Vittoria Accoramboni

Vittoria Accoramboni, Vittoria Accoramboni, Rome Guides

VITTORIA ACCORAMBONI

Siamo alla fine del XVI secolo, nel bel mezzo della Roma di Papa Gregorio XIII.

L’Urbe è una città al contempo religiosa e mondana, santa e viziosa, onorevole e ribalda. Le grandi famiglie fanno il buono e cattivo tempo, e molti baroni hanno al loro servizio intere squadre di briganti, che ammazzano per far rispettare l’onore ma anche per i motivi più risibili: per un insulto, per uno sgarbo, per una donna. Lo scenario preferito di tali crimini è la notte, quando si cammina al lume delle lanterne.

Qualcuno finisce sulla forca, ma quella della Città Eterna è una giustizia fiacca. Molti briganti se ne infischiano del Papa e delle sue guardie, dentro e soprattutto fuori Roma. Irrompono nei conventi, stuprano monache ed ammazzando preti, scannano nobili, devastano ricche dimore.

In questa Roma dannata, il più dannato dei nobiluomini è Paolo Giordano Orsini, duca di Bracciano, leader indiscusso del grande casato romano ed alcuni anni prima comandante di una delle galere che combatterono vittoriosamente a Lepanto. Non è più in buone condizioni fisiche: non è solo pesantemente sovrappeso, ma una freccia turca gli aveva trafitto una gamba, e lui ancora non sa che quella ferita così mal curata gli sarà in breve tempo fatale.

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Un tempo sposato con la duchessa Isabella de’ Medici, è vedovo dal 1576, e fra le malelingue di Roma corre voce che sia stato lui stesso a strangolarla. La sua corte di Bracciano non è solo un luogo principesco, ma è anche un covo di briganti e il perfetto rifugio di amici e conoscenti in difficoltà con la giustizia.

Proprio in questa corte, nell’estate del 1580, corre a ripararsi Marcello Accoramboni, accusato di aver assassinato a Roma il fratello del cardinale Pallavicino. Paolo Giordano Orsini lo accoglie prontamente, certo che neppure il Papa oserà mettere le mani addosso a un protetto di casa Orsini.

Marcello Accoramboni non è però solo un latitante, ma è anche e soprattutto il fratello di donna Vittoria Accoramboni, ventitreenne sposa di Francesco Peretti, il nipote del cardinal Montalto: una donna splendida, alla quale i poeti hanno già reso omaggio esaltandone la bellezza e facendole dire in versi: “Nacqui dotata di beltà divina, e fra quante mai fur vissi famosa”. A Bracciano, ovviamente, la conversazione ricade su di lei, e Marcello confida a Paolo Giordano le sofferenze della sorella nella sua casa in Via dei Lautari, come moglie infelice di un marito dai modesti natali, come nuora scontenta di una suocera taccagna, come nipote insoddisfatta di un cardinale burbero.

La reazione di Vittoria Accoramboni ad una tale sgradevole situazione è ben descritta da un cronista del tempo: “Del marito non faceva conto, essendo egli disuguale a lei. Della suocera si faceva beffe, e con ogni maniera di scherni oltraggiava la cognata. Alla famiglia del marito rinfacciava la bassezza del nascimento, e abusava di libidini e voluttà, dapprima a poco a poco e celatamente, poi alla scoperta, adescando gli amanti ed ornandosi il corpo. Aveva grave il passo, gli occhi accesi, la bocca sempre atteggiata a riso e lusinghe”.

Insomma, pur non avendola mai vista, al solo sentire queste voci sul conto di lei, Paolo Giordano Orsini inizia a desiderarla di una passione improvvisa e violentissima. Riunendo i suoi sgherri, l’Orsini firma la sentenza di morte per Francesco Peretti, che avverrà sotto la diabolica regia di Marcello Accoramboni, il fratello di Vittoria, che deve sdebitarsi per l’ospitalità offerta da Paolo Giordano.

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In piena notte, nell’aprile del 1581, Francesco si vede arrivare un biglietto da Marcello, che lo implora di accorrere da lui ai piedi del Quirinale, perché si trova in un nuovo guaio e ha bisogno del suo aiuto. È chiaramente un richiamo fasullo, utile allo scopo di far scattare il tranello. Francesco, a dispetto delle suppliche delle donne di casa che lo pregano di non andare subodorando il trucco, decide comunque di recarsi all’appuntamento, accompagnato da un servo con la lanterna. Davanti al giardino Sforza, ai piedi del Colle Quirinale, lo aspettano colpi di archibugio e coltellate, mentre il servo terrorizzato riesce a fuggire e portare ai familiari la tragica notizia, che viene immediatamente riferita anche al cardinal Montalto.

