Il Gobbo del Quarticciolo

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IL GOBBO DEL QUARTICCIOLO

Gennaio 1945. Una giornata nuvolosa ed uggiosa, simile alla precedente e probabilmente anche alla successiva, in quel primo inverno dopo la Liberazione, che sotto certi punti di vista era diverso dai precedenti ma che era pur sempre un inverno di fame, di borsa nera, di rapine a mano armata e soprattutto di gran freddo. Roma era stata caratterizzata da inusuali nevicate, e cominciava ad essere paralizzata dallo sciopero delle camionette, alternativa di fortuna ai mezzi di trasporto pubblico.

Gli echi della guerra erano ormai lontani: gli spari echeggiavano altrove, come ad esempio lungo la Linea Gotica dove si attardavano gli Alleati oppure in quella Bielorussia da cui l’Armata Rossa prendeva lo slancio per Berlino. Ciò nonostante, nella Città Eterna, la pace non risultava granchè meno penosa della guerra.

Spostiamoci con lo sguardo in Via Fornovo, tra Viale Giulio Cesare e Viale delle Milizie, non distanti dal fiume Tevere. Tre uomini stretti nei loro cappotti, mani sprofondate in tasca e cappello calato sulla fronte, si stavano recando al portone contrassegnato dal numero civico 12, dopo aver abbandonato qualche minuto prima il relativo tepore di una trattoria della vicina Via Marcantonio Colonna. L’uomo in mezzo al trio era decisamente piccolo di statura ed esile di corporatura, con un volto aggraziato ma pallido, simile a quello di un adolescente.

E soprattutto era gobbo.

Più esattamente era “er Gobbo”, il più famoso della cronaca romana, destinato in pochi ad uscire dai nutriti fascicoli delle Forze dell’Ordine per entrare nella leggenda capitolina con il nomignolo di “er Gobbo der Quarticciolo”.

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All’anagrafe Giuseppe Albano, il gobbo in questione ignorava che tre degli uomini che aveva inviato ad esigere una delle rate del ricatto estorto al tenore Beniamino Gigli erano stati catturati circa un’ora prima dai militi della Fedelissima nella villa dell’artista sia in Via Serchio.

Giuseppe Albano, però, ignorava soprattutto che alla sede di Unione Proletaria, sita appunto a Via Fornovo 12, non c’era nemmeno il suo collaboratore di malefatte Angelo Savarezza, che proprio in quel luogo lo aveva invitato ad un cordiale colloquio; in compenso, l’edificio formicolava di Carabinieri in borghese, col dito pronto sul grilletto.

A questo punto, per capire cosa sia davvero accaduto, è necessario affidarsi ai verbali redatti al fine di descrivere i fatti. Al momento dell’altolà, Albano tentò di estrarre la pistola, venendo però stesa da una raffica di proiettili con la mano ancora in tasca; il suo luogotenente, “Nino er Boia”, riuscì a fuggire, mentre il terzo complice si arrese immediatamente alzando le braccia. Durante la perquisizione, nella tasca della giacca vennero trovate numerose foto pornografiche.

In realtà, le voci della strada raccontarono una versione decisamente differente, secondo la quale “er Gobbo” venne abbattuto da un colpo alla nuca, ricevendo solo successivamente una sventagliata di mitra, somministratagli per legittimare l’esecuzione. Anche le famose foto pornografiche, trovate nella tasca della sua giacca, a detta di tali voci sarebbero state infilate dalle Forze dell’Ordine al fine di svilire la reputazione del personaggio di fronte all’opinione pubblica.

