L’Obelisco Mussolini

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L’OBELISCO MUSSOLINI

Il Monolito Mussolini: un’immane colonna di marmo, il blocco più grande che sia mai stato tratto in duemila anni da quelle montagne, che il ras di Carrara Renato Ricci volle donare al duce nel 1929, chiamandolo “Colonna Mussolini”. Non sono solo gli abitanti di Roma a vederlo, ma anche gli appassionati di sport, in particolare di calcio, quando la televisione mostra i tifosi della Roma e della Lazio che dal Foro Italico se ne vanno allo Stadio Olimpico con le loro bandiere, tra schieramenti delle forze dell’ordine e banchi di porchetta.

Il monolito viene dalla cave di Carrara, e venne ovviamente estratto prima degli anni Cinquanta, epoca in cui, quasi da un’ora all’altra, cambiarono le tecniche di estrazione ed i metodi di trasporto del marmo, trasfigurando quell’universo duro, asciutto e talvolta drammatico dei cavatori. Al tempo in cui il carrarino Renato Ricci, che era stato dal 1921 uno dei più violenti squadristi toscani, si mise in mente di regalare quella colonna al duce, Carrara era ancora una città piccola, tetra, poverissima e per di più, politicamente sospetta: la sua sola ricchezza era il marmo e la grande crisi del ’29 le stava sottraendo anche quella.

All’epoca, a parte l’invenzione del filo elicoidale che era entrato nell’uso alla fine del secolo, le tecniche di scavo e di lavorazione non erano molto cambiate dai tempi della Colonna Traiana, da quelli di Michelangelo e da quando Gabriele D’Annunzio, nelle sue estati tra la Magra e il Serchio per le poesie dell’Alcyone, aveva visto i cavatori segare a mano i blocchi e annotato nei suoi Taccuini, nell’ascoltare quello stridore, che “la valle è piena del pianto dei marmi”.

La vita, all’epoca, era durissima. Nel 1921, gli industriali (o, come li chiamavano al tempo, “i baroni del marmo”) avevano approfittato degli assalti fascisti alle Camere del Lavoro per ridurre i salari. Nel 1924 le cose erano peggiorate a tal punto che Ricci e i suoi squadristi avevano suscitato uno sciopero generale “contro il malvolere astioso e l’avara cecità” dei signori del marmo, mettendosi dalla parte di quegli operai che per anni erano stati vittime delle loro spedizioni punitive. Il giornalista Giovanni Ansaldo, che fu compagno di cella di Renato Ricci nel carcere di Procida dopo la Liberazione, descrisse meglio di chiunque altro il duro fascismo e il populismo confuso che si mescolavano nelle idee e nel carattere del ras di Carrara.

Ricci era figlio di un cavatore che aveva lavorato per tutta la vita nelle cave dei Fabbricotti prima di diventare, ormai anziano, fontaniere del comune e poi esattore delle bollette dell’acqua potabile. In carcere, a Procida, Ricci raccontò a Ansaldo che il più lontano ricordo della sua infanzia “erano le lunghe grida dei cavatori ubriachi la sera del sabato, nel quartiere del Carrione, quando, raggiunti dalle mogli perché non spendessero nelle osterie tutta la paga settimanale, si lasciavano trascinare a casa ma come protesta estrema gridavano: viva l’anarchia”.

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Nell’anno del monolito, nel 1929, questo mondo di sofferenza e di povertà era ancora a Carrara, intatto, finalmente domato sia dai fascisti che dagli industriali. I paesi sulle montagne (Bedizzano, Bergiola, Miseglia) erano pieni di uomini che avevano lasciato nelle cave un braccio o una mano; le cave erano assordate dal rimbombo degli esplosivi, ed i blocchi venivano portati al piano su slittoni di faggio, secondo una tecnica vecchia di qualche migliaio di anni. Sopravvivevano ancora corporazioni come gli Spartani, gente che per spirito anarchico non voleva un padrone e che viveva dei blocchi informi abbandonati tra i monti: ancora oggi è dibattuto se quel nomignolo, gli Spartani, venisse dai miti virili di Sparta o più semplicemente dal verbo “spartire”.

