Livia Drusilla

Livia Drusilla, Livia Drusilla, Rome Guides

LIVIA DRUSILLA

“Claudio, non posso vivere senza tua moglie”.

“Nemmeno io, Ottaviano”.

Non è la fine del secondo atto di un dramma shakespeariano, il classico conflitto fra lui, lei e l’altro.

Il giovane Caio Ottaviano, nipote e successore di Giulio Cesare, che dodici anni più tardi avrebbe ottenuto il titolo di Augusto, subito dopo il suo ingresso nella casa di Tiberio Claudio Nerone si era espresso a quel modo, con le sette parole brucianti, senza nemmeno avere prima detto “ave”. La situazione, in effetti, era molto imbarazzante, e sarebbe stato difficile e probabilmente inutile fare sforzi di eloquenza per trovare parole diverse o più accomodanti.

Poche ore prima, in un’afosa mattina dell’estate del 38 a.C., Ottaviano aveva divorziato dalla moglie Scribonia, informandola, per lettera, della sua intenzione di ripudiarla. Potrebbe sembrare impietoso cinismo (e forse, in parte, lo era), ma a quel tempo le formalità burocratiche per l’annullamento di un matrimonio non esorbitavano dall’iniziativa epistolare, e il fatto che la moglie scacciata aspettasse un figlio non complicava affatto le cose. Scribonia stava infatti per mettere al mondo Giulia, figlia di Ottaviano, che nacque infatti dieci giorni dopo, esattamente quando suo padre sposava Livia Drusilla, la moglie rubata a Tiberio Claudio.

Il termine “rubata” non viene adoperato a caso. Al primo marito non venne data alternativa, ma gli venne soltanto imposto un termine: divorziare entro dieci giorni. A Livia, di riflesso, venne ordinato di seguire immediatamente Ottaviano nel suo palazzo, per togliere al primo marito la tentazione di portarsela altrove al sicuro; aspettava anche lei un figlio, come Scribonia, e per questo Ottaviano promise a Tiberio Claudio che il bambino gli sarebbe stato affidato subito dopo la nascita. Il primo figlio della rapita (Tiberio anche lui, come il padre) avrebbe invece seguito Livia nella dimora imperiale. Una sorta di telenovela familiare, degna di una soap opera, che da un lato creò un groviglio di parentele senza legami di sangue difficile da districare, ma che dall’altro associò le due più potenti famiglie di Roma, la Gens Iulia e la Gens Claudia, in quel fondamentale frammento temporale che andò fra il tramonto della Repubblica e l’alba dell’Impero.

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IL PRIMO INCONTRO

Ironicamente, richiamandosi alla Roma arcaica, ci fu chi chiamò questo gesto “il ratto della Sabina”: Livia Drusilla apparteneva infatti anch’essa, come il marito, alla Gens Claudia e discendeva specificamente da una famiglia venuta, appunto, dalla Sabina.

Alcuni storici hanno affermato che, con questa mossa, Ottaviano volle umiliare Claudio, che era stato suo avversario politico e che in passato si era schierato con Pompeo contro Cesare e poi contro lo stesso Ottaviano. Sebbene forse ci sia in tal senso una vaga motivazione di fondo, Ottaviano non volle mai deridere Claudio il quale, per ottenere la benevolenza del vincitore, si era addirittura genuflesso ai suoi piedi, insieme con la moglie diciannovenne. In realtà, fu proprio questo il gesto più clamorosamente errato, perché Ottaviano, invece di ascoltare le sue parole di pentimento, si concentrò nell’estatica ammirazione della giovane dama implorante, che aveva sì occhi lucenti di lacrime, ma che irradiava una giovanile bellezza. Trascorsi molti anni, Augusto confidò di essersi innamorato a prima vista di Livia: nel suo sguardo di cerbiatta, fu questa la sua espressione, c’era una mescolanza rara di grazia e di fierezza, che inteneriva e intimidiva insieme.

