I pittori del Grand Tour a Roma

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I PITTORI DEL GRAND TOUR A ROMA

Nel corso dei secoli, Roma costituì sempre un “incontro fatale” per chiunque, artista o semplicemente viaggiatore, giungesse da oltralpe nella Città Eterna desideroso di scoprirne le bellezze e gli angoli più reconditi. Il suo fascino si caratterizzava proprio per il mescolarsi ed il sovrapporsi di molteplici aspetti e svariate antinomie: città e campagna, antico e moderno, pagano e cristiano, che a seconda delle epoche prevalevano vicendevolmente.

In particolare, fu l’ambivalente oscillazione fra sacro e profano a fare la fortuna dell’Urbe nell’ambito di quei grandi viaggi che caratterizzarono l’ultimo millennio di storia. Con il Giubileo del 1300, Roma prese definitivamente il posto di Gerusalemme come “città santuario”, divenendo meta di pellegrinaggi e viaggi dell’anima ai quali solo oltre un secolo dopo si affiancarono erudite esperienze alla scoperta delle antichità classiche. Man mano che si proseguiva nei secoli, ovviamente, la motivazione culturale si affiancava ed in alcuni momenti addirittura superava quella religiosa, fino ad arrivare al XVIII secolo, quando sulla scia della nascita dell’archeologia come scienza e delle nuove grandi campagne di scavo, il viaggio a Roma divenne essenzialmente un’esperienza laica ed artistica.

In tal senso, il periodo d’oro della Città Eterna si ebbe fra il 1760 ed il 1820, quando i valori dell’Antica Roma iniziarono ad assumere una sorta di carattere universale sia nel campo artistico che in quello delle scienze umanistiche. Fu proprio a Roma, grazie allo splendore delle sue vetuste antichità, che nacque l’Arte Neoclassica: con l’espandersi delle nuove teorie basate sul “bello ideale” e sull’imitazione dell’antico, ogni angolo della città divenne oggetto di interesse, con le vestigia del passato che proiettavano le loro languide ombre sul selciato.

A testimonianza di questa “febbre di Roma”, ancor oggi rimangono in musei e collezioni private una moltitudine di incisioni, acquerelli, disegni e dipinti realizzati talvolta con una precisione ed un livello di dettaglio quasi maniacale, miranti ad analizzare e descrivere monumenti e scorci di ogni genere.

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Venne così a nascere una sorta di turista colto ed elegante, capace di cogliere con piena sensibilità l’essenza dei luoghi e di riportarla in una gradevole memoria grafica, per la felicità di antiquari e collezionisti, mercanti e appassionati, che si ritrovarono travolti dall’amore per un passato sublime e forse irrecuperabile. La presenza fisica dei monumenti dell’Antica Roma, poi, esercitò un fascino ancor più irresistibile sugli artisti stranieri, che venivano attratti dalle memorie storiche di Roma come api dal nettare dei fiori.

Ecco quindi la Campagna Romana iniziare ad infiltrarsi negli occhi e nel cuore dei visitatori stranieri: un paesaggio malinconico, austero e selvaggio, che per usare le parole di Madame de Stael “è senza dubbio un deserto, perché non ci sono né alberi né case, ma la terra è coperta da un’energica vegetazione e da piante parassite che si infiltrano nelle tombe e adornano le rovine, quasi che la natura rigogliosa abbia rifiutato tutti i lavori dell’uomo”.  

I pittori del XVIII secolo diedero della Campagna Romana una visione idealizzata, spesso contrastante con le osservazioni dei viaggiatori sulla tristezza ed aridità dei luoghi attraversati. Un secolo dopo, però, si raggiunse un maggiore realismo: in tal senso, il contributo britannico allo svilupparsi di questa corrente fu di primaria importanza, poiché i viaggiatori inglese portarono con sé una assai consolidata tradizione pittorica legata al paesaggio. Con l’istituzione nel 1822 della British Academy of Art in Rome, poi, si diede inizio ad una assai felice stagione artistica: pittori come William Turner, comunemente noto come “il pittore della luce”, e Charles Eastlake, pittore che contribuì a sviluppare la collezione nazionale di dipinti dell’Inghilterra, si distinsero per i notevoli effetti chiaroscurali che li resero ineguagliabili nell’uso dell’acquerello. I giochi di luci ed ombre, tipici del paesaggio italiano, indussero artisti inglesi come Charles Coleman ad andare a cercare paesaggi ancora non del tutto esplorati, come ad esempio le Paludi Pontine, al fine di cogliere i panorami dal vero nella loro reale luminosità.   

