La Battaglia di Farsalo

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LA BATTAGLIA DI FARSALO

Il 9 agosto del 48 a.C., nell’infuocata piana di Farsalo, ai confini meridionali della Tessaglia, Cesare e Pompeo si trovarono l’uno di fronte all’altro per combattere la battaglia decisiva. Nello studiare le evoluzioni storiche della Repubblica Romana, si potrebbe notare con un pizzico di curiosità che gran parte delle battaglie decisive per il futuro Impero Romano (Farsalo, Filippi, Azio) furono combattute in Grecia, quasi che nell’Urbe si sentisse ancora il richiamo dell’antica civiltà ed il desiderio di fornire una dimostrazione di forza, ribadendo i trionfi di Pidna e di Corinto.

La realtà, come spesso accade, è meno suggestiva. La scacchiera politica di Roma ormai gravava su tutto il Mediterraneo. Con la conquista della Gallia e i primi contatti con Germani e Britanni in Occidente (Cesare) e con l’espansione in Asia ai danni della Bitinia e del Ponto e di Mitridate in Oriente (Pompeo), le grandi direttrici strategiche attraversavano la pianura del Padus, l’Adriatico centro-meridionale, le regioni centrali della Grecia, Epiro, Tessaglia e Macedonia fino alla Tracia, lungo ponte di terra gettato verso l’Asia.

I due grandi rivali, Cesare e Pompeo, erano ben coscienti di questo.

Alla crescente fortuna di Cesare contribuivano l’esito strabiliante della campagna contro i Galli, la sottomissione di tribù e popoli ben oltre i confini della Provenza, la recente presa di Alesia simbolo estremo della resistenza celtica e la cattura di Vercingetorige. Quest’ultimo, come raccontato da Plutarco nella Vita di Cesare, “rivestite le sue più belle armi, uscì dalla città sopra un cavallo splendidamente bardato, e dopo averlo fatto caracollare attorno a Cesare assiso, messo piede a terra, si spogliò di tutte le armi e andò a sedere ai piedi del nemico, ove si tenne nel più fondo silenzio, sinché Cesare lo affidò ai suoi soldati perché lo custodissero per il suo futuro trionfo”.

Il trionfo su Vercingetorige gettava molta ombra sulle imprese di Pompeo. Erano ormai lontani i tempi della vittoria su Sertorio e su Spartaco, lontano il giorno in cui la Lex Gabinia gli aveva conferito una specie di “imperium infinitum” per la lotta contro i pirati di Cilicia e dell’Isauria o quando Cicerone difendeva caldamente la Lex Manilia per il comando supremo nella terza guerra contro Mitridate. Tornato trionfatore dall’Asia nel 62 a.C., aveva spartito la sua gloria nel primo triumvirato con Cesare e con il ricco Crasso, fino a quando la disfatta di Crasso contro i Parti aveva ignominiosamente eliminato forse l’unico valido interlocutore tra Cesare e Pompeo. Quasi contemporaneamente poi moriva Giulia, altro flebile legame diretto tra i due, figlia di Cesare e moglie di Pompeo.

Pompeo si accontentava di starsene a Roma, offrendo al popolo qualche spettacolo, lavorando ai fianchi il senato, ottenendo il consolato nel 52 a.C. con Publio Servilio, un collega debole e sottomesso che nulla o quasi poteva contro lo strapotere di Gneo. Ottenuta la proroga del proconsolato in Spagna e in Africa, Pompeo fece ampie pressioni sul console Claudio Marcello perché intimasse a Cesare il ritorno dalla Gallia.

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Cesare, sazio dei lunghi anni di guerra tra i barbari, voleva tornare a Roma e non certo come comune cittadino o come Cincinnato, agricoltore pago del successo ottenuto: Cesare voleva il consolato senza presentarsi a Roma, dove l’ambiente legato a Pompeo gli era ostile, e voleva al contempo mantenere intatte le sue prerogative in Gallia, assicurandosi così privilegi tali da oscurare il più glorioso avversario. Dalla parte di Cesare c’era il partito degli uomini nuovi, gli equites, forte di un sotterraneo malumore verso i privilegi del senato e dei patrizi, che da sempre era stato il motivo conduttore delle guerre civili.

