Buffalo Bill a Roma

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BUFFALO BILL A ROMA

Secondo la tradizione dei circhi americani ed europei dell’inizio del XX secolo, per cui “a grande spettacolo doveva corrispondere grande réclame”, alcuni dei maggiori quotidiani italiani presentarono nel 1906 vistose inserzioni pubblicitarie dedicate al programma del circo Buffalo Bill’s Wild West, che doveva esibirsi in quell’anno a Roma, Milano, Verona, Bologna e Palermo.

Lo spettacolo comprendeva numeri di equitazione, acrobazia e giocoleria, nonchè pantomime equestri come la Carovana di emigranti, i Ladri di cavalli, l’Ultimo combattimento del Generale Custer, l’Attacco alla diligenza ed Il massacro di Fort Apache, tutti titoli (specialmente questi ultimi) che più tardi sarebbero diventati familiari ai frequentatori dei cinematografi ed agli amanti delle pellicole western.

La Tribuna illustrata, parlando delle rappresentazioni date da Buffalo Bill a Roma con grande concorso di pubblico, affermava che la sua carovana fosse davvero grandiosa: quattro treni con 51 vagoni, con 800 uomini e 500 cavalli. Il cronista venne in particolare colpito dall’impressionante rapidità (appena due ore) con cui venne installato l’accampamento, esaltandone la matematica precisione.

In realtà, non era questa la prima volta che il pubblico romano correva ad ammirare il circo del Wild West, né che il celebre Colonnello Cody si presentava in Europa. C’era difatti stato un primo soggiorno a Londra nel 1887, poi un altro viaggio a Parigi nel 1890 per l’Esposizione Universale; quindi, Cody era passato in Spagna e da lì, toccando la Corsica e la Sardegna, dopo aver superato una terribile tempesta, gli uomini del West erano arrivati a Napoli, dove non mancarono di eseguire le loro esibizioni anche nei pressi di Ercolano e Pompei.

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Infine, come racconta John Burke, storico biografo della spedizione europea di Buffalo Bill, “passarono a Roma, e ricevuti in Vaticano riportarono una profonda impressione dal fasto della corte di Leone XIII. Si fecero fotografare al Colosseo, le cui rovine imponenti sembravano esprimere il rimpianto silenzioso e solenne che la vasta e antica arena non fosse abbastanza grande per tale esibizione moderna di lotte, finte in una concezione di cui Roma era stata la prima culla, ed eseguite da indiani primitivi che i romani, conquistatori del mondo, non avevano neppure sospettato. Dopo le fotografie rituali, la banda di Sioux selvaggi andò in giro per l’arena, dove prima erano state le gabbie dei leoni, apprendendo con interesse, tra le rovine, la storia di Romolo, Cesare, Nerone. Quei selvaggi, ascoltando la storia nel punto stesso in cui pronunciavano ‘‘Morituri te salutant’” coloro che erano destinati ad una morte crudele, davano una ben strana impressione in tale quadro storico. Il Wild West al Colosseo! Firenze, Bologna, Milano, Verona furono in seguito le città dove noi ci arrestammo. L’arena superba e ben conservata di Verona, più vasta ancora di quella del Colosseo, potendo contenere 45.000 persone, fu per autorizzazione speciale messa a disposizione della compagnia, e la patria della eroina di Shakespeare aggiunse un nuovo quadro a quelli che si erano incisi nella memoria del Pelle Rossa, nel corso del suo viaggio nella terra d’origine dei propri conquistatori. Gli indiani furono quindi condotti da Buffalo Bill alla bella Venezia dove ammirarono le meraviglie dell’arte concepite e realizzate dall’uomo bianco e si fecero fotografare a Palazzo Ducale, in piazza San Marco e in gondola”.

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Il racconto di Burke continua con la enumerazione delle visite ed esibizioni in Germania, Belgio e Gran Bretagna, fino al ritorno in Europa di Cody nel 1902 per riportare, ancora più ricco e maestoso, uno spettacolo irripetibile, in cui ai cowboys e indiani si univano i beduini, gli arabi, i cosacchi, i messicani e i giapponesi. Erano spettacoli di grandi pantomime militari, ma anche di rievocazioni di autentiche lotte avvenute tra pellirosse e bianchi nelle praterie americane, nelle quali avevano veramente partecipato gli stessi capi Sioux che ora si esibivano agli ordini di Buffalo Bill, meraviglioso maestro nell’arte dell’equitazione, eccezionale regista di spettacoli e ricostruttore di quelle cavalcate, imboscate e mischie crudeli che egli stesso aveva vissuto, da solo o con altri valorosi pionieri.

