Lo scandalo della Banca Romana

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LO SCANDALO DELLA BANCA ROMANA

Per dirla con un’espressione assai cara a Carlo Emilio Gadda, “quer pasticciaccio brutto della Banca Romana” esplose come una bomba sulla gaudente Roma Umbertina di fine secolo.

Siamo negli anni che vanno dal 1890 al 1893: si parte con il Ministero di Francesco Crispi, che si dimise nel 1891, si passa a quello del marchese siciliano Antonio Di Rudinì, che gli successe provenendo dalla Destra Storica e che rimase in carica per il biennio 1891-92, per poi arrivare alla salita al potete di Giovanni Giolitti, piemontese e democratico, ma non connesso in tutto e per tutto alla Sinistra Storica.

Nel frattempo, al Campidoglio, dal 1890 al 1893 si avvicendavano i sindaci Camillo Finocchiaro Aprile, il duca di Sermoneta Onorato Caetani ed infine Emanuele Ruspoli, nominato Sindaco di Roma per la seconda volta, una delle figure più eminenti e fattive comparse sulla scena capitolina.

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Che cos’era la Banca Romana? Era un istituto di credito sorto nel 1835 ad opera di capitalisti francesi e belgi, e trasformato nel 1851 nella Banca dello Stato Pontificio. Nel 1870 riassunse il vecchio nome, ottenendo dal Governo italiano il riconoscimento del diritto di emissione, e fu incluso nel consorzio tra i sei istituti autorizzati all’emissione di biglietti. La sua sede era in Via dei Cestari nel rione Pigna all’interno del Palazzo Maffei Marescotti, ideato nel 1580 dal celebre architetto Giacomo Della Porta.

Lo scandalo ebbe per protagonisti il vecchio senatore Tanlongo, Presidente della Banca e carcerato nel 1892, oltre a suo figlio Pietro (a piede libero) e al barone Lazzaroni (carcerato insieme ad altri), ma vide anche coinvolti il vecchio Francesco Crispi e il giovane Giovanni Giolitti, estendo i propri “nefasti influssi” fin verso il Quirinale. In aggiunta a questi fondamentali elementi politici, caddero nella rete altre importanti personalità della vita pubblica, come il direttore de “Il Popolo RomanoCostanzo Chauvet o lo scrittore e deputato Rocco De Zerbi, che in seguito allo scandalo morì di crepacuore, a cui andrebbe sommata una moltitudine di altri politici e giornalisti che certamente intrattennero rapporti contrassegnati da affari tutt’altro che limpidi con il senatore Tanlongo.

I sospetti circa una gestione irregolare dell’Istituto Bancario diedero luogo ad un’inchiesta fin dal dicembre 1892, sebbene voci in tal senso si fossero diffuse fin dal 1889: lo scandalo coinvolse il mondo politico italiano a causa della denuncia in Parlamento da parte del deputato di estrema sinistra Napoleone Colajanni, repubblicano ed ex garibaldino, sociologo dalla mente fervida ed accesa, che aveva ricevuto un corposo incartamento dal giornalista Maffeo Pantaleoni.

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La mattina dopo i quotidiani aprirono con titoli a tutta pagina, rendendo pubblico lo scandalo della Banca Romana, mostrando come le banche italiane si siano impegnate in prestiti a lungo termine nei settori dell’edilizia, rimanendone di fatto bloccate a causa dell’inesigibilità di tali crediti a causa della contemporanea crisi economica e del crollo del mercato immobiliare. La Banca Romana, in particolare nella persona del Presidente Tanlongo, erogava quindi soldi non propri (bensì appartenente ai clienti che avevano depositato tali fondi) a qualsiasi persona influente che glieli chiedesse, ritrovandosi costretta a “fabbricare” denaro nel momento stesso in cui questo cominciò a scarseggiare.

