Gli strumenti musicali dell’Antica Roma

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GLI STRUMENTI MUSICALI DELL’ANTICA ROMA

Tra i numerosi oggetti di uso quotidiano che gli scavi di Pompei hanno restituito negli anni, non mancano alcuni esemplari dì strumenti musicali esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si pensi alla siringa in bronzo a nove canne con la cassa decorata da tre edicole, forse utilizzata durante la rappresentazione di satire o mimi, ed agli svariati cembali e sistri (in bronzo e in argento), strumenti tipici dei culti di Iside, Cibele e Dioniso.

È possibile riuscire a creare una classificazione degli strumenti musicali adoperati ai tempi dell’Antica Roma non solo durante gli spettacoli, ma anche nelle cerimonie politiche e religiose? Ci proveremo, con una lista esemplificativa e non certo esaustiva che potrà fornire un’idea circa la variegata composizione di strumenti musicali ritracciabili nell’Urbe.

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Cornu, lituus e bucina

In origine, tutti e tre gli strumenti erano ricavati da un corno animale, dettaglio che ha provocato confusioni terminologiche tra essi.

Il cornu era uno strumento a fiato di bronzo usato prevalentemente nell’esercito e in particolare dalla fanteria, ma anche durante le cerimonie religiose, i funerali o i giochi dell’anfiteatro: si presentava invece come una tromba fortemente ricurva munita al centro di una traversa che consentiva di suonare lo strumento appoggiandolo alla spalla.

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Il lituo, di origine etrusca, era costituito invece da un tubo bronzeo lungo e sottile, vagamente cilindrico e terminante in una sorta di cono ripiegato all’indietro.

La bucina, infine, era uno strumento di forma pressoché semicircolare, distinto dal cornu tanto per la mancanza della traversa quanto per il fatto di essere realizzato in corno bovino e non in metallo. In un primo tempo usata dall’esercito solo per l’esecuzione dei segnali di ordinanza all’interno dell’accampamento, a poco a poco finì con l’essere impiegata anche sul campo di battaglia e in particolare dalla cavalleria.

Tuba e tubicins

La tuba era un altro strumento a fiato di carattere spiccatamente militare, usato dalla fanteria. Realizzata generalmente in bronzo e consistente in una canna conica lunga all’incirca 1 m con bocchino separabile in corno o in bronzo, essa emetteva un suono aspro e molto potente, e pertanto veniva adoperata durante le battaglie per dare i segnali di attacco, di incoraggiamento e di ritirata, nonché per annunciare l’adunata generale dell’esercito.

I suonatori della tuvba venivano detti tubicines, che sono mostrati anche sui rilievi della Colonna Traiana i quali documentano come, almeno in età imperiale, essi avessero adottato la divisa propria dei legionari: molte fonti confermano che, all’interno di ogni legione, essi formassero un’associazione detta schola tubicinum.

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L’impiego della tuba era fondamentale anche durante i trionfi, i funerali e le cerimonie religiose: due volte all’anno, il 23 marzo in onore di Marte e il 23 Maggio in onore di Vulcano, si procedeva addirittura alla purificazione delle trombe sacre (tubilustrium).

Tibia e tibicines

La tibia era uno strumento a fiato corrispondente al flauto greco. Era dotata di una linguetta sottile che veniva messa in vibrazione dal fiato del suonatore e che era applicata in modo tale da costituire l’imboccatura dello strumento: per effetto della sua vibrazione il tubo sonoro si apriva e si chiudeva alternativamente facendo vibrare la colonna d’aria in esso contenuta e producendo il suono.

Chiudendo con le dita i fori praticati sulle canne (originariamente tre a sinistra e quattro a destra sebbene alcuni esemplari ritrovati a Pompei mostrino anche quindici buchi), si modificava la lunghezza utile per l’amplificazione e quindi l’altezza del suono.

Per suonare lo strumento, l’esecutore doveva applicare sulla bocca una fascia di cuoio con due fori (phorbèia), fermata, da una cinghietta dietro la testa. In questo modo non solo l’imboccatura delle due canne era facilitata, ma la pressione del soffio risultava maggiore, giacché essa impediva alle gote di gonfiarsi e quindi di disperdere la forza.

