Scipione contro Annibale

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SCIPIONE CONTRO ANNIBALE

A Roma, in epoca repubblicana, al fine di ottenere importanti incarichi politici ed amministrativi, era condizione indispensabile essere un patrizio, nonché vantare antenati appartenenti alle gentes più antiche e potenti, aventi solitamente grandi latifondi ed annoveranti tra i loro patres dei senatori. D’altronde, anche lo storico romano Sallustio denunciava come “i nobili si passino il consolato di mano in mano”, al termine di un Cursus Honorum che prevedeva necessariamente, per la scalata al vertice, l’essere parte del patriziato cittadino.

In ogni caso, è necessario chiarire come le singole famiglie costituenti il patriziato romano non fossero tutte sullo stesso piano. Da un lato, infatti, c’erano le cosiddette Familiae Maiores, ammontanti secondo Tito Livio a non più di un centinaio di nomi e risalenti alla leggendaria fondazione della città: tra di esse spiccavano, ad esempio, la gens Fabia, la gens Aemilia o la gens Cornelia. Dall’altro lato c’erano invece le Familiae Minores, ossia quelle emergenti anche e soprattutto dal punto di vista economico, spesso legate al commercio o all’artigianato.

GLI SCIPIONI

All’interno della gens Cornelia, grande protagonista della storia repubblicana romana fra il III ed il II secolo a.C., si distinse in particolare il ramo degli Scipioni, con oltre venti componenti della famiglia in grado di ottenere il consolato, tanto da far denominare agli storici, non senza un fondo di verità, questa fase della Repubblica con il soprannome di “secolo degli Scipioni”. Lo scrittore Valerio Massimo, nel I secolo d.C., evidenziò con espressioni lapalissiane la propria sincera ammirazione per questi grandi personaggi: “Dovunque mi volga in cerca di esempi memorabili, che lo si voglia oppure no, mi imbatto inevitabilmente nel nome degli Scipioni”.

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È in tale contesto che va situata l’eccezionale e controversa figura di Publio Cornelio Scipione (235-183 a.C.), grande generale romano, in grado di conquistare la Spagna e di sconfiggere uno dei più grandi strateghi della storia, ossia Annibale. Universalmente noto come “Africano” in virtù del suo trionfo a Zama sul generale cartaginese, il grande eroe dell’Urbe ebbe per parte di padre un bisnonno, un nonno, un padre, uno zio e un fratello consoli. La madre Pomponia, invece, apparteneva a una famiglia di equites, la nuova classe emergente di Roma, composta da latifondisti, armatori, banchieri e commercianti.

L’AVANZATA DI ANNIBALE

La maggiore età di Scipione coincise con l’inizio della Seconda Guerra Punica, nel fatidico anno 218 a.C. Suo padre, l’omonimo Publio Cornelio Scipione, era uno dei due consoli in carica quell’anno e aveva ricevuto la missione di interrompere la marcia di Annibale verso l’Italia, ma fallì nell’intento. Mentre suo fratello Gneo Cornelio Scipione Calvo si dirigeva in Spagna, Publio “senior” guidò il suo esercito ai piedi delle Alpi per cercare di frenare nuovamente Annibale, ma venne sconfitto sulle rive del Ticino. In quell’occasione fu proprio l’eroico intervento del figlio a salvargli la vita; il padre ordinò allora che al coraggioso figlio fosse conferita un’alta decorazione al valor militare, ma questi rifiutò affermando che “quell’atto si ricompensava da sé”. La coraggiosa impresa fruttò comunque al giovane Scipione la fama di soldato ardimentoso e valoroso.

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In quello stesso anno i Romani subirono un’altra grave sconfitta sul fiume Trebbia, seguita, nel 217 a.C., dalla disfatta sulle rive del lago Trasimeno, dove Annibale tese un’imboscata ai Romani, guidati dal console Gaio Flaminio, che non sfuggì al massacro da parte dei Cartaginesi.