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Attorno a Piazza di Spagna, che divenne una sorta di centro culturale e artistico della città, con le sue locande e le sue taverne, iniziò poi a crescere costantemente anche il numero di artisti tedeschi, tutti pervasi da fremiti romantici, che si ritrovavano al Circolo di Palazzo Poli per scatenarsi in appassionanti dibattiti e creare una nuova tendenza artistica. Ed ecco comparire, quale fosse la facciata contrapposta della medaglia del Neoclassicismo, anche il Romanticismo più puro, mirante alla scoperta di un mondo puro e durevole, caratterizzato dall’esaltazione di una natura incontaminata dall’elemento umano.

Johann Christian Reinhart e Johann Martin von Rohden, solo per citarne due, partendo da una concezione classica legata a Nicolas Poussin arricchirono i loro paesaggi di vedute dal vero, in cui però mescolarono svariate scene popolari tanto care al Romanticismo, in un perfetto mix di allegoria e metafora da un lato e realtà dall’altro.

Attraverso la reinterpretazione di antichi miti, dove ogni figura veniva caricata di nuovi significati simbolici, i pittori tedeschi di Roma si posero come punto di riferimento per le avanguardie simboliste nell’inizio del Novecento: la figura che meglio interpretò questa tendenza al fantastico fu Arnold Bocklin, nelle cui opere si percepisce distintamente questa contaminazione fra sogno e realtà che trasforma la realtà reale in una realtà vagamente illusionaria.

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Anche i danesi formarono una sorta di circolo artistico, racchiusi attorno al celebre scultore Bertel Thorvaldsen. La splendida Villa Malta divenne ben presto il luogo perfetto per gli incontri culturali fra artisti ed intellettuali, e pittori di talento come Ditlev Blunck e Ditlev Martens iniziarono così a Roma una produzione di opere in cui trasparì una particolare attenzione alla luminosità, ottenuta attraverso colori vivaci e brillanti.

A dispetto dell’incredibile distanza culturale e geografica, anche la Russia venne progressivamente attratta dal fascino del paesaggio della Città Eterna. Dopo la fine delle invasioni napoleoniche, infatti, Roma divenne una sorta di mitica Arcadia, ed i migliori talenti del Romanticismo russo (da Sil’vestr Feodosievič Ščedrin a Michail Lebedev) scelsero di introdurre nelle belle vedute dei panorami laziali una forte componente emotiva, simbolica dell’intimo legame esistente fra l’uomo e la natura, con splendidi scorci chiaroscurali dei Castelli Romani e luminose vedute aeree della campagna romana.

Ultima schematicamente, ma certamente non ultima artisticamente, fu la Scuola Francese, la cui storia risultò, fra il XVIII e il XIX secolo, strettamente legata a quella Accademia di Villa Medici che re Luigi XIV contribuì a fondare nel 1666. L’Accademia divenne infatti ben presto una sorta di magnete culturale, catalizzando su se stessa gli interessi di qualsiasi francese giungesse nell’Urbe: ogni anno essa ospitava, come “pensionnaires du roi”, dodici artisti che avessero vinto il famoso Prix de Rome e che ringraziavano il munifico re per il soggiorno di studio attraverso la copia dei capolavori antichi.

Sulla scia della maggiore libertà richiesta con forza dagli stessi studenti, che si sentivano limitati dal dover procedere esclusivamente a pedisseque copie delle statue antiche, nacque una moltitudine di paesaggisti, tutti ispirati dalle teorie di Henri de Valenciennes (il suo trattato Elementi di prospettiva pratica ad uso degli artisti” rappresentò una sorta di manuale tecnico per le nuove leve).

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Il migliore fra i paesaggisti francesi che dipinsero Roma in tutto il suo splendore fu Camille Corot, ispiratore della Scuola di Barbizon, che trattò scorci e monumenti in modo purissimo, anticipando persino alcuni aspetto dell’Impressionismo: dipingendo sempre all’aria aperta, egli fu in grado di scovare inquadrature assai audaci fra la sommità del colle Palatino e le sponde del Tevere, adoperando una pennellata assai corposa che si opponeva al tocco più liscio e quasi “porcellanato” dell’Accademia.

A Corot si affiancarono Jules Didier, attratto dai paesaggi desolati della Campagna Romana, Leopold Robert, che amò dedicarsi alla rappresentazione romantica del mondo contadino, e Victor Schenetz, che amava scene di vita quotidiana in cui il popolino venisse elevato al ruolo di moderni eroi.

Era davvero una Roma straordinaria, quella che nell’Ottocento colpì gli occhi ed il cuore dei pittori del Grand Tour, provenienti da tutta Europa. D’altronde, solo per citare le parole di uno di essi, “c’è a Roma qualcosa di così affascinante, attraente e delicato, che senza che lo si voglia si stampa nell’anima, come i migliori sogni dell’infanzia”.

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