Balthus

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BALTHUS

Era stato il poeta Rainer Maria Rilke, amante della madre Elisabeth Dorothea Spiro (più nota con lo pseudonimo di Baladine), a suggerire a Balthasar Klossowski di usare Balthus come nome d’arte: quel vezzeggiativo avrebbe paradossalmente sottolineato l’erotismo e la violenza delle sue tele.

Dopo la guerra, il giovane pittore che per vent’anni aveva vissuto in una povertà dorata, frequentando i più bei nomi del mondo artistico e letterario parigino, si rifugiò in castelli e palazzi antichi sempre più grandi e diventò inavvicinabile. Si attribuì da solo il titolo di Conte de Role, e cominciò a fantasticare a proposito di una lontana parentela familiare con Lord Byron, affermando che sua madre, figlia di un cantore di sinagoga, discendesse dai Romanov e fosse sempre stata cattolica. Invenzioni che, sommate allo scandalo provocato dai soggetti delle sue tele e alle chiacchiere che circondavano la sua vita privata, hanno nutrito il mito di Balthus.

Come pittore fu al contempo grandissimo e non classificabile. Secondo Jean Clair, Balthus è stato il pittore del silenzio, così come Rilke era stato il poeta del silenzio: era un silenzio talvolta anacronistico, tanto come la vita del pittore, che nacque nel Novecento ma sentì sempre di appartenere al secolo precedente.  A venticinque anni aveva già maturato le idee che lo avrebbero ispirato fino all’ultimo: nella sua arte, scrisse, voleva mettere “la tenerezza, la nostalgia infantile, il sogno, l’amore, la morte, la crudeltà, la violenza, il grido di odio, il ruggito e le lacrime! Tutto ciò che è nascosto nel fondo di noi stessi, un’immagine di tutti gli elementi essenziali dell’essere umano spogliato della sua spessa crosta di vile ipocrisia”.

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Balthus ha rappresentato un mondo enigmatico e fuori del tempo, sospeso tra voyeurismo, sogno e realtà. Courbet gli aveva insegnato a creare composizioni allusive che contenessero sia l’oggetto che il soggetto, il mondo oltre l’artista e l’artista stesso, ma Balthus diede un vigore nuovo anche alle vedute urbane eseguendo una serie di paesaggi incantati. Altra ispirazione evidente fu Delacroix, di cui tenne per anni sul comodino gli album di schizzi di viaggio, una passione nata quando aveva fatto il militare in Marocco.

A dispetto di ciò, Balthus è entrato nella storia dell’arte come il pittore dei soggetti equivoci e delle fanciulle in fiore: adolescenti colte in un momento di passaggio, non più bambine e non ancora donne, spesso nude, che dormono, sognano, leggono, si specchiano o reggono lo specchio a un gatto, l’alter ego dell’artista che, sornione e inquietante, le osserva da un punto di vista privilegiato. Per l’immaginario popolare, Balthus era l’Humbert Humbert degli artisti, ma lui non accettò mai il riferimento al protagonista di Lolita, il capolavoro proibito di Nabokov: spiegava di scegliere le sue modelle così giovani perché “le donne, perfino mia figlia, appartengono già al nostro mondo, alla moda. Le mie fanciulle sono le uniche creature che oggi possano essere pure e senza tempo”.

Ovviamente, qualcuno si inalberò iniziando a sferrare attacchi furenti. Balthus protestò accanitamente: “Qualcuno ha detto che le mie tele sono pornografiche, ma cosa significa? Tutto oggi è pornografico, anche la pubblicità è pornografica. Vedi una giovane donna che si trucca e sembra che stia avendo un orgasmo. lo non ho mai dipinto nulla che sia pornografico”.

Fu lui stesso, però a fornire una piccola eccezione: “…tranne forse, concluse, la Leçon de guitare.

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Il soggetto di quel quadro del 1934, che Balthus aveva subito esposto nella sua prima personale alla Galleria Pierre di Parigi, era talmente esplicito che l’opera venne appesa, dietro a una tenda, in una stanzetta a parte. Nel dipinto, una ragazzina completamente nuda dalla vita in giù s’abbandona sulle ginocchia della sua insegnante, che la tiene ferma per i capelli con la mano destra e la tocca in modo lascivo con la sinistra. Sul pavimento c’è una chitarra, che è tuttavia troppo piccola per essere vera, tanto da lasciare intendere come la lezione di musica sia solo una scusa. La posizione della fanciulla, poi, è chiaramente ispirata alla Pietà di Villeneuve-les-Avignon, un capolavoro della pittura sacra francese del XV secolo conservato al Louvre, e tale dettaglio procurò all’artista anche un’accusa di blasfemia. Balthus si difese affermando di aver voluto “proclamare a gran voce le incrollabili leggi dell’istinto”, ma dal 1934 l’opera non venne più esposta in pubblico per più di quarant’anni. Quando nel 1978 il gallerista Pierre Matisse, artefice del successo di Balthus nel collezionismo americano, la regalò al Moma, il museo se ne sbarazzò in fretta e furia quattro anni dopo.