L’impatto di Buffalo Bill con Roma fu letteralmente devastante. Ecco ciò che ne scriveva il corrispondente speciale da Roma del New York Herald, in un resoconto datato 3 marzo 1890: “Uno degli spettacoli più strani che siano mai stati contemplati fra le mura austere del Vaticano è stato l’ingresso sensazionale compiuto questa mattina da Buffalo Bill alla testa dei suoi indiani e cowboys, nel momento in cui la corte ecclesiastica e militare della Santa Sede si era riunita per assistere al Te Deum annuale di Leone XIII, in occasione dell’anniversario della sua incoronazione. In questo quadro splendido, tra gli affreschi immortali di Michelangelo e di Raffaello, e in mezzo alla più antica aristocrazia romana, apparve improvvisamente una banda di selvaggi con le facce dipinte, coperti di piume e di armi, armati di accette e di coltelli. Una folla enorme si era riunita di buon’ora sulla grande piazza di San Pietro per assistere all’arrivo degli americani. Alle nove e mezzo, il Palazzo reale e la Cappella Sistina erano pieni di coloro che erano riusciti a penetrarvi. Il corteo era fiancheggiato da guardie svizzere in scintillanti uniformi, dai gendarmi papali e dai camerlenghi. I raggi di un sole radioso si rispecchiavano in mille riflessi sugli acciai brillanti, sulle piume multicolori, sulle catene d’oro, sui vestiti di seta in toni vellutati, e infine su tutti gli sfavillanti emblemi del potere e della gloria pontificale. Improvvisamente una bella e cavalleresca figura apparve. Tutti gli sguardi si volsero nella sua direzione: era il Colonnello William F. Cody, detto Buffalo Bill. Salutò i camerlenghi con un largo gesto e avanzò tra i ranghi delle guardie.

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Rocky Bear conduceva i guerrieri Sioux che chiudevano la marcia. Essi avevano vestimenti di tutti i colori, dovuti alla immaginazione eccentrica degli indiani; ogni uomo portava il necessario per ‘fare la grande medicina” in presenza del “grande spirito”. Rocky Bear, roteando gli occhi nelle orbite, le mani incrociate sul petto, avanzò in questo mare di colore, in punta di piedi. I suoi bravi lanciavano sguardi furtivi sulle alabarde degli svizzeri e sulle loro lame a due punte. Gli indiani e i cowboys furono piazzati nell’angolo sud del salone e il colonnello Cody, condotto alla Cappella Sistina dai camerlenghi, vi fu ricevuto da miss Sherman, figlia del generale Sherman. Una principessa lo invitò quindi a prendere posto nella tribuna della nobiltà romana. Egli aveva pertanto davanti a sé tutto il brillante corpo diplomatico ed era contornato dal principe e dalla principessa Borghese, dal marchese Serlupi, dalla principessa Bandini, dalla duchessa Grazioli, dal principe e dalla principessa Massimo, dal principe e dalla principessa Ruspoli, e da tutte le antiche famiglie romane. AIlorché il Papa apparve nella Sedia Gestatoria portata dalle guardie, preceduta dai cavalieri di Malta, dai cardinali e arcivescovi, i cowboys si inchinarono insieme agli indiani.

Rocky Bear si inginocchiò e si fece il segno della croce. Il Pontefice si chinò affettuosamente verso questi uomini dal portamento rozzo e selvaggio e li benedì mostrandosi colpito dal loro atteggiamento. Gli indiani erano come esaltati: erano stati preavvisati che non dovevano emettere nessun suono ed a stento si riuscì ad impedire che lanciassero i loro gridi selvaggi. Il Papa guardò il colonnello Cody con curiosità quando gli passò davanti, e il grande esploratore si inchinò profondamente per ricevere la benedizione papale. Dopo la Messa, accompagnata dai cori, nel corso della quale la voce sonora di Leone XIII risuonò ripetutamente attraverso la Cappella, il numeroso ed eccezionale pubblico lasciò il Vaticano”.

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Lo stesso corrispondente del New York Herald inviò per cablogramma al proprio giornale, il giorno 4 marzo 1890, l’articolo inerente il modo in cui i cowboys domarono i cavalli selvaggi di Roma: “Tutta Roma oggi è attratta da una riunione di ammaestramento data dai cowboys di Buffalo Bill su cavalli selvaggi di proprietà del principe Sermoneta. Da molti giorni, le autorità romane erano impegnate nel far erigere speciali barriere di protezione contro eventuali incidenti. I cavalli appartengono alle scuderie del principe Sermoneta e il principe stesso aveva dichiarato che nessun cow-boy al mondo potesse montarli. I cowboys risero di tale dichiarazione e proposero di montarne almeno uno, a patto di riservarsi la scelta. La gente pensava che più di un uomo sarebbe rimasto ucciso o storpiato in questo esperimento. L’ansietà e l’entusiasmo erano al colmo. Più di duemila vetture erano scaglionate intorno al recinto, mentre circa 20.000 persone erano raggruppate lungo speciali palizzate. Lord Dufferin e molti altri diplomatici si trovavano sui palchi. Si notavano la signora Crispi, il principe Torlonia, la signora Depretis, la principessa Colonna, la baronessa Rengis, la principessa Brancaccio e molti conoscitori appartenenti alla alta aristocrazia. In cinque minuti i cavalli furono domati. Due di queste bestie selvagge furono montate senza sella né briglia nell’arena. Buffalo Bill le dichiarò domate: esse tentarono di ribellarsi, fecero scarti in tutte le direzioni, si piegarono, si curvarono in tutti i sensi, ma invano. I cowboys le presero al laccio, le sellarono, le calmarono, le montarono e le fecero caracollare intorno all’arena, tra gli applausi frenetici ed entusiastici della folla”.