Probabilmente, si trattò di un’esagerazione: Livia sarebbe stata rapita anche se avesse avuto lo sguardo di un leopardo in caccia. Ottaviano, altrettanto presumibilmente, non ebbe quel colpo di fulmine così romanticamente dichiarato, ed anzi i suoi detrattori affermarono che questo “fuoco d’amore” fosse solo uno stratagemma per nobilitare un’azione sleale, architettata per meglio nascondere i suoi fini autentici.

LA STRATEGIA DI AUGUSTO

Sebbene ne avesse la fetta più grossa, Ottaviano allora divideva il potere con gli altri due triumviri, Marco Antonio e Lepido, e il suo sogno di sbarazzarsi dei colleghi era tanto assillante quanto quello, che essi carezzavano, di eliminare lui. Le nozze con una donna della Gens Claudia, ricca di fascino e già assennata a dispetto della giovane età, erano una giustificazione più che sufficiente per staccarsi dalla trentenne Scribonia, più bisbetica e meno attraente di Livia.

Le nuove nozze avrebbero aiutato Ottaviano a sbarazzarsi dei propri avversari politici. Ottaviano era in effetti un membro della piccola nobiltà legata alla Gens Iulia, nipote di un ricco usuraio di Velletri, e non avrebbe fatto molta strada se sua madre non fosse stata sorella di Giulio Cesare. Adesso però, sposando Livia, esponente della Gens Claudia di antichissima aristocrazia, che nella galleria degli antenati disponeva di nomi del calibro del censore Appio Claudio Cieco, Tiberio Gracco e Lucullo, tutto sarebbe cambiato. Se prima il suo prestigio politico gli veniva dalla memoria dello zio, adesso a dargli autorità ci sarebbe stata una dama dei Claudi.

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IL RUOLO DI LIVIA

Nella corte del triumviro proclamato Augusto dopo le sconfitte di Lepido e di Marco Antonio, Livia, mentre il marito dominava il mondo, si accontentò di dominare il parentado imperiale, distribuito nella ramificazione complessa di un contorto albero genealogico, pullulante di nonni, suoceri, zii, cugini e fratellastri che si sposavano fra di loro e, contemporaneamente, si scannavano a vicenda.

La missione che Livia si assegnò non fu soltanto quella di decidere come i familiari giulio-claudi dovessero vivere, ma anche (a detta dei suoi detrattori) quanto. Nella casa di Augusto sul Palatino, che seppur elegantemente decorata era certamente non immensa, in cinquantadue anni di matrimonio Livia fu il più operoso ragno della romanità: filo dopo filo, taciturna e paziente, fu in grado di tessere una tela fitta e intricata, ogni giorno più ricca di nodi contorti., tanto da renderla un rebus inestricabile anche per gli studiosi più integerrimi. Molti gesti di Livia, infatti, contraddissero altre sue azioni precedenti o successive: ai contemporanei e ai posteri il volto impenetrabile di questo infaticabile aracnide apparve solcato da una sorta di crittografia, che rese quasi impossibile decifrarne unanimemente le azioni.

Livia sembrava avere due personalità, diverse e talvolta addirittura contrapposte. Ancora oggi, alcuni storici la definiscono saggia, mite e amorevole, mentre altri la marchiano con gli aggettivi ambiziosa, crudele e sanguinaria. C’è chi afferma che fu Livia ad ordire alcuni dei più efferati delitti del Primo Impero Romano, e che talvolta fu lei stessa a compiere omicidi o ad assoldare sicari per farlo in sua vece. Maldicenze e pettegolezzi le attribuirono una notevole capacità nell’uso dei veleni, trasformandola in una sorta di avvelenatrice seriale, che sacrificava senza rimorsi chiunque intralciasse i suoi disegni.

Nessuno, tuttavia, poté mai accusarla di infedeltà e di dissolutezza, difetti che le erano estranei e che nessuno poté mai attribuirle.