Il senato non solo non cercò di conciliare i due rivali, ma si schierò apertamente dalla parte del vincitore di Mitridate. Nonostante l’indiscussa potenza di questo favore, Pompeo esitò a lungo: le sue forze erano lontane, in Spagna, e Cesare era militarmente più preparato, con truppe addestrate, con veterani capaci, con un’esperienza diretta più recente, scaltrito dalla guerra tra le montagne e le pianure di Gallia.

Quando, ai primi di gennaio del 49 a.C., Cesare aveva attraversato il Rubicone, lo aveva fatto ben conscio di essere militarmente superiore. La marcia su Roma non incontrò d’altronde grandi difficoltà: Cesare occupò rapidamente Pesaro, Fano, Ancona, Osimo, Ascoli Piceno e Corfinio, costringendo gli avversari a lasciare la città e a raggiungere Brindisi, primo porto dell’epoca per la navigazione in Oriente, valico marittimo verso la Grecia. Cesare accorse in Puglia con sei legioni ma fu bruciato sul tempo: Pompeo era già a Durazzo al comando di cinque legioni.

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LA TATTICA DI CESARE E POMPEO

A questo punto, svanito l’effetto sorpresa della rincorsa, era tutta una questione di tattica e di sapiente conduzione della guerra per poter arrivare in vantaggio alla stretta finale.

Le valutazioni di Cesare furono prudenti. Attraversare l’Adriatico era prematuro, perchè non aveva navi sufficienti per inseguire e affrontare subito Pompeo; in compenso, aveva abbastanza cervello ed esperienza per cercare di impedirgli di ricongiungersi con le truppe di Spagna. La grande differenza fra i due condottieri era soprattutto che Cesare poteva operare liberamente in piena autonomia, mentre Pompeo, impacciato dai collaboratori e dalle ingerenze del senato, si muoveva più lentamente e faticosamente.

Cesare, dopo aver affidato l’assedio di Marsiglia al luogotenente Trebonio, si diresse dapprima in Spagna ottenendo rapidi successi, sia attraverso la conquista di Ilerda, invano difesa da Afranio e Petreio, sia sottomettendo la Spagna UIteriore dove Terenzio Varrone resisteva tenacemente. A quel punto, con la conquista di Marsiglia, ostile per le interferenze romane nei suoi ricchi commerci con Celti e Germani, Cesare ebbe praticamente in mano l’intero Occidente, neutralizzando i pompeiani in Spagna.

Rieletto console insieme a Publio Servilio ed amnistiati alcuni cittadini condannati da Pompeo per brogli elettorali, Cesare partì a questo punto da Roma per Brindisi, dove finalmente poté imbarcare 15000 legionari e 600 cavalieri.

Pompeo, nel frattempo, manteneva intatto il suo prestigio in Oriente, e aveva raccolto una grande flotta in Asia, nelle Cicladi, in Atene, nel Ponto ed in Bitinia, ossia laddove la sua fama di vincitore era ancora integra. L’esercito di Pompeo era formato da nove legioni di cittadini romani: cinque venivano dall’Italia, una era composta solo da veterani, una era stata reclutata a Creta e in Macedonia e altre due provenivano dall’Asia; a queste legioni Pompeo univa riserve numerose raccolte in Tessaglia, Beozia, Acaia ed Epiro. Vennero lasciate in Siria solo due legioni, allo scopo di controllare i confini col regno dei Parti. La cavalleria contava 7000 uomini ed era collegata con 3000 arcieri e due coorti di frombolieri, pronte ad agire di conserva, proteggendo la carica dei cavalieri. Tra gli alleati d’Oriente il più assiduo e fedele fu il re dei Galati, Deiotaro, poi difeso da Cicerone in una delle ultime orazioni.

Pompeo fece disporre la flotta un po’ lungo tutte le coste per impedire lo sbarco al nemico. Cesare, salpato da Brindisi, riuscì però ad evitare la sorveglianza delle navi pompeiane e prese terra vicino a Paleste. Puntò subito su Orico, importante centro a sud di Apollonia, porto protetto da una lunga falce rocciosa, e se ne impadronì senza incontrare resistenza; qualche tempo dopo si arrese anche Apollonia e, con essa, tutto l’Epiro.

