca, ad esempio, affermava che anticamente i Maiores romani credevano che i mesi invernali non presentassero particolari pericoli sismici, mentre la tradizione voleva la sismicità più frequente nel mese di maggio.

Lo sviluppo della scienza ellenistica cominciò a cambiare la percezione della sismicità a Roma a partire dal I secolo a.C.: mentre la dottrina della procuratio prodigiorum continuò ad influenzare i resoconti annalistici, la geografia e la scienza ellenistica determinarono un progressivo mutamento nella mentalità e nelle reazioni rispetto agli eventi sismici.

GLI STUDI DI PIRRO LIGORIO

Nel Rinascimento, però, la visione quasi eroica basata sull’esaltazione del mito della Roma Antica influenzò l’immagine di resistenza e di grandiosità degli antichi edifici superstiti, specificamente in relazione alla resistenza antisismica di questi ultimi: tanto per intendersi, il grande architetto Pirro Ligorio riteneva (erroneamente) che Roma fosse situata in una zona molto sismica, per cui la conservazione dei monumenti antichi veniva da lui spiegata, nel suo Libro sulle antichità di Roma, esaltando la presenza di particolari accorgimenti tecnici, in grado di affievolire le dannose conseguenze dei terremoti.

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Pirro Ligorio attribuiva all’architettura romana il pregio di una particolare attenzione alla previdenza costruttiva, da lui ritenuta esemplare per razionalità ed efficacia, in un’aura di ammirazione e di idealizzazione dei modelli antichi basata anche sulle conoscenze imprecise sulla sismicità: Ligorio riteneva che il terreno su cui poggiava Roma fosse molto adatto a sostenere gli edifici, non essendo “inghiottibile” (cito letteralmente) dai terremoti. Benché sismica, quindi, la Città Eterna non apparteneva quindi a quei “luoghi infami invasi dal mare”, sprofondati o squarciati dai terremoti, di cui la storia antica aveva tramandato cupi ricordi.

Roma aggiungeva inoltre, alla naturale solidità del sottosuolo, un vantaggio creato dall’ingegnosità umana: essa era infatti, sempre secondo Pirro Ligorio, “un luogo pieno di spiracoli”, cioè di cloache e di gallerie, alcune utilizzate per servizi igienici urbani, altre appositamente costruite per mitigare gli effetti tellurici. La presenza di questo sottosuolo cavo sotto la città era, a detta del celebre architetto, un elemento in grado di integrarsi positivamente con le forze che determinano il terremoto. Del resto, aggiungeva Ligorio, “l’uso di scavare i pozzi con funzione di sfiatatoi era stato teorizzato da Plinio”, secondo cui le città che disponevano di molti pozzi avevano sempre sofferto meno danni; per questo, “i giudiziosi architetti romani tenendo conto di tali accidenti hanno fatto i pozzi più spessi e profondi”.

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Un aspetto curioso di queste considerazioni sta nell’affermazione di Ligorio di aver visto di persona tali rimedi: egli asseriva di averli osservati nel Pantheon, negli edifici situati fra questo e le Terme di Agrippa ed in numerosi scavi condotti nei dintorni di Roma. Da esperto architetto e costruttore, Ligorio evidenziava anche l’efficacia di alcune pratiche usate dai romani nella ricostruzione di edifici danneggiati dai terremoti: i muri parzialmente crollati non venivano infatti interamente demoliti, ma integrati dalle parti danneggiate, aggiungendo quelle mancanti o costruendo lateralmente altri muri.

LA SISMICITA’ DI ROMA

Oggi, in realtà, si può scientificamente affermare che la sismicità di Roma sia piuttosto modesta e che altre siano state le ragioni della conservazione o, all’opposto, della distruzione dei monumenti romani. La convinzione, all’epoca di Ligorio assai comune, che l’Urbe fosse stata colpita nei secoli da una gran quantità di eventi sismici è spiegabile tenendo conto della diffusione di informazioni imprecise, riguardanti soprattutto le aree in cui si erano propagati i terremoti, che rispetto a Roma erano spesso piuttosto lontane.

Le informazioni sismiche relative a Roma presentano caratteristiche particolari: per meglio valutarle è necessario tenere in considerazione alcuni aspetti principali:

– l’esistenza di un’attività sismica locale, non elevata né frequente, e tuttavia non trascurabile, avendo raggiunto in qualche occasione un’intensità fino al VI grado della scala macrosismica Mercalli;

– il risentimento dell’attività sismica dovuta a centri esterni alla zona di Roma, con i risentimenti più forti aventi origine nell’Appennino Centrale (in particolare umbro e abruzzese) che, seppure raramente, hanno interessato la città con intensità del VII grado della scala Mercalli. MCS. Più frequenti (ma anche decisamente più leggeri) sono, invece, gli effetti dovuti a terremoti con origine nei Colli Albani;

– la difficoltà e spesso l’impossibilità di discernere fra i risentimenti dovuti ai terremoti locali da quelli provenienti da centri sismici lontani. Le fonti storiche, infatti, pur descrivendo gli effetti verificatisi a Roma, non specificavano quasi mai quali fossero stati gli epicentri delle scosse, tanto da creare una sorta di “caos primordiale” nel cercare di localizzare l’origine di eventi sismici sviluppatisi in altri luoghi e percepiti a Roma.