Dopo il successivo, umiliante disastro di Canne (216 a.C.), in cui Annibale sconfisse un esercito grande il doppio del suo, Scipione riuscì a risollevare gli animi delle fila romane, tra le quali imperava il disfattismo. A soli 19 anni era già tribuno militare e, secondo lo storico Tito Livio, riuscì a risolvere una situazione disperata, portando in salvo a Canosa i pochi superstiti delle legioni romane, con Annibale ancora nelle vicinanze. Qui iniziò a riorganizzare l’esercito e a studiare la tattica del proprio avversario, mentre al contempo affrontava a muso duro i propri soldati, facendoli giurare che “non avrebbero abbandonato la Repubblica del popolo romano”, sotto la minaccia di trafiggerli con la spada.

Grazie a queste dimostrazioni della sua fermezza, il prestigio di Scipione crebbe fra i soldati e si diffuse anche nei meandri del popolo romano, anche perché lo stesso astuto Scipione approfittò della situazione per accrescere ancor più la propria popolarità vantando una protezione speciale da parte degli dei. Scrive Plutarco a tale riguardo: “Dopo che ebbe vestita la toga virile, la prima azione della sua giornata era di salire al Campidoglio e, una volta entrato, sedere nel tempio e restare solo per un po’. Questa abitudine, che conservò per tutta la vita, fece sì che alcuni prestassero fede alla diceria, diffusa ad arte o casualmente, che fosse di stirpe divina”.

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Anche lo storico Polibio, nel raccontare dell’elezione di Scipione a edile curule (una delle tappe obbligatorie del Cursus Honorum verso la carica di console) ad appena 22 anni, narra che Publio Cornelio presentò la propria candidatura sulla scia di un sogno ricorrente inviatogli dagli dei, che gli avrebbero garantito la vittoria. “Fu così che quanti avevano sentito parlare dei suoi sogni credettero che avesse rapporti costanti con gli dei”, commentò Polibio, evidenziando come ormai il mito di Scipione passasse costantemente di bocca in bocca.

SCIPIONE COME SALVATORE DELLA PATRIA

Mancava soltanto l’occasione per metterlo alla prova, e questa non tardò ad arrivare.

In Spagna, infatti, il padre Publio Cornelio Scipione e lo zio Gneo Cornelio avevano guadagnato terreno nei confronti del Cartaginesi, ricacciando verso sud l’esercito di Asdrubale, fratello di Annibale, ed aggregando al proprio esercito anche le tribù assoggettate ai Cartaginesi. Tutto sembrava favorire la causa romana, finché nel 211 a.C. i Cartaginesi, dopo aver concentrato tutte le loro forze alla sorgente del fiume Baetis (oggi Guadalquivir), sorpresero i due eserciti romani in due diversi momenti, causando due terribili disfatte in cui entrambi i generali romani persero la vita.

Quando la notizia giunse a Roma fu un duro colpo, tanto che dovette essere convocata in fretta e furia l’Assemblea al fine di eleggere un proconsole per la Spagna. “La situazione”, scrive il grande storico romano Tito Livio, “era talmente disperata e si aveva così poca fiducia nella sopravvivenza dello Stato che nessuno aveva il coraggio di prendersi carico del comando supremo della Spagna”. Poi, quasi fosse un coniglio pronto a fuoriuscire da un cilindro magico, venne fuori un giovane di 24 anni, che salì sulla tribuna degli oratori e presentò con autorità la propria candidatura. Così, tra grida e applausi, Scipione fu eletto all’unanimità.

In realtà non si trattò affatto di una mossa istintiva e sregolata: furono l’ambizione di Scipione e la sua determinazione nel voler vendicare la morte del padre a spingerlo a non farsi scappare la ghiotta occasione.