Le operazioni proseguirono per tutto l’inverno. Una cura particolare fu dedicata, su entrambi i fronti, ai collegamenti, ai rifornimenti ed alle fortificazioni dei castra, con le flotte che si inseguirono spesso ma senza mai arrivare a scontri di rilievo.

Ben più importante fu l’azione diplomatica. Cesare ricevette ambasciatori dalla Tessaglia e dall’Etolia, che gli promisero obbedienza e collaborazione, incrinando a tal punto il prestigio di cui godeva Pompeo che Caio Calvisio Sabino riuscì agevolmente a liberare l’Etolia e a sgombrarla dai pompeiani. In Tessaglia (Farsalo era sulla via che dall’Etolia portava a Larissa, principale polis tessala) però ci fu una notevole resistenza ai tentativi di penetrazione da parte dei cesariani, operati da Cassio Longino, respinto verso il golfo di Ambracia dalle forze preponderanti di Cecilio Metello Pio Scipione, braccio destro di Pompeo in quella regione.

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L’EVOLUZIONE DELLA GUERRA

Frattanto i due eserciti si rincorrevano senza affrontarsi, limitandosi a qualche imboscata, con conquiste e riconquiste di città, porti e punti strategici. Scontri più notevoli si ebbero una prima volta in Epiro sulle rive dell’Apso, a monte di Apollonia, e poi ancora presso Asparagio.

Inutile risultò il tentativo di Cesare di impedire a Pompeo i collegamenti con Durazzo, dove aveva riserve di armi e macchine belliche: Cesare si limitò a fortificare le colline circostanti con una serie di ridotti, cingendo d’assedio la città. Chiuso a Durazzo, Pompeo rischiava di vedere compromesse le sue posizioni, non potendo sfruttare al meglio la cavalleria, isolata dal resto dell’esercito: decise quindi di rompere il blocco e di sfondare lo schieramento di Cesare, del quale aveva intuito le debolezze. Pompeo riuscì nell’impresa, uccidendo un migliaio di fanti, un numero imprecisato di cavalieri e trentadue fra tribuni e centurioni, arrivando anche a strappare oltre venti insegne.

Cesare, a questo punto, fu costretto a interrompere l’assedio di Durazzo e a ripiegare verso Apollonia, sfuggendo a fatica all’inseguimento della cavalleria di Pompeo. Mentre Cesare riorganizzava i ranghi delle proprie truppe, i pompeiani iniziarono a gonfiare ad arte l’esito favorevole dello sfondamento di Durazzo: stando alle loro parole, infatti, Cesare era ormai vinto, sfuggito a stento alla morte con pochi scampoli delle sue legioni.

La realtà, in effetti, era completamente diversa: Gneo Domizio Calvino, comandante dell’esercito cesariano di Macedonia, si era ricongiunto a Cesare nei pressi di Eginio, al confine tra l’Epiro e la Tessaglia. I due eserciti marciarono subito su Gomphi, villaggio in riva al Caralio, primo borgo tessalo per chi veniva dalle aspre valli d’Epiro: invano il comandante militare della Tessaglia, Androstene, chiuse le porte del villaggio, disposto a resistere fino all’arrivo di Pompeo o di uno dei suoi generali, perché Cesare attaccò la cittadella e se ne impadronì in poche ore.

Da Gomphi si spostò a Metropolis, costeggiando le pendici del Pindo degradanti sulla pianura di Farsalo: Metropolis non commise lo stesso errore, arrendendosi subito e godendo così di un trattamento di favore. Proprio questa scelta, assai lungimirante, fece sì che molte altre città della Tessaglia passassero senza colpo ferire dalla parte di Cesare, tranne la capitale Larissa che era invece occupata dai pompeiani. A questo punto Cesare decise di fare della Tessaglia il centro della guerra e di Metropolis la sua roccaforte.

Pompeo, giunto a Larissa, preoccupato della nuova situazione, parlò ai suoi e alle truppe di Scipione, convinto della vittoria e promettendo un ricco bottino da spartire: era così grande la fiducia nel proprio generale e la sicurezza nella vittoria finale che i pompeiani, pensando al futuro, facevano piani pluriennali, dividendosi le cariche civili e religiose.