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LA MORTE DI MARCELLO

L’operosa opera di “taglia e cuci” di Livia non sconfinò mai al di fuori della famiglia imperiale, che era comunque vasta ed estremamente elaborata. Secondo numerosi storici, il suo obiettivo principale fu sempre quello di togliere di mezzo chiunque avesse titoli sufficienti per intromettersi fra lei e la sua sete di grandezza o per ostacolare il fulgido futuro di suo figlio Tiberio. Da alcuni critici, le vennero in realtà attribuiti anche delitti più “personali”, come il presunto avvelenamento del suo primo marito Tiberio Claudio Nerone, che a detta delle malelingue veniva considerato dalla stessa ex moglie un debole, che ebbe il torto di averla consegnata ad un altro uomo e di non essersi battuto per difenderla. Insomma, secondo i detrattori di Livia, egli morì per la colpa di essere stato un vigliacco; probabilmente, se avesse mostrato maggiore coraggio, sarebbe morto parecchi anni prima per mano di Ottaviano.

Agli occhi di Livia, in effetti, erano in parecchi a dover espiare le proprie colpe. Marco Marcello, ad esempio, era adolescente quando suo zio, l’imperatore Augusto, che non aveva figli maschi, decise di adottarlo affinchè divenisse suo erede. Marcello, figlio di Ottavia, la sorella di Augusto, apparteneva alla Gens Iulia e ne sublimava le speranze, tutti dettagli validi per attirarsi l’odio di Livia, ancora e sempre esponente della Gens Claudia, che sognava il trono per il primo dei suoi figli, Tiberio.

Le cognate e nemiche Livia e Ottavia covavano, nel fuoco di una rivalità sorda, un reciproco e feroce rancore, a cui sembravano in realtà estranei i due ragazzi, Marcello e Tiberio, i quali erano appena usciti dall’infanzia e non avevano la più pallida idea delle responsabilità che sarebbero loro toccate. Con il procedere degli anni, però, cominciò a brillare la stella di Marcello, via via che partecipava con lo zio ad imprese di guerra. Aveva diciott’anni quando, per attestargli predilezione, Augusto gli diede in moglie l’unica sua figlia Giulia: sposando la cugina, Marcello divenne, oltre che nipote, anche genero del dittatore.

Fu una parentela che non durò a lungo.

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Inspiegabilmente, poco dopo le nozze, il giovane fu prostrato da una febbre violenta, che non si attenuò a dispetto delle cure del più celebre medico di Roma, Musa, apostolo dei bagni di mare come terapia universale. La malattia si aggravò rapidamente e, in breve, Marcello si spense. Ancora il suo corpo imbalsamato giaceva sul letto funebre per il rito della cremazione, e già la voce del popolo si diffuse per le strade dell’Urbe: di bocca in bocca, si sussurrava che la malattia da cui il giovane era stato stroncato, a diciannove anni, si chiamasse veleno, e che tale veleno, a sua volta, si chiamasse Livia Drusilla.

Quando il ragazzo senza, vita, coronato di rose, venne adagiato sulla pira in Campo Marzio, sua madre Ottavia e sua moglie Giulia gettarono sulla spoglia le torce, per darla alle fiamme, mentre Augusto non riusciva a trattenere i singhiozzi. Si ergeva su tutti, cupa e minacciosa, l’ombra nera di un’assente: Livia, alla quale Ottavia aveva formalmente impedito di prender parte allo strazio popolare. Mancava, per lo stesso divieto, anche Tiberio, a cui ovviamente ora sarebbe toccato di collocarsi, al posto dello scomparso, accanto ad Augusto, come erede presunto. Mentre Ottavia piangeva, chiusa nel silenzio della sua angoscia, il popolo di Roma mormorava con astio il nome dell’assente, soprannominata a mezza bocca “la strega malefica”.

LA FAMA DI LIVIA

Sulla facciata, tuttavia, la vita di Livia era tersa e lucente. Nessuno trovò mai tracce di veleno sul fondo delle coppe di vino versato ai suoi ospiti, ed anche il suo atteggiamento in pubblico pareva innocuo ed innocente, tanto da apparire ogni tanto persino noiosa. Augusto non avrebbe potuto desiderare moglie più amorevole: una compagna pia e castigata, preoccupata di schierarsi sempre, con l’assenso degli dei, dalla parte del bene. Nel giudizio dei malevoli era un’attrice consumata, e la sua mansuetudine era solo un’apparenza: di certo, se davvero Livia recitò questa parte per tutta la sua vita, vuol dire che conosceva la sua parte a meraviglia.