I cavatori erano uomini anarchici e individualisti, che non amavano gli impiegati, la gente dallo stipendio sicuro e meno ancora coloro che portavano un’uniforme: fu quindi senza dubbio un singolare destino che toccasse proprio a questa città l’incombenza di tirar fuori dal monte e di mandare al Duce l’enorme colonna di marmo che avrebbe portato il suo nome. L’idea era stata ovviamente di Renato Ricci, che aveva investito nella glorificazione del mito del Duce tutte le risorse della sua passione e della sua fantasia culturale. Ricci d’altronde, come raccontavano i suoi contemporanei, non aveva mai dubbi: “Era un fedele diverso e strano: era come quei preti che quando parlano della Madonna si illuminano”. Era quindi fatale che agissero sopra di lui, in un ciarpame retorico, l’ombra di Michelangelo, le belle immagini di D’Annunzio sul “divin marmo apuano”, le idee di nobiltà e di memoria perenne legate alle statue antiche.

L’idea era nata nel 1927, ma la ricerca del blocco di marmo “perfetto e senza una venatura”, come lo richiedeva Ricci, andò per le lunghe: esso venne trovato infine in una cava chiamata Carbonera, di proprietà del suocero di Ricci, Cirillo Figaia, dettaglio che fu lungamente discusso dopo la guerra, quando il processo al gerarca davanti alla Corte d’Assise Speciale di Roma arrivò al capitolo dei profitti di regime.

Era un blocco di 19 metri di altezza, con una base quadrata di 2 metri e 35 centimetri: il suo peso toccava le 300 tonnellate, ed era certamente il più grande che mai fosse stato scavato dai monti di Carrara. Il cavalier Ilario Bessi, fotografo scrupoloso che l’amore per il mestiere spingeva a arrampicarsi con macchine e cavalletto su ciglioni e dirupi, lo ritrasse mirabilmente dall’alto, sul piazzale della cava, come una immensa balena bianca che bisognava trascinare al mare: nella foto si vedevano la strettoia del monte, e più lontano la città di Carrara chiusa tra le colline ed infine la costa, una semplice linea grigia nella distanza. Era un tragitto di 11 chilometri, che cominciava a 800 metri di altezza con una lunga e ripida balza, colmata nei secoli dai detriti del monte.

Affinché il monolito non si spaccasse, lo ingabbiarono dentro a un enorme cassone che con le sue 50 tonnellate di legno, le 14 di ferro e i 3.500 bulloni, portò il peso del carico a sfiorare le 400 tonnellate.

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La tecnica per far scendere i blocchi dal monte era la “lizzatura”: i blocchi venivano imbragati su due tronchi di faggio, fino a formare una slitta la quale, assicurata con cavi e caposaldi possenti a dei “forti” disposti nel monte lungo la via di lizza, veniva mollata a poco a poco in modo che scivolassero su altri legni unti di sapone o di grasso che le venivano posti sotto trasversalmente. Era una tecnica vecchia di qualche millennio, già nota ai Greci, ai Romani e forse persino agli Egizi al tempo della costruzione delle piramidi. La sola variante rispetto ai tempi dell’Imperatore Traiano consisteva nei cavi di acciaio che da qualche tempo avevano sostituito i canapi.

I carichi normali che le squadre di lizza da sempre portavano al piano erano di venti o al massimo di trenta tonnellate, ma quella del Duce pesava 12 o 13 volte tanto e, chiusa dentro al cassone ornato con due bandiere e con un ramo di ulivo, se ne stava lassù, sul piazzale della Carbonera, a 800 metri di altezza, ormai affacciata sul ciglio di una balza vertiginosa. La mattina del 26 gennaio 1929 Renato Ricci giunse alla Carbonera a cavallo, deciso a realizzare un’impresa che, nella sua mente, avrebbe dovuto ricordare quelle compiute dal faraone Ramsete II.

