La Tabula Peutingeriana

Tabula Peutingeriana, La Tabula Peutingeriana, Rome Guides

LA TABULA PEUTINGERIANA

L’Impero Romano, al tempo della sua massima espansione all’epoca di Traiano, si estendeva per una superficie stimabile di circa 5 milioni di chilometri, quantificabile in 7 milioni e 500 mila, considerando anche le acque interne. La frontiera orientale si estendeva per oltre duemila chilometri, e più di tremila città erano collegate da oltre 200.000 chilometri di strade, molte delle quali lastricate e attrezzate con banchine laterali, ponti grandiosi a più arcate e migliaia di stazioni di sosta provviste di alberghi e osterie.

L’Impero aveva inoltre centinaia di porti grandi e piccoli, molti dei quali attrezzati con moli, darsene, fari di segnalazione, isole artificiali, cisterne per Il rifornimento di acqua potabile, impianti di segnalazione ottica per la trasmissione rapida di notizie, due grandi flotte pretorie, undici flotte provinciali e fluviali, oltre a migliaia di chilometri di acquedotti

Oltre mezzo milione di soldati e di marinai organizzati, inquadrati e acquartierati mantenevano aperte le vie di comunicazione terrestri, marittime e fluviali e proteggevano le frontiere dalle incursioni esterne. Una legione che si muoveva da York (Eburacum) in Britannia per andare a schierarsi a Homs (Emesa) in Siria aveva davanti a sé più di cento tappe di 20 miglia ciascuna, più due passaggi navali sulla Manica e sui Dardanelli, vale a dire almeno tre mesi e mezzo di viaggio, salvo imprevisti. D’altronde, una nave che partisse da Alessandria d’Egitto aveva davanti a sé almeno cinque settimane di navigazione, prima di gettare l’ancora nel porto di Ostia.

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In altri termini, l’estensione dell’Impero Romano era talmente vasta che risulta naturale chiedersi con quali strumenti si calcolassero e si programmassero gli spostamenti, le campagne militari, i trasferimenti di merci o le missioni diplomatiche all’estero.

La risposta è chiara: dovevano esistere delle carte geografiche e delle mappe, in grado facilitare tali spostamenti. La disponibilità di tali strumenti non è soltanto deducibile a livello intuitivo, ma è espressamente attestata nelle fonti: in tal senso, il più grande monumento cartografico dell’antichità a noi pervenuto è la cosiddetta Tabula Peutingeriana.

Si tratta di un rotolo di pergamena lungo quasi 7 metri e alto circa 40 centimetri che porta rappresentato quasi tutto l’Impero Romano con l’intera rete stradale e tutte le stazioni di sosta (mansiones). La Tabula (detta Peutingeriana dal suo primo editore, Ronrad Peutinger, un umanista del XVI secolo) è sicuramente la copia medievale di un originale romano, probabilmente databile alla fine del IV secolo d.C., ma di cui probabilmente si riconosce l’archetipo, ossia il cosiddetto Orbis Pictus di Marco Vipsanio Agrippa, con la rappresentazione dei mari e delle terre emerse.

A un primo sguardo si nota subito che il profilo e la forma delle terre emerse sono stati fortemente distorti nel senso longitudinale, mentre la dimensione verticale è stata schiacciata riducendo l’estensione dei mari e comprimendo l’Africa contro l’Italia e quest’ultima contro la penisola balcanica. Il motivo è evidente: la Tabula era una carta stradale portatile e operativa, che si consultava cioè durante il viaggio. Se terre e mari vi fossero stati rappresentati secondo le proporzioni e le forme più vicine alla realtà, il suo ingombro sarebbe stato enorme ed il continuo spiegamento e ripiegamento l’avrebbe ridotta presto in pezzi: in questo formato, invece, la carta poteva essere arrotolata e riposta in un astuccio cilindrico e diventava comunque di facilissima e comoda consultazione.

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Pertanto, all’utente di questa mappa non importava conoscere esattamente la morfologia dei terreni che avrebbe attraversato, ma era bensì necessario essere al corrente delle distanze esatte tra un centro abitato e quello successivo lungo un determinato itinerario, e l’eventuale presenza di fiumi e montagne.

La Tabula Peutingeriana rivela però, ad un esame attento, tutta una stratificazione e una quantità di esigenze da soddisfare. Vi sono indicazioni utili per il semplice viaggiatore, che trova indicate le trattorie dove può mangiare un boccone, governare il cavallo, alloggiare per la notte: ci sono ad esempio l’osteria “dei due fratelli” (Ad duos frates), l’osteria “del fico” (Ad ficum) oppure l’osteria “al sandalo di Ercole” (Ad sandalum Herculis), nomi che si possono facilmente immaginare sulle insegne che pendevano all’ingresso degli edifici. Si tratta di luoghi che, all’epoca, dovevano godere di ottima reputazione, considerato che furono inseriti in questa sorta di “Guida Michelin” all’interno della Tabula Peutingeriana.