LA CRONOLOGIA DEI TERREMOTI DI ROMA

Il più antico terremoto che si conosca per il mondo romano dovrebbe essere quello riferito al 461 a.C., che viene riportato da due storici diversi, ossia Livio e Dionigi di Alicarnasso.

Nel 192 a.C. poi, nell’arco di trentotto giorni, Roma venne investita da numerose scosse che però, a dispetto della notevole lunghezza del periodo sismico, non provocò molti danni all’Urbe. Nel parlare di questo evento, infatti, Livio riferì solo due grandi paure, la prima causata dai continui sussulti del suolo e la seconda da un incendio scaturitosi in seguito ad una delle scosse. A parte il panico, insomma, non si verificarono che modeste difficoltà allo svolgimento della vita quotidiana.

Al termine dell’Era Repubblicana, si verificarono a Roma almeno due terremoti di considerevole entità, il primo verificatosi nell’83 a.C. e ricordato anche da Appiano che certidicò il crollo di molti templi, il secondo accaduto fra il 72 e il 70 a.C. e riferito da Flegonte di Tralles, storico vissuto all’epoca di Adriano.

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Al tempo della Roma Imperiale, si aggiungono nuovi terremoti alla storia sismica della Città Eterna: Tacito riferì che, nel 51 d.C., un terremoto fece crollare alcune abitazioni provocando qualche vittima soprattutto a causa del panico diffusosi tra la popolazione, mentre sorprendentemente nessuna fonte storica o letteraria accenna ad eventi sismici dannosi per Roma tra il II ed il IV secolo d.C.

Si arriva così all’anno 443 d.C., citato in alcune epigrafi proprio in connessione con un violento terremoto che provocò un crollo parziale della Basilica di San Paolo Fuori le Mura. La stessa basilica dovette essere radicalmente ristrutturata in seguito al sisma del 29 aprile 801, che provocò nuovi e più vasti danni alla struttura della chiesa.

Leggendario il presunto terremoto dell’896, a cui alcuni archeologi attribuirono il parziale crollo delle chiese di San Giovanni in Laterano e dei Santi Nereo e Achilleo: la tradizione lo collega al cosiddetto Sinodo del Cadavere quando, su decisione di Papa Stefano VI, il corpo del precedente pontefice Formoso fu riesumato, sottoposto a un macabro interrogatorio e quindi ad esecuzione postuma dopo essere stato formalmente giudicato colpevole. La vendetta divina si sarebbe scatenata quindi sulla Città Eterna a causa dell’atto sacrilego, colpendo l’Urbe con le scosse telluriche.

Se dal X al XIII secolo non si hanno notizie di terremoti particolarmente distruttivi a Roma, tutto cambiò nel settembre 1349 quando un devastante evento sismico, avente il proprio epicentro nell’Appennino Centrale, devastò gran parte della città, comportando fra le altre cose il crollo del campanile della Basilica di San Paolo e della Torre dei Conti, di cui ancor oggi resta solo un moncone. Allo stesso Francesco Petrarca, presente a Roma per il Giubileo del 1350, la città appariva prostrata: “Roma è stata scossa da un insolito tremore, tanto violentemente che dalla sua fondazione, che risale ad oltre duemila anni fa, non è mai accaduto nulla di simile”.

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Tra gli anni 1350 e 1702 Roma vive un periodo di relativa tranquillità sismica: vennero registrate solamente due scosse di origine locale e quattro provenienti dall’Appennino umbro-abruzzese.

Dopo il già citato terremoto del 1703, il secondo sisma dell’epoca moderna colpì Roma il 22 marzo 1812, provocando gravi danni alle abitazioni e ai monumenti, ma con un numero meno ampio di vittime. Secondo i sismologi, questo dovrebbe essere considerato l’unico evento sismico di sicura origine locale.

L’unico vero evento sismico del XX secolo dalle conseguenze rilevanti nell’area urbana di Roma fu il terremoto abruzzese del 13 gennaio 1915, che risultò catastrofico nel Fucino e che colpì con gravissimi danni una vasta area dell’Italia centrale: a Roma, tutti i rioni centrali ne furono danneggiati, seppure in varia misura.

Dalle ricerche condotte sui terremoti storici che hanno prodotto a Roma effetti sulle costruzioni risulta quindi una sismicità sostanzialmente modesta, non avendo i terremoti, fatta eccezione per l’ancora oscuro grande terremoto del 1349, causato crolli e danni tanto estesi da ledere in modo significativo il patrimonio monumentale e abitativo, come è invece accaduto in tanti altri centri storici italiani. È da considerare però che la grande estensione dell’area urbana di Roma e la sua lunga storia comportano ancor oggi l’esistenza di edifici particolarmente vetusti o in cattivo stato di conservazione, per cui anche in futuro terremoti anche non molto forti potrebbero provocare gravi danni allo stato di conservazione di tali edifici.

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