Una commissione parlamentare d’inchiesta, il 20 marzo 1893, appurò le frodi e gli intrallazzi, mentre dal carcere di Regina Coeli Tanlongo, interrogato sia dai giudici che dalla commissione parlamentare, lanciava precise accuse a tutta la classe politica, in particolare nei confronti di Giolitti che a suo dire lo avrebbe abbandonato dopo aver attinto a man bassa dai fondi della banca. Pochi mesi dopo, però, nell’ottobre 1893, dalla fanghiglia dello scandalo emerse un ulteriore documento che contribuì a turbare ancor di più l’opinione pubblica: un libro, scritto da Pietro Tanlongo, figlio del principale imputato Bernardo, dal titolo “Una parte della corrispondenza di Bernardo Tanlongo”, che rappresentò un ferocissimo e spietato atto di accusa rivolto contro il Gotha della politica, dell’aristocrazia professionale e letteraria, elencato in ordine alfabetico, indicante tutti coloro che avessero bussato alle porte del padre per ricevere i denari necessari ai loro traffici, pubblici o privati che fossero, e non sempre puliti.

I nomi, citati rigorosamente in ordine alfabetico, ebbero l’effetto di un terremoto dirompente, che scosse le fondamenta di uno Stato Italiano ancora in piena pubertà: Arbib, Baccelli, Biagini, Boccardo, Brin, Benedetto Cairoli, Canovai, Cantoni, Chauvet, Chimirri, Crispi, Depretis, Di Rudinì, Ellena, Finali, Fortis, Menotti Garibaldi, Gaisser, Giolitti, Giusso, Grillo, Grimaldi, Lacava, Lemmi, Luzzatti, Magliani, Ferdinando Martini, Miceli, Minghetti, Monzilli, Nicotera, Rattazzi, Salandra, Sella, Tittoni, Vimercati, Zanardelli.

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I politici in questione, però, fecero del proprio meglio per estrarre dal cilindro i contatti più prestigiosi ed evitare di finire invischiati in questa ragnatela. Furono ben pochi i soggetti rinviati a giudizio dal giudice Capriolo: Francesco Ciocca (impiegato della Banca Romana), Bernardo Tanlongo e Cesare Lazzaroni per peculato, falso e corruzione; Pietro Tanlongo e Michele Lazzaroni per concorso negli stessi reati; Gaetano Bellucci-Sessa per complicità nel peculato e nel falso nonché per millantato credito; Antonio Monzilli e Lorenzo Zammarano per corruzione; Angelo Mortera per appropriazione indebita; tre impiegati della Banca Romana (Agazzi, Toccafondi e Paris) per peculato. Basterà confrontare i nomi appena citati con quelli contenuti nell’elenco precedente per notare come i nomi di spicco restarono ben celati dietro al paravento dell’immunità.

Se il processo penale (davvero troppo breve se paragonato alla mole degli atti) si concluse il 13 giugno 1893 con severe condanne, lo scandalo rimase sospeso ad un filo diretto sui rapporti tra il governo ed il banchiere Tanlongo: il giorno in cui fu data lettura dei risultati dell’inchiesta, il 24 novembre 1893, si scatenò una movimentata seduta alla Camera, in cui volarono schiaffi e parolacce.

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Quale fattispecie aveva fatto scatenare tutto questo pandemonio?

La banca, sotto la guida di una vecchia volpe come il senatore Tanlongo, essendo autorizzata ad emettere cartamoneta, aveva fatto circolare una doppia serie di biglietti recanti i medesimi numeri. Giolitti stesso beneficiò della “generosità” del famoso istituto di credito con un prestito di 40 mila lire proprio alla vigilia dello storico “banchetto di Dronero”, capoluogo del suo collegio elettorale, durante il quale lo statista firmava definitivamente tutte le valenze della sua immagine politica. La banca risultava inoltre creditrice per cospicue aperture di credito e finanziamenti concessi al settore edilizio durante la grande speculazione immobiliare conseguente alla Presa di Roma destinata al risanamento della Capitale ed alla costruzione di nuovi quartieri.

