La Roma di Dante Alighieri

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LA ROMA DI DANTE ALIGHIERI

Nell’ottobre del 1301, Dante Alighieri venne a Roma come componente di un’ambasceria inviata dai cittadini di Firenze a Papa Bonifacio VIII al fine di offrire concordia e pace da parte della città toscana, preoccupata per la presenza in territorio italiano di Carlo di Valois, nominato delegato pontificio per la Toscana.

All’epoca, un viaggio da Firenze a Roma durava più o meno sette giorni, e non era una passeggiata. Si arrivava da nord, dalla parte di Monte Mario che allora era adorno di torri merlate e mura possenti, e si poteva godere di una delle più belle viste su Roma. Fu forse proprio questa prima impressione della Città Eterna a spingere Dante a citare il suddetto colle paragonandolo all’Uccellatojo, piccola collina a cinque miglia da Firenze; il paragone, in realtà, è particolarmente interessante poiché sottolinea non solo le similitudini morfologiche fra le due città, ma anche quelle negative, con entrambi i luoghi gustati dalla rovina della corruzione e dei facili guadagni.

In effetti, la Roma dei tempi dell’Alighieri era in notevole decadenza: contava 35.000 anime, rispetto ai 90.000 abitanti di Firenze, in un’Italia che complessivamente raggiungeva più o meno gli otto milioni di abitanti. La campagna romana appariva incolta e arida, con sporadici casali circondati da orti e da vigne, e qua e là un pastore col suo gregge al pascolo; punteggiavano l’orizzonte le rovine dei grandi acquedotti romani e di antiche Villae Rusticae, ormai invase da erba e sterpaglie, mentre dai vecchi palazzi diroccati venivano prelevati i laterizi da utilizzare per costruire sgraziati fortilizi per le nuove famiglie.

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Roma deve essere apparsa a Dante irta di torri minacciose, come quella dei Conti o quella delle Milizie, acquistata proprio in quegli anni dalla famiglia Caetani a cui apparteneva anche lo stesso Pontefice, senza contare le oltre trecento torri collocate, più o meno diroccate, sulle Mura Aureliane e su altri edifici di difesa. Si pensi, in tal senso, alla fortezza dei Savelli sull’Aventino, alle fortificazioni dei Frangipane nel Colosseo, sul Palatino e verso il Velabro, ai Pierleoni che avevano trasformato il Teatro di Marcello in una piccola fortezza, così come i Colonna avevano fatto con il Mausoleo di Augusto. La Roma Antica, con la sua grandiosa maestosità, era stata cancellata, anche se della sua passata magnificenza erano ancora mute testimonianze le rovine sparpagliate nell’Urbe.

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Oltre all’allevamento, l’unica vera industria di Roma erano i pellegrinaggi, intensificatisi con l’Anno Santo del 1300, ossia il Giubileo indetto proprio da Bonifacio VIII. In effetti, proprio grazie all’enorme afflusso di pellegrini, moltissimi romani si arricchirono offrendo alloggi a prezzi elevatissimi e grazie alla vendita delle derrate alimentari: secondo alcuni conteggi, Roma venne invasa da un surplus quotidiano di popolazione pari a circa 200.000 persone.

È proprio un’immagine della folla di pellegrini durante il Giubileo di Bonifacio VIII a rappresentare il riferimento più diretto, inteso come esperienza vissuta, che Dante Alighieri utilizza nella sua Divina Commedia per raccontare la Roma del suo tempo. Nel descrivere infatti due schiere di dannati che, nella prima bolgia dei fraudolenti, avanzano in senso contrapposto, adduce come esempio la duplice schiera di pellegrini che disciplinatamente procedono nei due sensi sul ponte di Castel Sant’Angelo, al fine di evitare crolli dovuti alla gran ressa.

Come i Roman, per l’esercito molto,

l’anno del Giubileo su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto

che da l’un lato tutti hanno la fronte

verso il Castello e vanno a Santo Pietro

da l’altra sponda vanno verso il monte.

Considerando che Dante Alighieri parla con dovizia di dettagli di Castel Sant’Angelo e Monte Giordano, pare plausibile affermare che Dante Alighieri abbia percorso davvero tale ponte, sebbene forse solo l’anno successivo rispetto a quello del Giubileo. Questa descrizione fornita dal Sommo Poeta potrebbe, a detta di alcuni storici, indicare anche l’abitazione di Dante, che alloggiava probabilmente lungo Via dei Coronari, dove all’epoca erano situate le migliori locande di Roma.   

Un’altra immagine di pellegrini in cammino verso Roma si ritrova nella Vita Nova, in cui Dante ricorda la venerata reliquia della Veronica, conservata in San Pietro fin dall’VIII secolo. L’immagine del viso di Gesù, impressa nel velo con cui Veronica asciugò il volto insanguinato di Cristo è però evocata anche nella Divina Commedia, dove è descritta l’emozione di un pellegrino probabilmente croato nel contemplare la venerata reliquia:

Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra

che per l’antica fame non si sazia

ma dice nel pensier finchè si mostra:

Segnor mio Gesù Cristo, Dio verace

or fu sì fatta la sembianza vostra.