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La lunghezza dello strumento variava a seconda del numero dei fori: gli esemplari con quattro fori, che avevano un’estensione melodica di una sola ottava, non superavano i 15 cm, ma alcuni arrivavano anche a 60 cm. Se le due canne avevano uguale lunghezza, si parlava di tibiae serranae, ed in caso contrario esse erano denominate tibiae impares, che spesso prevedevano anche una disposizione dei fori ad altezza diversa in ognuna delle canne.

L’industria di questi strumenti era affidata ai tibiarii, che impiegavano legni di diversi tipi: legno di bosso per le tibiae sacrificae, usate nelle cerimonie religiose, legno di loto e osso d’asino per le tibiae ludicrae, usate durante gli spettacoli.

Nell’Antica Roma i tibicines appartenevano ad un’organizzazione ufficiale chiamata Collegium Tibicinum Romanorum, che godeva di speciali privilegi e celebrava la propria festa alle Idi di giugno, quando i tibicines mascherati percorrevano di corsa il Foro, a mo’ di bersaglieri.

Syrinx o flauto di Pan

L’invenzione di questo strumento viene dettagliatamente descritta da Ovidio e Virgilio. Il dio Pan si era innamorato perdutamente di una ninfa arcade di nome Syrinx la quale, per sfuggire al dio che la inseguiva, si trasformò in canna palustre. Allora Pan, che al posto della fanciulla si trovò in mano un ciuffo di canne, si mise a sospirare e, così facendo, l’aria vibrò dentro le canne producendo un suono dolce e lieve, simile a un lamento. Incantato dalla soavità del suono mai udito prima, sussurrò “Ecco come continuerò a stare insieme a te”: unì a quel punto tra loro con la cera alcune cannucce di diversa lunghezza e chiamò lo strumento Siringa (Syrinx), come la perduta amata.

Lo strumento era costituito da una serie di canne di misura decrescente, allineate nel senso della lunghezza e tenute insieme da cordoncini e da cera. Gli esemplari giunti fino a noi, però, sono costruiti con materiali più resistenti, come la terracotta, il legno, l’avorio o il bronzo. Ogni canna dello strumento emetteva una nota della scala musicale, e per suonare si faceva scorrere lo strumento sulle labbra, soffiando proprio come si fa oggi con l’armonica a bocca.

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Avena, calamus, fistula e stipula

Questi termini, spesso adoperati come sinonimi, indicavano strumenti tipici del genere pastorale, simili ai flauti diritti e dal suono esile e dolce.

Utricularium

Solo lo storico Svetonio nomina questo strumento, vagamente simile ad una zampogna, collegandolo a Nerone, il quale promise che, se fosse riuscito a conservare l’Impero, avrebbe suonato l’utricularium nel corso dei giochi indetti per celebrare la vittoria.

Organo idraulico

Le fonti antiche attribuiscono l’invenzione dell’organo idraulico a Ctesibio di Alessandria nel III secolo a.C. Non si sa con esattezza quando questo strumento fu introdotto a Roma, ma è certo che già nella metà del I secolo a.C. esso figurasse già tra gli strumenti più ricercati dell’Urbe e che il suo impiego fosse frequentissimo sia nelle rappresentazioni teatrali che nei giochi del circo e dell’anfiteatro.

Le descrizioni di Vitruvio hanno permesso di appurare con notevole precisione la complessa tecnica e i principi costitutivi dello strumento. In esso la spinta dell’acqua era essenziale per spingere l’aria nel somiere, cioè il cassone che conteneva tutto il meccanismo per aprire e chiudere le valvole applicate all’innesto di ogni canna, la parte sonora dell’organo.

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Lyra e cithara

I due strumenti si compongono entrambi di una cassa armonica, di due bracci che partendo dalla cassa sono congiunti in alto da una traversa orizzontale e di un numero variabile di corde di uguale lunghezza, tese tra la parte inferiore della cassa e la traversa.