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LA CONQUISTA DELLA SPAGNA

La strategia di Scipione fu elaborata con grande cura: recatosi in Spagna, trovò le sue truppe asserragliate al di là dell’Ebro e quelle dei nemici divise in tre eserciti, ciascuno dislocato a un’estremità della penisola iberica. Sferrò un attacco fulmineo per terra e per mare contro il porto di Cartago Nova (Cartagena), la principale base punica in Spagna, sfruttando la bassa marea della laguna, da lui spacciata agli occhi dei soldati per una volontà divina a suo favore. La presa della città, l’abilità con cui Scipione amministrò la vittoria e la suggestione causata dal mitologico abbassamento delle acque portarono la sua fama alle stelle tra le tribù iberiche della zona, che subito passarono dalla parte di Roma. Per garantirsi la massima fedeltà dai suoi nuovi alleati, Scipione lasciò liberi numerosi ostaggi ispanici e africani, fra cui il giovane Massiva, nipote del re di Numidia Massinissa, la cui riconoscenza e alleanza risulteranno decisive alla fine della guerra.

Nel 208 a.C. affrontò a Baecula (in Andalusia) Asdrubale, che riuscì a fuggire di nascosto e a fare rotta verso nord con l’intenzione di unirsi a suo fratello in Italia. Con la sua partenza, però, la Spagna veniva consegnata quasi completamente nelle mani di Scipione, che si sbarazzò degli altri due eserciti cartaginesi nel 206 a.C. a Ilipa, l’odierna Alcalà del Rio, per poi far cadere anche Cadice, ultimo baluardo cartaginese in Spagna.

Il successo era completo e definitivo: quale diretta (e meritata) conseguenza, nel 205 a.C. Scipione fu eletto console all’unanimità. Forte del suo nuovo titolo, propose a questo punto di attaccare il nemico nella sua stessa patria, l’Africa, obbligando così Annibale ad abbandonare l’Italia. Il piano era coraggioso ma molto pericoloso, e Scipione sapeva bene che il fallimento sarebbe potuto essere dietro l’angolo; anche per questo, oltre che per una corposa dose di invidia, il Senato lo ostacolò in ogni modo poiché avrebbe preferito combattere Annibale in Italia, arrivando proprio a centellinare le risorse da mettere a disposizione del nuovo console. Al seguito di Scipione andarono però numerose città dell’Etruria e del Lazio le quali, perfettamente consce dell’importanza dell’impresa, gli donarono denaro, armi e vettovaglie.

Grazie a queste donazioni, Scipione poté recarsi in Sicilia, dove erano state confinate le legioni superstiti dalla disfatta di Canne con il divieto di tornare a Roma fino a quando Annibale fosse rimasto in Italia: 15.000 uomini, che vedevano nella missione in Africa la possibilità di riscattarsi. Vi aggiunse molte migliaia di volontari italici e, dopo aver riunito una flotta di cinquanta navi, nella primavera del 204 a.C. trasferì 25.000 uomini sulle coste africane, dove si ritrovò a raccogliere quanto avesse seminato, trovando un valido alleato in Massinissa, re di Numidia (corrispondente all’incirca all’attuale Algeria).

LA BATTAGLIA DI ZAMA

Dopo la caduta della città di Utica, strategico snodo africano, Annibale fu indotto a tornare in patria per gestire al meglio lo scontro finale, che avvenne nel 202 a.C. nella pianura di Zama, presso Cartagine.

Molti storici raccontano che, il giorno prima della battaglia, avvenne il leggendario incontro fra Scipione ed Annibale: le due personalità erano però troppo forti e sicure di sé per mollare anche solo un palmo della propria autorità, e la possibilità di trovare un accordo allo scopo di evitare lo scontro si dimostrò impraticabile.

All’alba del giorno seguente ebbe luogo la battaglia: i Cartaginesi combattevano per la propria sopravvivenza e per il dominio dell’Africa, i Romani per abbattere definitivamente un nemico implacabile e per estendere ancor di più il proprio controllo sul Mediterraneo. In quel di Zama, la posta in gioco era altissima.