A Centocelle e soprattutto al Quarticciolo, che rappresentava il suo quartier generale, la notizia del fattaccio arrivò quella sera stessa: lo scoprirono i cinquanta accoliti della banda, suo padre, sua madre e la sua amante, che le cronache del tempo definivano “la biondissima elegantissima Jolanda”. Vennero a sapere della sua morte anche tutti gli abitanti di quelle disperate borgate che al Gobbo avevano sempre guardato come ad una sorta di Robin Hood, dapprima eroe della Resistenza ai nazisti e quindi vendicatore del popolo sugli ex collaborazionisti, i cui profitti ridistribuiva alla povera gente. In molti lo piansero, chiusi in quelle casupole cadenti costruite pochi anni prima per confinarvi le vittime degli sventramenti fascisti, ma ben presto gli abitanti ebbero ben altri problemi di cui preoccuparsi.

Poco prima della mezzanotte, infatti, circa ottocento uomini in assetto di guerra, con l’appoggio di due carri armati, circondarono l’intera zona. Alle cinque del mattino sferrarono l’attacco, sfondando le porte e facendo uscire, tutti con le mani in alto, uomini e donne, anziani e bambini. Di nuovo, i resoconti ufficiali e la vox populi mostrarono tutte le loro divergenze: secondo la Questura, “mentre i sospetti venivano raccolti educatamente in piazza, alcuni malviventi aprivano il fuoco dalle finestre, uccidendo una donna, ferendo alcuni bambini e numerosi militi, mentre altri banditi lanciavano due bombe da vicine grotte”. Secondo gli abitanti della borgata, invece, Arduino Fiorenza detto “er Cipolletta” fu abbattuto con un colpo di pistola alle spalle mentre scappava, mentre un vecchietto che leggeva un giornale seduto davanti ad un tenue fuocherello, sordo al punto da non aver sentito le grida e gli spari, venne ammazzato dai gendarmi con un colpo alla nuca perché quel giornale era giudicato sovversivo.

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Probabilmente, come sempre accade in questi resoconti contrastanti, la verità stava nel mezzo. Da un lato c’era un’Italia vagamente “nostalgica” che, con il pretesto del Gobbo, voleva regolare i conti coi borgatari, renitenti a sottomettersi; dall’altro c’era la povera gente che forse aveva davvero confidato nel proprio riscatto sociale, vedendo nel Gobbo der Quarticciolo una sorta di eroe della Resistenza.  

Mentre, su trecento arrestati, solo tre vennero trattenuti in prigione, si iniziavano a diffondere sui giornali una serie di retroscena legati alla vicenda del Gobbo che, se possibile, crearono ancor maggiore confusione: la leggenda legata a Giuseppe Albano rimase a metà strada fra una cronaca eroica ed una situazione equivoca.

Il ragazzo si era conquistato una notevole fama nei mesi immediatamente precedenti la Liberazione della città, conducendo una sua guerra personale contro i nazisti: l’impresa più celebrata nell’Urbe era stata la liquidazione in un’osteria di tre di loro con una raffica sola, sebbene le malelingue affermarono che egli avesse trovato quei tre già svenuti o addirittura morti tra i sacchi di un camion di farina che aveva trafugato.  

È indubbio peraltro che i nazifascisti considerassero Giuseppe Albano come un nemico pericoloso, considerato con quale ardore lo catturarono nella Pasqua del 1944 per poi affidarlo ai feroci torturatori di Via Tasso, di solito anticamera della cella della morte. Il Gobbo venne però rimesso a sorpresa in libertà pochi giorni dopo, in buona salute al punto da poter riprendere la sua guerriglia.

Non ci fu né tempo né modo di chiarire i fatti, poiché a distanza di pochi giorni gli Americani entrarono in Roma, prima che quei dubbi fossero sciolti. Nella città libera ed affamata, dove la maggior parte degli abitanti faticava a sopravvivere ma molti riuscivano ad accumulare fortune con imbrogli o violenze, Giuseppe Albano si mise alle spalle il suo handicap fisico e raccolse un gruppetto di uomini decisi (e in molti casi pregiudicati) per dedicarsi in forma privata alla punizione degli ex collaborazionisti. Si trattava tendenzialmente di pene pecuniarie: i proventi di tali “multe” venivano poi in parte distribuiti ai poveri abitanti del Quarticciolo, ed in parte investiti in armi o in regali per le sue conquiste femminili.