Ora, sia che lo facesse perché Livia lo asfissiava o piuttosto per naturale vocazione all’adulterio, Augusto fu giudicato con indulgenza quando, esattamente come accaduto anche per Livia, prese possesso della giovane e avvenente Terenzia senza chiederne permesso al marito, che pure era uno dei suoi amici prediletti, ossia Mecenate. Molto amato da Virgilio e da Orazio, ai quali prodigava oro e consigli, Mecenate era tanto devoto all’imperatore da tollerare, senza lamentarsene, il rapporto niente affatto clandestino fra la sua Terenzia e il grande Augusto.

Come prese Livia una simile situazione?

Una donna come lei, austera e solenne, non sembrava affatto disposta a compiangersi né a sollecitare l’altrui comprensione. Sapeva certamente del legame fra Augusto e Terenzia (come d’altronde tutti a Roma), perché i due non facevano mistero del peccato e non mostravano affatto complessi di colpa. Probabilmente, nel cuore Livia l’affetto per Augusto era messo in secondo piano rispetto al desiderio di deciderne la successione.

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GAIO E LUCIO CESARE

La via infatti non era ancora spianata, a dispetto della prematura morte di Marcello: due giovanissimi principi, ufficialmente candidati all’eredità dell’Impero, si erano infatti interposti fra Tiberio, figlio di Livia, e la conquista del potere. Giulia, figlia dell’Imperatore e della sua prima moglie Scribonia, era stata anche sposa di Agrippa, e durante questo matrimonio erano nati Gaio e Lucio. Le malelingue, di nuovo, non seppero tenere a freno le illazioni, facendo diffondere a Roma che Agrippa, valoroso soldato e fedele amico di Augusto, dovesse essere considerato con ogni probabilità estraneo a quelle nascite: a detta dei Romani, infatti, gli era toccata la più incostante delle mogli, quella Giulia che ebbe molti mariti ed ancor più amanti.

I due fratelli Gaio e Lucio, fin dall’adolescenza, erano stati gli adorabili padroncini della corte: Augusto li adottò come suoi figli, trascurando in questo gioco di potere il terzo figlio di Giulia, Agrippa Postumo, che era un bambino introverso e piuttosto goffo. Il destino sembrava girare tutto a danno di Tiberio, che in realtà era abbastanza disinteressato ai giochi di potere, preferendo vivere appartato con la moglie Vipsania.

Livia, però, aveva ben altre ambizioni per suo figlio.

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Il maggiore dei due giovani, Lucio Cesare, si era appena imbarcato per la Spagna (dove, come si usava per i Principi destinati alle somme cariche, si sarebbe addestrato nella pratica delle armi), quando la nave che lo trasportava dovette sostare a Marsiglia. C’era infatti un malato grave a bordo, e quel malato era proprio lo stesso Lucio Cesare, nipote e figlio adottivo dell’Imperatore. Per quanto premurose furono le cure prodigate dai medici al malato, esse non ebbero esito favorevole, tanto che da Marsiglia la nave ripartì per Roma con i paramenti del lutto.

Venti mesi più tardi, suo fratello Gaio Cesare tornava a Roma da Antiochia, in Siria, dopo aver condotto una missione in Asia Minore, e dovette anch’egli far tappa forzata, con la sua nave, a Limira, nella Licia, sulle coste meridionali greche. Un misterioso malanno, repentino quanto quello che era stato fatale al fratello, gli dava dolorose convulsioni. In realtà Gaio non aveva ancora vent’anni ed era notoriamente dotato di una fibra d’acciaio: ciò nonostante, non riuscì ad opporre resistenza al male, e di lì a pochi giorni cessò di vivere anche lui.

Come per Marcello e Lucio, non si seppe perché fosse morto. La voce popolare mormorò ancora il nome consueto: Livia. Anche i due fratelli erano stati sacrificati, si disse, alle sfrenate ambizioni della moglie di Augusto, concentrata con accanimento nell’attuazione di un piano che escludeva la pietà. Purché la dignità imperiale toccasse a suo figlio Tiberio e a nessun altro, sembrava disposta a eliminare chicchessia.

