Futurismo e Futuristi a Roma

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FUTURISMO E FUTURISTI A ROMA

Boccioni, Balla, Severini, Russolo e Carrà avevano chiarito le loro intenzioni già all’inizio del 1910, firmando il Manifesto dei Pittori Futuristi: “Dobbiamo ispirarci ai tangibili miracoli della vita contemporanea, alla ferrea sete di velocità che avvolge la terra, ai transatlantici, ai voli meravigliosi che solcano i cieli, alle audacie tenebrose dei navigatori subacquei, alla lotta spasmodica per la conquista dell’ignoto. E possiamo rimanere insensibili alla frenetica attività delle grandi capitali, alla psicologia umanissima del nottambulismo, alle figure febbrili del viveur, della cocotte, dell’apache e dell’alcolizzato?”.

Guidati dal vulcanico Filippo Tommaso Marinetti, i futuristi entrarono a passo di carica nella modernità e, con altrettanta aggressività, percepirono nel conflitto ormai imminente, nella “Guerra sola igiene del mondo” di un celebre manifesto firmato da Marinetti nel 1915, una concreta opportunità di rinnovamento, che fosse allo stesso tempo sociale e culturale.

Boccioni, che la guerra l’aveva provata sulla sua pelle, e che proprio indossando la divisa militare avrebbe perso la vita nel 1916 a soli 34 anni, prese le distanze da quella straripante voglia di ripulire il mondo attraverso una sua celebre equazione, “Guerra = insetti + noia”, che sembra tra l’altro il titolo di un suo dipinto futurista, assai simile al “Cavallo + cavaliere + caseggiato” esposto alla Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma.

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Roma, con le sue antichità un po’ vetuste, non era esattamente la città ideale per i Futuristi, ma Venezia era ancora più maltrattata, rappresentando la sintesi di tutto ciò che era per loro definitivamente superato (“passatista”, come dicevano i Futuristi). Il Canal Grande, allargato e scavato, doveva fatalmente diventare un formicolante porto mercantile, ed era venuto il momento di mandare in soffitta anche le gondole, “poltrone a dondolo per imbecilli”.

Come scrissero Balla e Depero nel 1915, i futuristi volevano “ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impenetrabile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto”. Impressionante, in tal senso, il clamoroso “salto triplo” effettuato da Balla, passato dal Divisionismo giovanile ad un Futurismo così dinamico e veloce da superare in velocità ed astrazione lo stesso Boccioni, come si può vedere dall’impressionante differenza fra La Pazza del 1905 o il Parco dei Daini del 1910 e l’opera Espansione Dinamica + Velocità datata 1913, tutte esposte alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

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Il Futurismo fu una vera e propria rivoluzione, che cambiò da un momento all’altro il modo di intendere la pittura e la scultura, estendendo la sua influenza su tutte le arti, ma anche su politica e società, teatro, musica, fotografia, letteratura, architettura, cinema, musica e danza. Nel 1930 Marinetti dedicò un manifesto alla cucina futurista, e nei primi anni Dieci erano usciti un Manifesto della Donna Futurista e perfino un Manifesto Futurista della Lussuria.

La rivoluzione prese il via con la pubblicazione sul Figaro di Parigi, il 20 febbraio 1909, del Manifeste du Futurisme firmato da Marinetti; una prima versione di quel testo era uscita pochi giorni prima anche in Italia, sulla Gazzetta dell’Emilia, sulla Gazzetta di Mantova, sull’Arena di Verona e sulla rivista letteraria napoletana Tavola Rotonda.

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Eppure quel primo manifesto dai contenuti scoppiettanti era solo teorico: nel 1909 non era ancora stata creata una sola opera d’arte futurista e il primo nucleo di pittori che avrebbero fatto grandissimo il movimento dell’avanguardia italiana (Boccioni, Russolo e Carrà, cui si unirono poco dopo Balla e Severini) si incontrerà solo nei primi mesi del 1910, un anno dopo la pubblicazione del manifesto sul Figaro, il 20 febbraio 1909.

In ogni caso, già i primi capolavori, come la monumentale Città che sale, dipinta da Boccioni nell’estate del 1910 e conservata al Moma di New York, esprimono compiutamente i concetti fondamentali del Futurismo. L’emozione, scrisse l’artista in una lettera, “sarà data ricorrendo il meno possibile agli oggetti che l’hanno suscitata. L’ideale per me sarebbe un pittore che volendo rendere il sonno non corresse con la mente all’essere che dorme, ma potesse per mezzo di linee e colori suscitare l’idea del sonno, cioè il sonno universale al di fuori delle accidentalità di tempo e di luogo”. Quel dipinto, che rappresentava una Milano ormai industrializzata che avanzava velocemente verso il futuro, era per Boccioni “una gran sintesi del lavoro, della luce e del movimento”.

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Il movimento e la velocità, insieme al turbinio delle nuove metropoli, alla luce elettrica e alla simultaneità, permettevano di elaborare una fulminante invenzione concettuale che consentiva di mettere in un dipinto, e perfino in una scultura, momenti e punti di vista diversi. Aveva scritto Boccioni nel 1914, “La simultaneità è per noi l’esaltazione lirica e la plastica manifestazione di un nuovo assoluto, così come la velocità è espressione di un nuovo e meraviglioso spettacolo, e la vita moderna di una nuova febbre”.

Balla, dal canto suo, passò giornate intere a studiare le auto che passavano in via Veneto, a Roma, prima di dipingere le sue Penetrazioni Dinamiche di Automobile. Il risultato delle sue metodiche osservazioni è un’immagine che esprime il movimento, invece di rappresentarlo in modo banale, coniugando la rotazione delle ruote con il veloce avanzamento di tutta la macchina e il rumore del motore, al quale Balla riuscì a dare una forma visivamente percepibile.

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I Futuristi, oltre che di idee modernissime, furono anche e soprattutto in grado di usare e di manipolare, in una modalità stupefacente per l’epoca in cui vissero, i mezzi di comunicazione, anche attraverso le aperte provocazioni delle serate futuriste, che finivano quasi sempre con la feroce contestazione del pubblico. Marinetti, del resto, non si faceva zittire facilmente: una sera apostrofò uno spettatore che manifestava il suo dissenso continuando a fischiettare durante la lettura di un suo poema con un aggressivo e poco rispettoso “Vi è cresciuto un porro in testa?”. Era logico che queste baruffe finissero puntualmente nelle cronache dei giornali, facendo montare la notorietà di un gruppo che, d’altra parte, esponendo le sue opere a Parigi, Londra e Berlino, si era già fatto notare dalle menti più illuminate di quell’effervescente avvio del nuovo secolo.

Pochi, tra gli artisti contemporanei, li presero sottogamba, perché apparve subito chiaro a tutti che i futuristi fossero in anticipo sui tempi. Nel 1912 le Compenetrazioni Iridescenti di Balla furono tra le prime astrazioni geometriche della storia dell’arte, così come Boccioni fu il primo a portare il movimento dinamico e scomposto nella scultura, come nell’Antigrazioso, ossia il ritratto di sua madre.

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Il periodo glorioso del movimento si concluse intorno al 1918, anche se il cosiddetto “Secondo Futurismo”, con altri protagonisti, arrivò fino al 1944. Già nel 1930, però, Filippo Tommaso Marinetti, che pure per anni aveva dominato la scena italiana, veniva considerato solo un personaggio stravagante, isolato dal mondo dell’arte che contava davvero.

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