Mentre i pompeiani litigavano addirittura su chi sarebbe dovuto succedere a Cesare nella carica di Pontefice Massimo, con Scipione particolarmente interessato al prestigioso incarico, Cesare invece si preoccupò di agire. Fatto uscire l’esercito dal campo di Metropolis, si avvicinò con una marcia lenta e progressiva ai colli occupati dagli accampamenti di Pompeo, addestrando nel frattempo con particolare cura un gruppo di giovani cavalieri: l’addestramento diede ottimi frutti, considerato che mille di loro respinsero l’improvviso attacco della cavalleria nemica, riacquistando in poche ore il morale perduto a Durazzo.

Nel frattempo Pompeo, che aveva il campo sulle colline di Cinocefale, teneva le truppe ai piedi delle alture, aspettando che Cesare si facesse sotto: la fanteria d’altronde operava meglio in discesa, sfruttando lo slancio ed il potenziale d’urto per rompere le linee nemiche. Cesare, espertissimo di battaglie di pianura e collina, costringeva quindi le truppe a spostarsi di continuo, sperando di cogliere il momento buono per l’attacco.

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LA BATTAGLIA DI FARSALO

Trascorsero così i primi giorni di agosto del 48 a.C., con i due eserciti vicini sotto un sole rovente che bruciava le brulle colline appena coperte di ulivi, con l’Enipeo povero di acqua utile solo per abbeverare i cavalli.

Pompeo contava molto sulla cavalleria, avendo un rapporto in suo favore di quasi cinque a uno. La cavalleria doveva attaccare sulla destra, disperdere i cavalieri di Cesare, aggirare le linee e prendere in mezzo i nemici, chiusi dalla fanteria sulla fronte e sulla sinistra dal fiume. Il netto vantaggio della cavalleria dispose Pompeo a un ottimismo eccessivo, peraltro alimentato e lievitato dai luogotenenti, che consideravano i soldati di Cesare stanchi e inesperti.

Quando Cesare, stanco di attendere, si era già convinto a levare il campo e a spostarsi altrove, si accorse che l’esercito di Pompeo si era mosso un po’ a valle, lontano dallo steccato dell’accampamento, in una sorta di atteggiamento di sfida, rinunciando in parte alla posizione di favore. Cesare si fermò immediatamente, osservando lo schieramento di Pompeo. All’ala sinistra erano le legioni VI e XV, che Cesare aveva dovuto consegnare a Pompeo per decreto del senato, comandate dallo stesso Pompeo ed accompagnate da arcieri e frombolieri; al centro era stanziato il nucleo centrale, con le legioni reclutate in Siria capeggiate da Scipione; a destra, infine, la legione della Cilicia, comandata da Lentulo, protetta sul fianco dal fiume. Oltre 110 coorti erano distribuite tra il centro e le ali: quasi 45000 uomini, a cui facevano da rincalzo 2000 veterani.

Di fronte a questo esercito, Cesare schierò la Legio X (la più devota, quella che avrebbe dovuto sostenere l’impegno più difficile), con a sinistra, lungo l’Enipeo, i resti della nona e dell’ottava legione falciate a Durazzo. Al centro piazzò 80 coorti, schierate su tre file (trentadue nella prima, ventiquattro nella seconda e nella terza), con circa 22000 fanti, mantenendo solo due coorti a presidio del campo. Marco Antonio aveva l’ala sinistra, con il compito di mantenere la posizione, al centro c’era Gneo Domizio e sulla destra, a collaborare con Cesare, proprio davanti a Pompeo, Publio Silla.

Cesare, intuendo subito il pericolo, previde la mossa di Pompeo ed operò una rapida contromossa: ordinò di sottrarre alla terza linea una coorte per legione, formando così una quarta linea alle spalle della cavalleria, al fine di evitare un possibile sbandamento delle truppe. Appena la quarta linea fu a posto, Cesare lanciò l’attacco, mandando avanti gli astati con i giavellotti puntati. I pompeiani non si mossero: l’ordine era di lasciare spiegare la fanteria di Cesare, di disunire le linee e di attendere che arrivassero, sfiancati dal sole e dalla corsa, per entrare nelle maglie allargate più facilmente, infiltrandosi in nuclei compatti.

Il gioco, però, non riuscì: a metà strada la prima linea di Cesare si fermò per rifiatare, per poi ributtarsi improvvisamente in avanti, scagliando i giavellotti e impugnando le spade. Iniziò a questo punto una dura lotta, corpo a corpo, che continuò fino all’arrivo della cavalleria di Pompeo, che si lanciò in massa, con gli arcieri e i frombolieri mischiati ai cavalli.

