Mario e Silla

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MARIO E SILLA

Mario e Silla, due nomi spesso pronunciati assieme, quasi rappresentassero una singola parola.

I loro destini si intrecciarono alle elezioni del 107 a.C.: Gaio Mario si affidava alla rabbia popolare per essere nominato Console, mentre Lucio Cornelio Silla confidava nella complice ed altezzosa solidarietà dei nobili per la carica di Questore. Il primo era arrivato dall’Africa, dopo un viaggio avventuroso, appena alla vigilia del termine stabilito per la presenza fisica dei candidati, animato comunque dalla suggestione di responsi favorevoli; l’altro usciva da una vita di dissipazioni in mezzo ad attori e cortigiane, da una delle quali, avvalendosi della propria giovinezza, aveva ereditato il patrimonio che gli aveva poi consentito di candidarsi.

Ambedue alle elezioni furono vittoriosi, ma l’esito di quella di Mario fu addirittura trionfale, grazie all’unanime consenso popolare.

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Erano molto diversi, anche e soprattutto a livello familiare. Mario era un provinciale di Arpino, che dall’età di diciassette anni aveva militato nelle legioni (in Spagna, in Gallia Meridionale, in Numidia), avendo percorso la trafila dei gradi da legionario a centurione, quindi a tribuno ed infine a legato: egli rappresentava al momento il vessillo e la rivalsa della plebe da contrapporre all’arroganza e allo strapotere dell’oligarchia.

Silla era invece discendente di un’antica famiglia patrizia, ma ormai caduta in disgrazia: l’ultimo dei suoi avi eletto console, Rufino, era stato infatti espulso dal Senato per indegnità. Silla desiderava rivalsa, e si apprestava a misurare se stesso ed il proprio valore all’interno di una vera e propria guerra contro un nemico subdolo, sfuggente e abilissimo.

Così come era assai diversa, fra loro, la storia familiare, così anche l’età dei due era assai dissimile: Silla non aveva nemmeno trent’anni, mentre Mario aveva ormai superato i cinquanta. A dispetto della maturità, però, Mario vantava fisicamente una struttura vigorosa e resistente alle fatiche, degna del contadino che fu in gioventù; aveva un carattere aspro e bellicoso, certo più confacente alla vita militare che a quella civile. Silla, invece, biondo di capelli con striature rossastre, aveva “gli occhi di colore ceruleo, straordinariamente acuto e tagliente, e la pelle del viso scabra e chiazzata di puntini rossi, fra cui si intramezzavano qua e là macchie di bianco”, tanto che un suo detrattore ateniese disse, con tono offensivo e derisorio, che la sua faccia era “una mora aspersa di farina”.

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Come si arrivò, però, al confronto fra questi due celebri uomini politici?

Per comprendere al meglio la situazione, è necessario fare un passo indietro. Uccisi Tiberio e Caio Gracco, l’oligarchia patrizia aveva banchettato sulle spoglie delle rivendicazioni plebee; in quel giorno di novembre del 121 a.C. erano stati massacrati più di tremila popolari dalle torme omicide del console Opimio con l’imprimatur del Senato. Prive di controllo, senza una qualsiasi opposizione, le famiglie che facevano parte dell’oligarchia si erano spudoratamente spartite il potere della Repubblica attraverso le magistrature.

Corruzione, illegalità, concussione dilagavano come la piena del Tevere nei mesi invernali, al punto che Giugurta, chiamato a Roma per rispondere dell’usurpazione violenta del regno di Numidia, era tornato in patria andato assolto dopo aver corrotto giudici e senatori.

Paradossalmente, fu proprio Giugurta a costituire la pietra dello scandalo che incrinò l’omertà dell’oligarchia. Dichiarata guerra a Giugurta, infatti, le legioni sbarcarono in Africa, solo per barcamenarsi in quattro anni di operazioni militari che rivelarono il fallimento completo della spedizione romana, con un esercito indisciplinato ed avido ed i Consoli al comando di esso che preferivano barattare l’onore della patria con il proprio tornaconto personale.

A Roma il popolo iniziò ad insorgere e protestare, ma alla plebe mancava un leader carismatico, un vessillo dietro il quale schierarsi. Tale bandiera divenne rappresentata proprio da Gaio Mario, il quale aveva seguito come luogotenente in Africa il nuovo Console Cecilio Metello. I Metelli, all’epoca, erano una delle famiglie più potenti di Roma, e si passavano i consolati di padre in figlio, e Gaio Mario era ad essi legatissimo. A voler essere obiettivi, però, Gaio Mario ottenne il favore della gente e dei soldati non solo per le “spintarelle”, ma anche e soprattutto per la sua condotta militare, che entusiasmò a tal punto i legionari che questi ultimi lo magnificano per il valore indicandolo come l’unico generale capace di porre fine alla guerra.