In questa mappa il viaggiatore poteva trovare segnalazioni delle chiese e dei santuari più importanti, sia cristiani che pagani: dall’antica Basilica Costantiniana di San Pietro (Ad Sanctum Petrum) a famosi templi pagani come il tempio di Apollo ad Antiochia.

Le strade statali (cursus publicus) sono segnate in rosso, mentre le distanze tra una località e l’altra sono espresse in miglia romane, in leghe (per la Gallia) o in parasanghe (per l’Oriente), mentre le città più importanti (Roma, Costantinopoli, Ravenna, Antiochia) sono rappresentate a volo d’uccello, con la loro cinta muraria e i principali edifici. I centri minori invece sono rappresentati in modo più sommario da una sorta di vignetta “a doppia torre”. Il porto di Ostia è rappresentato sinteticamente con la darsena e i navalia, mentre Alessandria ostenta il suo grande faro.

La Tabula Peutingeriana risultava però estremamente utile anche per chi dovesse intraprendere viaggi più lunghi, spesso anche oltre i confini dell’Impero. A sud, nel deserto della Sirte appaiono degli stagni salini che crescono e decrescono con la luna (forse erano in comunicazione con il mare aperto e risentivano dell’influsso delle maree) e una scritta avverte Campi deserti inopia aquarum (territori deserti per la mancanza d’acqua). A est sono segnate l’India (in cui è segnato anche un fantomatico Templum Augusti che, considerata la distanza, sembra decisamente inverosimile), l’isola di Taprobane (l’odierno Sri Lanka), e addirittura la Sera Maior, ossia la Cina.

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Sebbene ciò possa apparire inverosimile, si consideri che già agli inizi del suo principato l’Imperatore Tiberio lamentava in Senato l’emorragia di valuta che dissanguava l’Impero per l’importazione di prodotti rari e costosi dall’ estremo oriente, fra i quali spiccava la seta, che ornava le matrone più eleganti e perfino certi uomini (dettaglio ritenuto particolarmente disdicevole).

Per contro, essendo tale frammento andato perduto, non si conosce quali indicazioni la Tabula Peutingeriana riportasse nell’estremo segmento occidentale, in cui erano rappresentate l’Iberia e la Britannia. Se da un lato la perdita non appare essere di eccezionale gravità, considerando la quantità di informazioni che ancor oggi possediamo per tali Province Imperiali, dall’altro è assai grave aver perso questa porzione della Tabula, poiché essa avrebbe probabilmente potuto contenere indicazioni sulle estreme regioni settentrionali e forse persino la posizione di alcune isole dell’Oceano Atlantico, nonché (magari solo come tragitto approssimativo) anche le esperienze di navigazione dei marinai cartaginesi.

Come detto, essendo stata redatta principalmente come “guida itineraria”, la rappresentazione della morfologia del territorio della Tabula Peutingeriana è molto sommaria: i contorni delle terre, benché distorti nel senso longitudinale, lasciano però intendere che l’archetipo doveva essere caratterizzato da rappresentazioni abbastanza fedeli dell’andamento delle coste e delle catene montuose. I fiumi maggiori, i laghi ed i mari sono colorati in un bellissimo verde-azzurro. Anche molte isole sono indicate, ma il loro profilo ed il loro numero è talvolta assai impreciso: nel Mar Tirreno sono indicate solo le isole maggiori, mentre fra Adriatico ed Egeo esse si moltiplicano in gran numero.

Nel suo insieme, la Tabula Pautingeriana è anche esteticamente di grande bellezza per la policromia (il verde-rame delle acque, l’ocra della terra, il nero e rosso delle annotazioni) e per la grande abbondanza di vignette che la vivacizzano. Purtroppo, l’ossido di rame che è stato utilizzato per rappresentare i mari ed i laghi è corrosivo e nei secoli ha eroso un certo numero di scritte e di dettagli.

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La datazione della Tabula ha scatenato negli anni una serie di discussioni fra gli studiosi, che hanno tentato di datare la carta sulla base degli elementi di “geografia politica” che essa contiene. È evidente la posizione centrale di Roma: l’Urbe assume il ruolo di caput mundi e la vignetta a tempio che indica la Basilica di San Pietro ne sancisce già la centralità religiosa che si trasmetterà a tutto il Medioevo. Al tempo stesso, però, viene enfatizzata l’importanza di Ravenna e, più ancora, di Costantinopoli.

La Tabula Peutingeriana è dunque il risultato di una lunga stratificazione, la cui prima fase coincise certamente con il momento di maggior splendore dell’impero e il cui completamento fu realizzato quando già il cristianesimo era ampiamente affermato. Quello che stupisce, in una sorta di previsione di lungo respiro, è il margine superiore della Tabula, dove sono segnati non solo i nomi dei popoli che avrebbero travolto l’Impero (Geti, Sarmati) ma addirittura i nomi di quelle che sarebbero diventate le due maggiori nazioni dell’Europa medievale e moderna: Francia e Alamania.

In tal senso, la Tabula Peutingeriana sembra galleggiare in uno spazio inconsistente e indefinito, tra l’Impero Romano ed il Medioevo, citando due potenze pronte ad entrare da protagoniste nella storia europea.

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