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Scipione poteva contare su 25.000 Romani e 10.000 Numidi; Annibale schierò 50.000 uomini, insieme a 80 elefanti. Polibio racconta che Annibale posizionò i suoi elefanti davanti alla fanteria e scatenò la loro carica, come era avvenuto con successo a Canne, ma Scipione, che all’epoca aveva studiato a fondo questa strategia di Annibale, avviò la contromossa e ordinò ai suoi di suonare le trombe e lanciare alte grida cosicché i pachidermi, terrorizzati, si rivolsero all’indietro contro gli stessi Cartaginesi, scompaginandone le fila. Il generale romano scatenò allora la cavalleria numida di Massinissa e, dopo una serie di combattimenti a fasi alterne, durante i quali per un certo tempo sembrò che i Romani dovessero venire sconfitti, i due alleati riuscirono a sbaragliare l’esercito punico. Annibale riuscì a fuggire, ma secondo Polibio le perdite cartaginesi ammontarono a 20.000 uomini più 20.000 prigionieri, mentre i Romani persero solo 1500 uomini.

Il vincitore dello scontro fu Scipione, ma entrambi i condottieri furono all’altezza della situazione e si mostrarono saggi e lungimiranti: da un lato Scipione fu duro ed inflessibile nel dettare le sue condizioni di pace, senza accanirsi contro i vinti, dall’altro Annibale indusse il Consiglio della sua città ad accettarle senza opporre resistenza. Quel che è certo è che tutti, dopo aver osservato la battaglia, concordarono sul fatto che entrambi i condottieri fossero stati abilissimi, e che l’unico a potersi definire sopra di essi era il leggendario (ed unico) Alessandro Magno.

IL TRIONFO

Il ritorno di Scipione in patria dopo la vittoria su Annibale fu trionfale. Secondo Tito Livio “egli giunse a Roma attraverso l’Italia esultante per la pace non meno che per la vittoria: le città sì svuotavano per rendergli omaggio ed i contadini in massa accorrevano a scortarlo lungo il percorso; entrò in città nella sfilata trionfale più famosa di tutte”.

Negli anni successivi Scipione fu senza alcun dubbio il personaggio più amato dal popolo e dall’esercito. Tutte le sue proposte erano accettate per acclamazione; si celebrarono dei sontuosi giochi al fine di rispettare un voto che Scipione aveva fatto in Africa; furono assegnate delle terre ai suoi veterani di Spagna e Africa; i suoi suggerimenti circa i candidati da eleggere nelle alte magistrature corrispondevano sostanzialmente ad un vero e proprio ordine. Nel 194 a.C. gli fu affidato nuovamente il consolato, e subito i censori lo collocarono al primo posto tra i senatori (princeps senatus): Scipione potrebbe essere definito una sorta di “re senza corona” dal carisma incommensurabile, il cui prestigio si rifletteva fulgidamente sulla sua famiglia e sui suoi eredi.

I CONTRASTI CON CATONE

Non tutto è oro quel che luccica, però. In Senato, Scipione era in effetti bersaglio dell’ostilità di un importante raggruppamento che, fin dalla sua nomina straordinaria a proconsole di Spagna, riteneva nocivo per la Repubblica che un singolo individuo potesse accumulare tale e tanto potere, facendo di esso un uso obiettivamente ben poco ortodosso. A capo di questa fazione ostile c’era il celebre Marco Porcio Catone, maggiormente noto col suo appellativo di “il Censore”, che era esattamente l’opposto di Scipione: un homo novus (non nobile) appartenente alle classi meno agiate, abile e implacabile politico, geloso custode della libertà repubblicana e pertanto nemico dichiarato dell’oligarchia patrizia.

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Nel frattempo, preoccupato di rinsaldare la forza di Roma e desideroso di espandere la sovranità dell’Urbe verso l’Oriente, Scipione l’Africano affiancò il fratello console Lucio Cornelio Scipione, poi soprannominato l’Asiatico, nella spedizione contro Antioco III di Siria, durante la quale si scontrò ancora con il suo antagonista Annibale. Questa campagna si concluse, dopo la vittoria di Magnesia da parte dei Romani, con la pace di Apamea (188 a.C.) che diede a Roma il dominio anche sull’Asia Minore e sulla Grecia.