Il nome di Mario iniziò ad infiammare Roma, dal Foro alla Suburra, dal Velabro all’Aventino. A quel punto, quendo Mario chiese a Cecilio Metello di poter essere dimesso al fine di candidarsi al consolato, quest’ultimo gli rispose che lo avrebbe fatto volentieri, ma che Mario sarebbe stato Console in futuro assieme suo figlio, Quinto Cecilio, che però allora era soltanto un bambino. Era solo il sogno di un padre, ma Mario non poteva aspettare: la candidatura doveva essere presentata subito.

Gaio Mario dunque, uomo di umili origini, divenne l’homo novus nel panorama politico della Repubblica e il primo dei provinciali a portare le insegne del consolato; per gli oligarchi fu uno scacco notevole ed una completa inversione di tendenza al potere, tanto più che il popolo a gran voce chiedeva per lui il comando della guerra in Africa.

Mario, però, non si limitò ad accettare il comando, ma fece molto di più: andando contro la legge e la consuetudine, arruolò volontari a Roma e in Italia, indipendentemente dal loro censo. Fu una decisione che modificò irrevocabilmente il concetto di “soldato romano”: da quel momento, infatti, i militari Romani inizieranno a sentirsi legati non tanto alla Repubblica quanto al generale designato per comandarli, stabilendo così un interlacciato rapporto di fiducia fra le parti, una comunanza di identità e di interessi, che rappresenterà poi una delle ragioni più evidenti per lo scoppio della guerra civile.

Durante la guerra in Africa, però, assunse grande importanza anche la figura di Silla, che fu Questore di Mario. Esaminando le evoluzioni della guerra, pare evidente che Giugurta fu sconfitto da Mario sul campo, ma che egli fu comunque sempre in grado di sfuggire alla cattura, trovando un importante alleato in Bocco, re della Mauritania. La situazione era obiettivamente in stallo: fu a questo punto che vennero improvvisamente fuori, come un coniglio da un cilindro magico, la temerarietà, l’astuzia e la raffinata abilità diplomatica e strategica di Lucio Cornelio Silla: fu infatti lui a recarsi a parlamentare con Bocco, convincendolo non solo a staccarsi da Giugurta (che pure gli è genero), ma a consegnarglielo addirittura prigioniero.

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A Roma il trionfo di Mario venne almeno in parte offuscato dall’impresa temeraria di Silla; furono soprattutto i nobili, ovviamente, a cercare cavilli e minuzie per sminuire la sua vittoria militare, esaltando per contrasto la fredda lucidità di Silla. Fu il primo seme del dissidio, seminato proprio nelle ore del trionfo, con i legionari rilucenti di armi e la folla dei popolani stordita dalle urla e dagli applausi frenetici all’indirizzo del vincitore.

Il periodo di pace, però, durò ben poco. Dalla Gallia, infatti, arrivò una trafelata ambasceria di corrieri, che portavano l’infausta notizia di una valanga inarrestabile di Cimbri e Teutoni che stava distruggendo città e campagne. Il Senato Romano venne scosso da brividi di paura, e scelse nuovamente di riporre tutta la propria fiducia in Mario, che venne rieletto console ed al quale venne affidato il comando contro i Germani. Silla lo seguì nuovamente come Questore, ma ormai fra loro si erano insinuate pesanti incomprensioni ed oscuri sospetti: ad urtare la suscettibilità di Mario era soprattutto il fatto che Silla portasse al dito un anello con incisa la scena di Giugurta che veniva consegnato da Bocco come prigioniero, ad indicare di chi fosse il reale merito di tale atto.

Contro i Germani, superiori di numero e colmi di tracotanza, Mario usò una strategia di logoramento. In posizione di vantaggio, attese l’occasione propizia da buon predatore e poi, quando i Teutoni, fiaccati dall’inclemente sole di agosto, si mossero lungo la pianura, piombò loro addosso e ne fece una carneficina (102 a.C.). L’anno dopo annientò i Cimbri nella polvere di Vercelli, sebbene Silla (aggregatosi all’altro console Lutazio Catulo) rivendicasse nelle sue memorie per sé e per Catulo il merito della vittoria. Difficile riuscire in tal senso a ricostruire in vero andamento delle battaglie: probabilmente, senza l’arrivo di Mario, l’esercito di Catulo sarebbe andato in fuga.

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Per Mario fu il culmine della gloria militare e della popolarità: acclamato “terzo fondatore di Roma”, eletto cinque volte console, sposò una donna della Gens Iulia (la zia di Giulio Cesare) e si godette l’adorazione della plebe romana e italica, che vedeva in lui il capo sognato e atteso per secoli.

Purtroppo per lui, però, la grandezza di Mario come generale si scontrava con la sua inesperienza politica: si circondò di tronfi incapaci, promise ben oltre le sue possibilità, si inimicò senza via d’uscita il patriziato, mostrando al tempo stesso indecisione ed eccessivo impeto.