Nella lyra la cassa armonica era ricavata originariamente da un guscio di tartaruga, sulla cui superficie concava veniva tesa una pelle di bue, ma successivamente verrà adoperato il legno, così come lignei divennero anche i montanti fortemente incurvati, che originariamente erano costituiti da corna caprine.

Nella cithara la cassa di risonanza era invece realizzata interamente in legno, i bracci erano più massicci e soprattutto facevano corpo con la cassa armonica, contribuendo in tal modo ad amplificare il suono.

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Nella lyra e nella cithara le corde, di budello o di canapa, venivano fissate alla parte inferiore della cassa, sollevate da un ponticello e legate alla traversa per mezzo di cinghiette di bue arrotolate, girando le quali si procedeva all’accordatura dello strumento. Il numero delle corde variò nel corso dei secoli da tre a dodici, giungendo anche a diciotto nella cithara tarda. ma nelle rappresentazioni figurate compare quasi sempre la lira a sette corde, inventata secondo la tradizione da Terpandro di Lesbo e che a Roma continuò a essere utilizzata nelle cerimonie religiose fino almeno al I secolo d.C.

I due strumenti potevano essere suonati sia da seduti che stando in piedi, tenendoli davanti a sé in posizione leggermente inclinata. Le corde venivano pizzicate da sotto con le dita della mano sinistra, mentre nella mano destra il suonatore teneva il plettro, un piccolo oggetto a forma di punta di freccia, di norma attaccato con un cordoncino allo strumento in modo da essere sempre a portata di mano.

Harpa

L’harpa era uno strumento di forma vagamente triangolare, introdotto a Roma nel II secolo d.C. da un certo Alessandro di Alessandria, provvisto di corde di diversa lunghezza ma di uguale spessore.

Tympanum

Strumento a percussione, costituito da un cerchio di legno o di bronzo del diametro di circa 30 cm, sul quale veniva tesa una pelle di bue o di asino, battuta ritmicamente con le mani o con il plettro. Di preferenza veniva suonato dalle donne nelle cerimonie sacre in onore di Cibele e Attis, essendo considerato uno specifico attributo della dea.

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Scabellum

Questo curioso strumento a percussione aveva la forma di un grosso sandalo e si calzava con il piede destro: consisteva in due tavolette di legno sovrapposte, nella faccia interna delle quali era una castagnetta che, battendo con forza il piede, produceva un rumore sonoro. In genere esso veniva usato per dare il tempo ai pantomimi e ai danzatori, scandendo il ritmo, specialmente quando il gruppo dei musicisti era particolarmente folto.

Nell’Antica Roma, in cui c’era una netta prevalenza di spettacoli musicali rumorosi, lo scabellum rappresentò una sorta di corrispettivo della moderna bacchetta del direttore d’orchestra.

Cymbalum

Strumento di provenienza orientale simile ai nostri piatti, era costituito da due dischi di bronzo, talvolta fortemente bombati, che venivano battuti ritmicamente l’uno contro l’altro. Le raffigurazioni del cymbalum si riferiscono per lo più alle cerimonie in onore di Cibele, Dioniso e Demetra, ma nell’Antica Roma l’uso di questo strumento perse progressivamente il suo carattere squisitamente religioso, figurando frequentemente in mano ai danzatori.

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Crotala

In argilla, legno e anche avorio, i crotala corrispondevano alle moderne nacchere e venivano usati per scandire il ritmo della danza. Nella loro forma più semplice si ottenevano realizzando due conchiglie di legno, convesse all’esterno e concave all’interno, tenute insieme sulla sommità da un cordoncino che si legava al polso. I crotali venivano spesso suonati insieme al cymbalum e alla tibia.

Sistrum

Il sistrum era uno strumento tipico della tradizione egiziana (Virgilio ne parla riconnettendolo a Cleopatra ed affermando che esso venisse adoperato per incitare gli egiziani alla battaglia) , introdotto a Roma nell’ultimo quarto del I secolo a.C. Consisteva in un manico a forma di colonnetta, sormontato da una verga a forma di ferro di cavallo allungato e attraversata in senso orizzontale da una serie di lamine sottili o bastoncelli mobili che, scuotendo lo strumento, vibravano rumorosamente.

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