È proprio il cardinale che, recatosi a casa del nipote, grazie “alla serenità profonda del suo portamento, riesce a calmare le grida e i pianti delle donne, che cominciavano a risuonare in tutta la casa”, osservano le cronache del tempo.

A funerali avvenuti, Papa Gregorio XIII convoca il cardinale, per comunicargli che i colpevoli saranno puniti, ma anche in questo caso il cardinale manifesta una “straordinaria impassibilità”, a dispetto del fatto che tutta Roma sappia perfettamente chi sia stato ad assassinare suo nipote. Il Papa, stupito da tale atteggiamento, commenta: “Veramente costui è un gran frate, legato al principio del perdono”.

La stessa consapevolezza colpisce anche Paolo Giordano Orsini, che certo della propria impunità passeggia tranquillamente per le strade di Roma. Quanto a Vittoria, a dispetto del suggerimento del cardinale che le consiglia di tornarsene dai propri genitori, appena tre giorni dopo la morte del marito, va sfacciatamente a trasferirsi nella residenza di Paolo Giordano Orsini.  

Gregorio XIII fa nel frattempo proseguire l’inchiesta, che finisce per approdare alla verità, “ma per degne ragioni la corte di giustizia omette nella relazione il nome del signore di Bracciano”. L’unica imposizione papale rivolta all’Orsini è il temporaneo divieto di sposare la vedova Accoramboni, imponendo ai due di attendere uno speciale permesso del proprio successore.

Anche questa condizione, però, non viene rispettata: il 10 aprile del 1585, infatti, Gregorio XIII muore e i due decidono di sposarsi prima dell’elezione del nuovo Papa, al mattino del 24 aprile dello stesso anno. Siccome però il destino sa essere beffardo, nel conclave che si tiene proprio nello stesso giorno, ad essere eletto è proprio il cardinale Peretti, che sceglie come suo nome Sisto V.

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Paolo Giordano Orsini sbianca: sa che da tale elezione non c’è da aspettarsi nulla di buono. Il nuovo Pontefice lo convoca, e gli comunica il suo ultimatum: per ottenere il suo perdono, l’Orsini dovrà “espellere subito da casa sua e dalle sue terre tutti i briganti e i malfattori ai quali fino a quel momento aveva dato asilo”.

Paolo Giordano Orsini prova a prendere tempo, con il pretesto di doversi curare ai bagni termali di Abano, vicino Padova. Siamo nel territorio della Repubblica di Venezia, dove viene ben accolto da Lodovico Orsini, al servizio della Serenissima, che potrebbe permettergli di rifarsi una vita e di godersi la sua passione amorosa con Vittoria.

È però la famosa freccia turca a recidere il nodo gordiano. Quella piaga che gli tormenta la gamba da Lepanto si allarga in maniera cancrenosa, uccidendolo in pochi mesi. Vittoria eredita denaro, gioielli e carrozze, ma non il patrimonio, che va al minorenne Virginio, il figlio che Paolo Giordano ha avuto dalla strangolata Isabella de’ Medici.

La morte di Paolo Giordano smuove un vespaio di pettegolezzi ed agita un groviglio di serpi: si difendono gli interessi di Virginio nel timore che Vittoria, rimasta a Padova a recitare la parte della vedova addolorata, si impossessi di tutto. In questo vergognoso caos di interessi, una voce si fa sentire dalla Città Eterna: è quella del Papa Sisto V, che comunica che Virginio Orsini dovrà sposare la figlia di sua nipote, Flavia Damasceni, una bambina sacrificata sull’altare per il riscatto della famiglia Peretti.

Questa storia, nata nel sangue, finisce nel sangue. Nella notte del 24 dicembre, si attua la vendetta ordita da Lodovico Orsini: in quaranta entrano in casa di Vittoria, immobilizzando la servitù, uccidendo prima i due fratelli e poi avventandosi sulla donna, che viene trafitta “con un sottile pugnale sotto la mammella sinistra, mentre l’assassino le chiedeva di dirgli se le toccava il cuore”.

Sul complotto arriva la severa giustizia di Venezia, mentre Roma tace. Lodovico Orsini paga con la testa insieme ai suoi sgherri, mentre il ricercato Marcello Accoramboni viene consegnato alla severa giustizia papale di Sisto V. Nel gennaio 1586, ossia pochi giorni dopo questi accadimenti, Sisto V si reca a svolgere il Giro delle Sette Chiese, indicando quel pellegrinaggio come un doveroso atto di ringraziamento al Signore, un Dio vendicativo e sanguinario.

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