Altra tela che scatenò una furiosa invettiva contro Balthus fu La rue, dipinta nel 1933. Balthus aveva cercato di depistare l’attenzione dello spettatore dipingendo diversi episodi apparentemente insignificanti della vita quotidiana di una stradina qualsiasi, tra un irrilevante andirivieni di persone, ma a pochi era sfuggita la violenta carica erotica di uno di questi piccoli eventi. Sulla sinistra, infatti, un ragazzo dalla carnagione scura afferra per il polso una bambina e, premendola contro il suo corpo, le tocca il pube. Più di vent’anni dopo il critico americano James Throll Soby, che aveva acquistato l’opera nel 1937, chiese a Balthus di ritoccare l’opera, rendendo meno esplicita questa scena.

Secondo alcuni amici di Balthus, che avevano assistito alla creazione dell’opera, l’iconografia della composizione sarebbe stata in realtà ispirata ad Alice nel paese delle meraviglie, il romanzo di Lewis Carroll: la ragazzina aggredita sarebbe dunque Alice, e il suo aggressore sarebbe Tweedledum, il cui gemello Tweedledee è raffigurato al centro, mentre avanza verso lo spettatore.

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Indipendentemente dalle suggestioni, vere o presunte, La rue, dipinta a 25 anni, annunciava molti dei temi del Balthus maturo: lo spazio rigoroso che trabocca mistero, le citazioni erudite dell’arte del passato, la scelta di soggetti erotici e la teatralizzazione della violenza sessuale. C’è quasi sempre violenza nelle sue tele anche se, come osservò Albert Camus, Balthus “mostra il coltello, ma nei suoi quadri non c’è mai traccia di sangue”.

Non per caso, Balthus fu amico di Antonin Artaud, il teorico del teatro della crudeltà, e proprio Artaud intuì altri tratti caratteristici dell’arte di Balthus: “La sua tecnica è al servizio di un’ispirazione violenta e moderna, di un’epoca malata in cui l’artista si serve della realtà solo per crocifiggerla meglio”. In realtà, nel 1957 Balthus spiegò la sua poetica in modo diverso, e per certi versi sorprendente: “Alcuni sostengono che i miei quadri sono sinistri e abnormi, ma io ho la stessa visione davanti agli occhi da quando avevo quattro anni. Forse è questo che è davvero abnorme”.

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Tra i più accesi sostenitori di Balthus figurano alcuni protagonisti dell’arte contemporanea Usa, fra cui Roy Lichtenstein, ma Balthus, che detestava la pittura astratta, in un’intervista rilasciata nel 1996 al New York times rivelò una volta di più la sua avversione a ogni novità: “Se guardi l’arte moderna ti rendi conto che oggi chiunque può fare qualsiasi cosa. Infatti nessuno fa nulla”, disse senza mascherare il suo disgusto. Fu un disgusto che non risparmiò nessuno. Picasso lo considerava migliore di tutti quei giovani artisti che, diceva, “non fanno altro che copiare me. Balthus, per non smentirsi e per rendere pan per focaccia, spese qualche cattiva parola anche su Picasso: “Personalmente l’ho amato moltissimo. Per quanto riguarda il suo lavoro, mi piaceva negli anni Venti, dopo il periodo cubista. Ma quando rivedo le opere del periodo rosa non riesco a trovare proprio nulla di cui nutrirmi”.

Forse sarebbe necessario osservare le opere di Balthus dalla prospettiva di un lettino di psicanalista: c’è chi di fronte alle sue opere prova una reazione di imbarazzo e oscenità, e chi un senso di sospensione diffusa e di forte ambiguità. D’altronde, per Freud, la nudità è un’entità psichica prima che reale, oggetto esclusivo del desiderio che prende forma, sotto la pressione dell’inconscio, nelle immagini dei nostri sogni. 

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