Giovanni Giolitti cercò di piazzare un cerotto su questo squarcio iniziando il risanamento della circolazione monetaria, restringendo la facoltà di emetter carta stampata a tre sole banche: la Banca d’Italia, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia. Una volta chiusi i battenti della vecchia banca papalina di Via de’ Cestari (sulle cui ceneri sorgerà poi la Banca d’Italia), subito si levarono le accuse di favoreggiamento ad illecite speculazioni. La nascente stella dello statista piemontese venne offuscata da pesanti colpe e responsabilità, in primis quelle di aver sottratto all’inchiesta documenti di vari personaggi, come evidenziato da gruppi estremisti.

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Giolitti venne bombardato con tale veemenza che fu costretto a dimettersi, venendo sostituito proprio da quel Francesco Crispi che, per la sua nota energia, fu salutato col titolo di “salvatore dell’ordine e della compagine nazionale”. Le cronache parlarono di un’aula letteralmente in subbuglio, con insulti e frasi ingiuriose rivolte a Giolitti, fra cui quella dell’onorevole Renato Imbriani che accusò Giolitti di “ruzzolare nel fango come un maiale”, ed al quale lo stesso Giolitti rispose “Onorevole Imbriani, per quanto ella si sforzi, non riuscirà mai a gettar fango nemmeno sui miei stivali!”.

La stessa inchiesta che fu assai benevola nei confronti dei presunti colpevoli fu altrettanto misericordiosa anche con Crispi, i cui peccatucci rimasero accantonati e non determinarono inchieste né tanto meno pronunce della Commissione: vennero nascoste sotto lo zerbino le 20 mila lire che Bernardo Tanlongo testimoniò di aver dato nel 1892 a Crispi (che in realtà gliene chiedeva 60 mila), e lo stesso silenzio calò anche sulla deposizione dell’onorevole Di Rudinì, nemico giurato di Crispi, che accennò all’onorificenza del Gran Cordone Mauriziano proposta da Crispi al re per lo straniero Cornelius Herz come corrispettivo di una somma di denaro ricevuta non si sa se a titolo personale o di beneficenza.

Ancor più clamoroso fu il rifiuto della Commissione di accogliere un pacco di documenti compromettenti per Crispi che, su commissione di Giolitti, erano stati portati all’attenzione della Commissione stessa dal deputato Achille Fazzani, il quale li aveva a sua volta ricevuti da Pietro Tanlongo. C’è infine da aggiungere che, oltre a Crispi, un altro personaggio fu risparmiato dal Comitato dei Sette, e cioè Urbano Rattazzi, ministro della Real Casa, e con lui chi stava immediatamente alle sue spalle, ossia il re Umberto I. Sul processo pesava infatti anche la presenza invisibile del sovrano Savoia, accusato di aver trasferito all’estero una somma notevole proveniente dalla Banca Romana a titolo non accertato, che sarebbe servita per mantenere la pletora di amanti che gli venivano attribuite.

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Fra i giornalisti furono deplorati Baldassarre Avanzini (del Fanfulla) per i larghi fidi concessigli in corrispettivo dei suoi servizi interessati, Carlo Levi e Costanzo Chauvet per i loro interventi a pagamento a favore della Banca Romana nella campagna giornalistica relativa alle banche, rispettivamente sulla Nuova Antologia e sul Popolo Romano, ed infine Giuseppe Turco del Capitan Fracassa per le sue forti esposizioni verso la Banca Romana.

A dispetto degli altisonanti nomi tirati in ballo, tutto terminò (come spesso è accaduto e talvolta ancora accade nella giustizia italiana) a tarallucci e vino, con la sola simbolica caduta di una testa: quella di Giolitti, vittima peraltro della nota antipatia e ostilità che nutriva verso di lui Francesco Crispi, uscito da questo scandalo con le vesti pressochè immacolate. Giolitti, costretto a espatriare, tornerà al governo dopo dieci anni di oblio politico.

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