Le cronache dei giornali dell’epoca vibrarono di prose retoriche: “Si tesero i cavi d’acciaio fino a sprizzare scintille, i piri su cui il metallo scorreva si arcuarono nello sforzo, parvero i paranchi spezzarsi, trattennero gli uomini il respiro. Lungo le fiancate di quel carico immane, gente umile aveva attaccato reliquie di santi perché il masso del prodigio fosse protetto da Dio”.

Il carico scendeva in un silenzio quasi assoluto, tra ordini dati con poche parole, fischi, frasi di gergo, accenni di cantilene, bestemmie, lamenti del marmo, del legno e delle funi; tutti sapevano che sarebbe potuto bastare un minimo errore per far ribaltare il carico o farlo sfuggire al controllo dei cavatori. La Colonna Mussolini cominciò quindi a scendere lungo la via di lizza, in un silenzio che è reso perfettamente soltanto da un vecchio documentario dell’Istituto Luce, trattenuta e mollata da diciotto cavi di acciaio.

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Si trattò di un viaggio lunghissimo, a livello spaziale e temporale, considerato che durò alcuni mesi. Palmo per palmo, il monolito uscì dalla balza sotto la Carbonera e arrivò al poggio, dove di solito i blocchi normali venivano caricati sulla ferrovia o sui carri trainati dai buoi. La via dedicata al trasporto, all’epoca denominata “la Carriona”, venne citata anche da Gabriele D’Annunzio: “La grande via che percorrono i marmi sui carri, che scende dalla montagna e va sino al mare, ha due solchi profondi la segnano dal principio alla fine…I boattieri sono seduti sui gioghi con la schiena rivolta alle corna degli animali. Essi li percuotono e li pungono ferocemente, urlando e bestemmiando. Battono con i pungoli le corna, la fronte, le froge. I bovi s’inarcano, si sforzano penosamente, ansano. Essi li percuotono su gli occhi, li afferrano per le corna. Il carro si impunta nei solchi, i bovi indietreggiano”.

Ora, di solito i carri erano trainati da sei, nove o al massimo dodici paia di buoi. La colonna del Duce, invece, di paia ne richiese 36.

Cinque mesi dopo l’abbrivio sul piazzale della Carbonera, il monolito raggiunse finalmente il mare dove lo attendeva, per trasportarlo a Roma, un barcone speciale costruito alla Spezia e chiamato L’Apuano. Il vescovo diede la benedizione al marmo, mentre Ricci affermava che “un miracolo di titani si era compiuto” e che “nulla di simile era mai stato fatto neppure ai tempi di Roma imperiale”. Le sirene delle navi suonarono, i rimorchiatori si mossero e nella calma piatta del mare, in quel giorno di fine giugno del 1929, L’Apuano e il suo carico marmoreo scomparvero lentamente alla vista.

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Da Fiumicino, il monolito risalì il Tevere lentissimamente, sfruttando le piene. Quando finalmente, nel marzo 1933, lo inaugurarono nel luogo in cui è ancora oggi, Renato Ricci poté scrivere al Duce: “L’obelisco è il più grande blocco marmoreo che mai sia venuto alla luce dalle viscere della terra. È costato lire 2.343.792,60, oltre a mezzo milione per la cuspide di oro puro del peso di kg. 32, indispensabile a proteggerlo contro le insidie del tempo”.

Quasi per paradosso, il Duce non andò mai a visitare la terra che gli aveva fatto un simile dono. I federali ed i gerarchi fascisti non ebbero neppure la soddisfazione di alzargli a Carrara un monumento. Renato Ricci, però, leggendo la vita e gli scritti di Michelangelo Buonarroti, continuava a sognare: fantasticava di uno sterminato “Arengo della Nazione” e una statua al fascismo alta 100 metri, “tale da fare impallidire il ricordo del leggendario Colosso di Rodi”. Tutti questi progetti, però, non vennero mai alla luce: la guerra insabbiò a Carrara anche le statue dell’E42 (nome originario del quartiere EUR) e le poche superstiti ornano ancora oggi i grandi edifici progettati, fra gli altri, da Marcello Piacentini e Adalberto Libera.

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