Se il successo militare arrise ai Romani, fu la controparte politica a presentare un conto salatissimo: Catone infatti accusò ì due fratelli di aver tenuto per sé parte degli indennizzi richiesti ad Antioco. Per quanto riguarda l’Africano ciò era impensabile, non altrettanto poteva dirsi per suo fratello, sicuramente meno etico: entrambi furono quindi coinvolti nel medesimo processo, dapprima in Senato e quindi dinanzi all’Assemblea popolare.

Publio Cornelio Scipione si ribellò con veemenza e dignità, spalleggiato come sempre dal popolo: il giorno in cui fu discusso il suo caso si rifiutò di ascoltare i pubblici ministeri e, poiché ricorreva l’anniversario della battaglia di Zama, salì sul Campidoglio seguito dalla folla per rendere grazie a Giove. Fu in realtà il suo ultimo giorno ufficiale di trionfo, poiché ormai l’animo e l’orgoglio di Scipione erano stati irrimediabilmente feriti a morte.

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LA VECCHIAIA E LA MORTE

Amareggiato, egli scelse di ritirarsi nella sua villa di Liternum, in Campania, non volendo sapere più niente di Roma. Fu nella sua dimora extraurbana, nel 188 a.C., che Scipione venne a sapere della morte di Annibale, suo inseparabile compagno di viaggio nella storia: alla notizia della morte di colui che aveva rappresentato il più grande ed il più nobile dei sui nemici, con il quale aveva intrecciato più volte la propria esistenza a filo doppio, Scipione venne colto da un pessimo presagio di morte.

Scipione ed Annibale furono militarmente molto diversi. Il cartaginese rappresentava il genio, la spregiudicatezza, con un’incredibile capacità di leggere le battaglie e inventarsi mosse inaspettate; Scipione era un generale più strutturale e metodico, in grado di studiare ed esaminare le mosse del nemiche per replicarle con maggiore accuratezza, perfezionando le tecniche di guerra dello stesso Annibale.

Al tempo stesso, Scipione ed Annibale furono umanamente molto simili. Entrambi andarono audacemente a sfidare il nemico in trasferta; entrambi lottarono anima e corpo contro le invidie della classe politica; entrambi trascorsero più tempo all’estero che in patria; entrambi morirono in esilio volontario, lontani dalla patria che avevano reso grande.

Secondo lo storico Valerio Massimo, Scipione morì nel 188 a.C. a 52 annisenza dire una sola parola, anche se comandò dì incidere sulla sua tomba il seguente epitaffio: ingrata patria, non avrai le mie ossa”.

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8 pensieri su “Scipione contro Annibale

  1. Bruno Boldrini dice:

    Questa rievocazione mi procura una certa tristezza . E’ solo cambiatoil periodo temporale ma l’uomo no’

  2. Roberto dice:

    Sintetico e preciso, di Annibale si sa poco della sua vita in esilio e dove sia la sua tomba, ma dell’epopea fino a Zama il racconto è completo

  3. Alberto Braggiotti dice:

    Mi pare di ricordare che c’è una tomba di Annibale in Turchia, più precisamente in Tracia, zona di Edirne (Adrianopoli)

    • Vincenzo dice:

      Salve Alberto. Ho trascorso qualche giorno per approfondire la questione, e mi sento di poter affermare con relativa sicurezza che il luogo della tomba di Annibale sia ancora sconosciuto, a dispetto di alcune (talvolta fantasiose ipotesi) che la localizzerebbero in svariati luoghi. Credo che Lei, nel dettaglio, si riferisca alla leggenda che vedrebbe la tomba del grande generale a Gebze, in Turchia, su una simbolica collina decorata da cipressi 🙂

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