Quello che il corrispondente del giornale newyorkese non scrisse fu che la sfida patrocinata dal vecchio duca di Sermoneta e disputatasi ai Prati di Castello, allora disabitati, fu soprattutto una battaglia d’onore fra i cowboys del Far West e gli italianissimi butteri delle paludi.  

Il buttero romano Augusto Imperiali, infatti, raccontò in ben altro modo la stessa avventura, avvenuta più o meno dove oggi si erge il “Palazzaccio”, ossia l’odierna Corte di Cassazione. “Una sera io e un altro buttero, Alfonso Ferrazza, siamo andati a vedere lo spettacolo. Buffalo Bill meravigliava come tiratore di carabina e i suoi uomini prendevano i cavalli al laccio, entusiasmando tutti. Mostravano come si faceva a domare i cavalli selvaggi. Ferrazza mi diceva che quelle bestie erano ammaestrate, e che non avrebbero fatto tanto i bulli con un puledro dei nostri”.

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Buffalo Bill, come ad ogni spettacolo, lanciava una sfida ai presenti, nel caso in cui volessero dimostrare di essere altrettanto bravi. Imperiali e Ferrazza discussero sul da farsi nei giorni seguenti, a Cisterna di Latina, ed alla fine decisero di accettare la sfida, a patto però che si usassero cavalli della campagna romana: tempo cinque minuti per prenderli al laccio, sellarli, montare in sella, ridurli mansueti, senza farsi disarcionare. Buffalo Bill, sicuro di vincere, fece una grande pubblicità alla sfida, tanto che ad osservare la competizione giunse un pubblico enorme.

Riprendiamo a questo punto il racconto di Augusto Imperiali: “I primi a scendere in pista erano stati gli americani. Buffalo Bill aveva gridato in inglese e poi fatto tradurre dall’interprete: ‘‘Cinque minuti sono anche troppi per noi. Faremo vedere come si doma un cavallo selvaggio nel Texas”. Con il laccio se l’erano cavata bene: al terzo lancio avevano preso uno dei quattro cavalli che avevamo portato da Cisterna e che fino allora non era mai stato sellato. Ma il sistema americano era di tirare il puledro contro la palizzata, buttarlo a terra e mentre quattro uomini lo tenevano fermo in quella posizione gli avevano allacciato la sella: uno dei cowboys gli si era messo a cavalcioni (e la bestia era sempre distesa al suolo) di modo che quando si era alzata era rimasto in groppa. Ma intanto gli avevano legato due funi, una al collo e una ai testicoli, e i quattro capi erano tenuti da quattro cowboys che, tirando al momento opportuno, impedivano al cavallo di impennarsi e fare saltamontoni”.

Arrivò questo punto il turno dei butteri. “Noi il cavallo l’abbiamo sellato in piedi, lasciandolo sfogare a tirare calci e tenendolo solo al laccio. Lo abbiamo sellato a regola d’arte, con bardella guarnita di sottopancia, groppiera e pettorale. Ferrazza era montato in groppa ed io mi affrettai a togliere il laccio, lasciando la bestia libera di fare tutte le bizzarrie che volesse. Il puledro, accortosi di avere i movimenti liberi, iniziò una serie impressionante di saltamontoni. Si dibatteva con tanto impeto che Ferrazza cadde, ma io, che ero al di là della staccionata, ero saltato con un volteggio nella pista, avevo rincorso il puledro, ero riuscito ad aggrapparmi alla coda, e con un salto da acrobata ero balzato in sella. Che sgropponate! Io non mollavo: c’erano migliaia di romani che mi guardavano e incitavano; e in mezzo a quella folla c’erano tutti i butteri di Cisterna. Ho tenuto duro. Quando ho visto che il cavallo stava per cedere, l’ho afferrato per le grascelle, incitandolo a ribellarsi sempre più”.

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Nell’esaminare il resoconto, pare chiaro che Augusto Imperiali fu in grado di rimanere in sella finché la bestia, esausta, non cessò di saltare. Il buttero lo aveva domato e fu invitato a fare il giro della pista in trionfo: Buffalo Bill, cavallerescamente, si dimostrò più entusiasta di tutti, facendo portare molte bottiglie di spumante. Per esaltare ancor di più la folla, ne approfittò per dare una nuova prova della sua bravura e prese di mira i turaccioli dello champagne, via via che saltavano, senza sbagliare un colpo.

A Roma il colonnello Cody continuò ad acquistare larga popolarità: dopo la visita in Vaticano fu ricevuto nei più eleganti salotti, dove erano molto apprezzate le sue maniere un po’ antiquate di avventuriero galante, e visitò anche il Caffè Greco presentandosi con i suoi cowboys e pellirosse, come dimostrato alcune celebri foto presenti proprio nello storico locale.

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