Molti di coloro che difendevano, ed ancor oggi difendono Livia, affermavano che fosse impossibile che il veleno della consorte di Augusto avesse colpito ad una così ampia distanza da Roma. In realtà, a bordo di una nave c’è sempre posto per un sicario e Livia, nel cuore di gran parte dei romani, rimase comunque la strega malefica.

Secondo molti, fu proprio lei ad indurre Tiberio, originariamente disinteressato agli intrighi politici, a fomentare il partito dei Claudi contrapposto alla Gens Iulia e a farsi strada, politicamente parlando, adottando i discutibili e sinistri metodi della madre. Bisognava, in tal senso, allontanare Giulia, che venne esiliata per volontà di Livia nell’isola di Pantelleria, affinché la smettesse di chiederle conto Di Lucio e Gaio Cesare, ormai tolti di mezzo. Si dovette togliere di mezzo anche Germanico, seppure egli fosse nipote della stessa Livia, perché pretendeva, dopo la morte di Augusto, la sua parte di Impero. Infine si dovette mettere a tacere il povero Agrippa Postumo, ultimo figlio di Giulia, eliminato nell’isola in cui si era rintanato.

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GLI EREDI DI LIVIA

Degli imperatori che successero ad Augusto, tutti discendenti di Livia, ossia Tiberio, Caligola e Nerone, le somiglianze con Livia Drusilla furono evidenti: c’era chi evidenziava con forza, sottolineando il fatuo narcisismo degli Imperatori e la loro crudeltà verso chi non si prostrasse ai loro piedi. Fece eccezione Claudio, il nipote malato e deforme, che s’era lasciato massacrare nell’adolescenza e che, quando salì al potere, non ebbe la forza di cercar vendette.

Dopo la morte del marito, Livia cominciò a ricercare per sé onori e gloria, chiedendo e ottenendo di essere proclamata Augusta e divinizzata, collocandosi sugli altari del Romani.

A proposito della morte di Augusto, alcune malelingue fecero trapelare il dubbio che nemmeno la morte del primo Imperatore di Roma fu dovuta al caso: si diffuse infatti la voce che Augusto morì dopo aver ingerito dei fichi avvelenati, e che la rimozione degli ostacoli interposti fra Tiberio e l’ascesa al trionfo imperiale non escludesse l’intralcio massimo, ossia proprio Cesare Ottaviano Augusto.

Secondo alcuni suoi detrattori, il volto stesso di Livia rifletteva il mistero della sua personalità. l busti che ci rimangono di lei mostrano una faccia larga e seriosa, sovrastata dai capelli ondulati, divisi nel mezzo da una scriminatura rettilinea e inanellati, sulle tempie, da innumerevoli riccioli. Aveva una mandibola ampia, un naso lungo e sottile ed una bocca piccola, ma con labbra tumide. È la faccia di una donna che poteva essere, a seconda delle situazioni, angelica o spietata.

IL GIUDIZIO SU LIVIA DRUSILLA

È difficile, se non impossibile, immaginare l’impero romano senza Livia, e perciò senza la discendenza dei Claudi, che fu probabilmente imposta da lei.

Poco prima di Livia un’altra donna, Cleopatra, era stata arbitra delle sorti di Roma, prevalendo su Cesare e Marco Antonio e venendo sconfitta, quasi irrisa, da Ottaviano. Livia, senza dubbio, si aggiudicò il trionfo finale, ma lo fece con mezzi assai diversi, tutt’altro che sensuali se, come si diceva malignamente all’epoca, “non c’era nel suo corpo più calore di quanto ce ne fosse nella sua statua”. Livia non aveva bellezza, fascino, oro e eserciti. Livia fu in grado di decidere il presente e il futuro di Roma grazie al suo molto ingegno, alla sua molta lungimiranza ed al suo molto coraggio.

Oppure, stando alle malelingue, grazie al suo molto veleno.

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