Tutto ciò ebbe il suo culmine nella cosiddetta Guerra Sociale. I popoli italici reclamavano pari diritti e la cittadinanza romana, quale riconoscimento della fedeltà e dell’altissimo contributo dato alla grandezza della Repubblica, ma i patrizi romani svelarono tutta la propria superbia e la gelosia circa il mantenimento dei propri benefici. La guerra mostrò tutte le remore morali e psicologiche di Mario, che vedeva negli Italici i suoi maggiori sostenitori e che quindi condusse le operazioni con prudenza, quasi che la vecchiaia (aveva ormai 66 anni) avesse spento in lui l’energia e il calore di una volta; Silla, al contrario, fu rapido e determinato, rivelandosi strategicamente e tatticamente ineguagliabile.

Riassumendo al massimo, i due anni di guerra sociale (dal 90 all’88 a.C.) “quanta reputazione dettero a Silla, altrettanta ne tolsero a Mario”, per l’esultanza dei patrizi romani, che finalmente si rifacevano delle passate umiliazioni, mentre i parzialmente decaduti Metelli cercarono di tamponare l’emergenza offrendo a Silla la propria figlia Cecilia.

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Console nell’88 a.C., Lucio Cornelio Silla ottenne il comando della guerra in Asia contro Mitridate: all’epoca, l’Asia significava una gloria a buon mercato, un corposo bottino per i soldati e scintillanti ricchezze per il comandante. L’animo di Mario, intanto, bruciava d’invidia e di risentimenti, e con un colpo di mano del tribuno Sulpicio fece revocare il mandato concesso a Silla per avocarlo a sé. La piazza ed il Senato di Roma si sollevarono, ribollendo come un mare in tempesta, tanto che (sembra incredibile a dirsi…) Silla fu costretto a rifugiarsi a casa di Mario, per evitare di venire percosso a morte nel bel mezzo del caos cittadino.

Il fatto è che questa accoglienza non soffocò le fiamme dello scontro. Una volta libero di uscire da Roma, Silla si diresse rapidamente a Nola, dove era acquartierato l’esercito per l’Asia, ed incitò i suoi generali alla rivolta, promettendo una marcia su Roma ricca di saccheggi. Ebbe così inizio la prima sanguinosissima guerra civile della Repubblica, con i populares guidati da Mario che volevano ottenere il potere e gli optimates condotti da Silla che cercavano di difenderlo a denti stretti.

Le forze però erano decisamente impari e la sorpresa della marcia di Silla su Roma aveva colto impreparati amici e avversari; Mario tentò una difesa improvvisata nei pressi della Porta Esquilina, ma si vide nel suo atteggiamento quella mancanza di spregiudicatezza che invece caratterizzava ormai il comportamento del rivale Silla, il quale non si fece alcuno scrupolo nell’incendiare le case della Suburra, composte per la maggior parte di legno.

Mario, incapace di reggere all’offensiva, si ritirò a Ostia per poi imbarcarsi e ritrovarsi letteralmente “infognato” sulla costa nei pressi di Minturno. Per Mario, la situazione si era fatta decisamente critica: il Senato infatti, per ordine di Silla, aveva decretato la sua morte e una ricompensa per chiunque (cittadino romano, liberto o schiavo), ne avesse riportata la testa. Graziato dagli abitanti di Minturno, Mario si imbarcò nuovamente allo scopo di arrivare a Cartagine, dove ritrovò il figlio ed anche un attimo di quiete.

Da Roma intanto giungevano notizie vagamente rassicuranti: mentre Silla infatti combatteva in Beozia, la fazione mariana in Italia vedeva nel console Lucio Cornelio Cinna uno dei suoi massimi sostenitori. Mario ebbe la sensazione che la sorte gli fosse finalmente propizia, e si fece cogliere da una sorta di “eccitazione giovanile”: radunò un ampio manipolo di cavalieri mauri ed un migliaio di soldati italici dalle colonie ed infine salpò per quella che sarebbe stata la sua ultima avventura.

Quando approdò a Talamone, in Etruria, l’illusione di aver ricuperato una parte di vitalità si perse sulla sabbia: Mario, in un momento di autocritica, comprese di essere soltanto un uomo di settant’anni, disfatto e gonfio di rancore, tenuto in vita esclusivamente da un feroce sentimento di vendetta.

Tornò nel Foro Romano, contornato dagli schiavi ben armati che rappresentavano le sue guardie del corpo, e si sedette su una sedia con braccioli in cima alla scalinata del Tempio della Concordia, inerte e quasi paralizzato ad osservare la folla. Lo rielessero console per la settima volta, ma questa volta durò in carica solo cinque giorni.

Lucio Cornelio Silla infatti, che aveva sconfitto in Grecia gli eserciti di Mitridate ed era passato in Asia, aveva fretta di tornare. Sconfitti i generali mariani, trasformò l’Italia in un immane mattatoio: il giorno dopo la battaglia di Porta Collina, il 1 novembre dell’82 a.C., fece sgozzare in Campo Marzio ottomila prigionieri sanniti, e poiché alla Curia, dove parlava, arrivavano i gemiti e le urla degli sgozzati, esclamò sprezzante: “Che cos’è questo baccano? Tappate loro la bocca!”.

La pace di Roma, ormai, era solo un flebile ricordo…

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