Da questi versi traspare una fede semplice e sincera, che quasi trasfigura i volti dei pellegrini che, giungendo a Roma, hanno persino l’occasione di ammirare le fattezze di Gesù Cristo, in un’emozionante anticipazione del Paradiso. In fondo, fu probabilmente lo stesso stupore, come abilmente narra Dante nel Canto XXXI del Paradiso, provato dai barbari arrivati a Roma da lontane “plaghe boreali”, dominate dall’Orsa Maggiore (Elice), apportatrice di freddo assieme alla costellazione di Boote, ritenuta il figlio della prima.

Se i barbari, venendo da tal plaga,

che ciascun giorno d’Elice si cuopra,

rotante col suo figlio ond’ella è vaga,

veggendo Roma e l’ardua sua opra,

stupefaciensi quando Laterano

a le cose mortali andò di sopra.

Probabilmente, le parole di Dante sono così azzeccate perché egli stesso provò il medesimo stupore nell’ammirare il Patriarchio Lateranense, simbolo ai suoi occhi della continuità fra la Roma pagana e quella cristiana. Fu proprio in Laterano che Dante, insieme con gli altrui ambasciatori, fu ricevuto dal Santo Padre Bonifacio VIII, e fu forse proprio il comportamento autoritario del Papa, con la sua perentoria pretesa di soggezione assoluta e l’abuso della sua autorità spirituale per ottenere vantaggi temporali, ad ispirare l’agghiacciante ritratto dantesco che emerge dal colloquio fra Bonifacio VIII e Guido da Montefeltro. In questa occasione, il Pontefice apparve agli occhi di Dante talmente posseduto da cupidigia e sete di potere che “le sue parole parver ebbre”.

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Inizia qui la durissima critica di Dante al Papa ed alla sua Roma, talmente serva del dio denaro da diventare il luogo “laddove Cristo tutto dì si merca, come scrive il Sommo Poeta nel Canto XVII del Paradiso. Era una città guidata da un condottiero corrotto e disorientato, che incrinava la sua alta missione spirituale arrivando al punto di tradire i propri figli invece di guidarli:

Lo principe di nuovi farisei

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin né con Giudei,

chè ciascun suo nimico era cristiano.

In quel palazzo del Laterano, simbolo architettonico ormai svilito dello sviamento spirituale del Pontefice, Dante vide con ogni probabilità anche la Lupa Capitolina, oggi esposta nei Musei Capitolini ma un tempo conservata nella Sala della Giustizia; si trattava di un simbolo ben conosciuto dal popolo, che era solito dire, con una punta di ironia, “eamus ad lupam” per indicare il Laterano come meta del viaggio. Dante rivide in quella lupa la dispregiativa interpretazione data all’animale dai bestiari medievali, che ne facevano il simbolo dell’incapacità di contenersi, della lussuria e soprattutto di un’irrefrenabile avidità e cupidigia, ancor più se assimilata alla sprezzante volontà di dominio di Papa Bonifacio VIII: era quel desiderio smodato di ricchezze e di potere a rappresentare il male peggiore che affliggeva l’umanità, in particolare il clero corrotto ed i Pontefici ammaliati dal potere temporale.

A ben riflettere, sembra essere proprio la lupa la più pericolosa fra le tre fiere che lo insidiano all’inizio della Divina Commedia, “che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza”, ed è proprio la lupa ad avere una natura “sì malvagia e ria che mai non empie la bramosa voglia e dopo il pasto ha più fame che pria”.

Ci sono molti altri ricordi del soggiorno romano nelle parole di Dante Alighieri. Ad esempio, la faccia del gigante Nembrotte, che era “lunga e grossa come la pinea di San Pietro a Roma, oggi conservata in Vaticano all’interno del Cortile del Bramante in un monumentale nicchione, oppure “la guglia di San Pietro” citata dal Sommo Poeta nel Convivio e da molti studiosi assimilata al grande obelisco egizio che decorava il Circo di Nerone e che poi, alla fine del XVI secolo, venne faticosamente spostato al centro di Piazza San Pietro.

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Fu però soprattutto alla Roma Antica che Dante si volse con rispetto ed ammirazione, contrapponendone la bontà delle leggi e la moralità delle virtù alla miseria e ai vizi della Roma moderna ed anche della sua Firenze, dove se qualcosa di buono è rimasto è proprio l’eredità del sangue romano:

in cui rivive la sementa santa

di que’ roman che vi rimaser quando

fu fatto il nido di nequizia tanta.

Era questa Roma che Dante apprezzava, definita nel Paradiso la città “che fè i romani al mondo reverendi”. Secondo l’Alighieri, la Divina Provvidenza aveva fissato fin dall’eternità la gloriosa sorte civile e religiosa di questa città, che Dante esaltò e vagheggiò quale fosse, nella sua fantasia da esule, la metafora della Gerusalemme Celeste, dove ogni umano contrasto si sarebbe acquietato nella pace eterna.

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