A gestire il libretto contenente nomi, cognomi, indirizzi e dettagli sulle malefatte era Umberto Salvarezza detto er Guercio, capo per autoinvestitura di una sedicente Unione Proletaria, che raccontava di esser stato pure lui torturato a via Tasso fino alla condanna a morte, prima di essere salvato dal provvidenziale arrivo degli Alleati. In realtà, la Questura lo conosceva soprattutto come provocatore e piccolo truffatore, specializzato nell’abuso di titoli accademici, un tempo spia del partito Fascista.

Oltre al taglieggio di profittatori del defunto regime fascista, operazioni dalle quali Salvarezza traeva la propria tangente, il Gobbo praticava rapine in serie, preferibilmente di copertoni e pezzi di ricambio delle auto. In una Roma dove pure operavano bande abili e feroci, come “lo Zoppo” attorno a Piazza Mazzini o “er Pecora” a Porta Cavalleggeri, Giuseppe Albano riuscì a costruirsi una discreta reputazione, tanto da finire nell’occhio delle Forze dell’Ordine, che cercarono di attirarlo in una trappola a Centocelle, con il Gobbo che ne sgusciò fuori a raffiche di mitra.

Vera gallina dalle uova d’oro, tra i suoi ricattati il Gobbo aveva, in testa all’elenco, il già citato ed assai famoso tenore Beniamino Gigli, accusato di connivenze col regime fascista. Di fronte all’ennesimo ricatto, Gigli finì col chiamare in aiuto i Carabinieri, che si appostarono sia nella sua villa che nella sede dell’Unione Proletaria, dove proprio Umberto Salvarezza, come detto, aveva dato appuntamento ad Albano per il pomeriggio.

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Al fine di capire quanto la vicenda fu intrisa di corruzione e malagiustizia, potrebbe essere opportuno raccontare proprio cosa accadde a Umberto Salvarezza. Denunciato come spia del regime e come fomentatore di una rivolta di detenuti fascisti a Regina Coeli e di disparati intrighi monarchici, i Carabinieri entrarono nel suo appartamento in Via Cola di Rienzo al fine di “chiarire la sua posizione: abbattuto un tramezzo, trovarono ritratti del duce, armi e fascicoli per ricatti. Una volta arrestato, Salvarezza minacciò di fare nomi importanti nel caso in cui la sua condanna non fosse stata mitigata, sollecitando in tal modo chi ne avesse il potere di intervenire in suo favore se non voleva esser coinvolto nello scandalo.

Il processo a suo carico fu celebrato in aprile, ovvero mentre l’opinione pubblica aveva ben altro di cui occuparsi, fra la caduta di Berlino e la morte di Hitler. I giornalisti presenti in aula, con notevole stupore, registrarono che a Umberto Salvarezza non venivano imputate correità con le imprese del Gobbo (omicidi, rapine, veri e propri assalti a mano armata), ma solo reati minori come macellazione clandestina, appropriazione indebita, estorsione e detenzione di armi, per una pena complessiva di sette anni, di cui forse ne vennero scontati la metà.

Ben più a lungo durò il ricordo del Gobbo der Qujarticciolo: nelle osterie si rievocava la sua lotta contro i nazisti, aumentando sempre più le tacche a lui spettanti, ed arrivando persino alla inverosimile cifra di 80 nemici uccisi. Si esaltavano la sua generosità verso la povera gente, la sua ars amatoria, l’audacia con la quale sfidava le Forze dell’Ordine, l’abilità con la quale aveva trasformato un gruppo di case della borgata in un fortilizio, con tanto di centralini telefonici e ricetrasmittenti.

Lentamente, però, anche la sua memoria divenne più rarefatta, e solo per pochi mesi ci si interrogò su quella che venne definita la “Battaglia del Quarticciolo”, una via di mezzo fra una regolare operazione di polizia ed un macabro regolamento di conti.

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