La cavalleria cesariana non accettò lo scontro frontale, preferendo ripiegare e facendo apparire, del tutto inattese, le sei coorti della quarta linea. Approfittando della sorpresa, i cesariani costrinsero i nemici a riparare sulle colline, lontano dalla battaglia, lasciando scoperti arcieri e frombolieri i quali, incapaci di difendersi contro spade e giavellotti, furono rapidamente sterminati. In un lasso di tempo relativamente breve, la tanto temuta cavalleria di Pompeo si ritrovò letteralmente dissolta, lasciando sguarnita l’ala sinistra, costretta a combattere allo scoperto con la legione più forte di Cesare.

Quest’ultima, approfittando del momento, infilò l’ala sinistra, accerchiandola e stringendo alle spalle le altre truppe, impossibilitate a fuggire, chiuse tra i nemici e il fiume. Fu in questo frangente che Cesare diede l’ordine di far entrare in battaglia i soldati più esperti, ossia i veterani di Gallia: i pompeiani sbandarono, cercando di evitare l’accerchiamento completo, riparando verso il vallo del campo.

Era circa mezzogiorno, un mezzogiorno infuocato d’agosto, quando Cesare, spazzato il vallo dai difensori, entrò nell’accampamento. Anche Pompeo era fuggito verso Larissa, ma non vi si era fermato: temendo di essere braccato, egli proseguì fino al mare, dove si imbarcò su una nave mercantile carica di frumento. Cesare non si mostrò pago della vittoria, e trascinò quattro legioni all’inseguimento del contingente nemico più numeroso: i pompeiani sopravvissuti si arresero, ottenendo il perdono del vincitore, tipico della prassi politica di Cesare.

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L’ESITO DELLA BATTAGLIA DI FARSALO

Secondo Asinio Pollione, la battaglia di Farsalo fu un vero trionfo per Giulio Cesare, che perse appena 200 uomini contro i 6000 caduti nelle schiere di Pompeo (un terzo dei quali erano gli arcieri e i frombolieri caduti sul campo di battaglia). Oltre ventimila furono i prigionieri, soldati arresisi perché abbandonati dai comandanti, a sottolineare in ogni caso la migliore preparazione alla guerra dei galli e dei celti rispetto agli orientali.

L’esito della battaglia di Farsalo mostrò chiaramente come ormai da troppo tempo Pompeo fosse digiuno di esperienze dirette in campo militare. Fallito l’attacco della cavalleria, della cui vittoria era certissimo, disarticolati e distrutti arcieri e frombolieri, Pompeo, anziché tentare di riorganizzare le fila, rinunciò ad ogni tentativo, sperando di trovare la salvezza nel suo Oriente.

Anche questa scelta rivelò la sua ingenuità: passato dalle coste della Tessaglia a Mitilene, da Mitilene in Cilicia, dalla Cilicia a Cipro, pur essendo riuscito a raccogliere in quest’isola 2000 uomini, anziché riparare in Siria si diresse in Egitto, forse contando di ricongiungersi alle truppe africane che avevano sconfitto Curione. L’accoglienza di Tolomeo Dionisio, timoroso di colpi di mano da parte di un Pompeo ormai disperato, fu ostile: Pompeo cadde per mano del prefetto di palazzo Achilla e di un tribuno militare, Lucio Settimio.

Le scelte tattiche di Cesare, al contrario, furono al contempo lungimiranti e fortunate, contrassegnate da quella “buona stella” che sembrava arridere al grande condottiero. Di certo, va dato merito a Cesare di grande intuizione, grazie alla sua capacità di vedere lo schieramento nemico e di trovare il rimedio immediato, azzardando contro una cavalleria massiccia il nerbo della terza linea, cioè a dire il fiore dei suoi veterani.

L’errore principale di Pompeo, però, non fu militare, ma politico: egli infatti scelse di lasciare Cesare padrone dell’Occidente, permettendogli di riprendere la Spagna e di farla sua, accontentandosi di aspettarlo in quelle regioni tra l’Illiria e la Grecia dove, molti anni prima, aveva sconfitto i pirati.

Il fatto era che quegli anni, da molti, erano diventati troppi.

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